Musica on demand. Deezer punta al mondo, ma “snobba” gli Usa

Pubblicato il 22 Ottobre 2012 15:17 | Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre 2012 15:19
Deezer punta al mondo, ma “snobba” gli Usa

ROMA – Deezer “ignora” gli Stati Uniti. Il portale per la musica on demand sul web vuole raggiungere il successo puntando al mercato mondiale, ma tenendo fuori quello americano. Per questo ha stanziato un investimento da 130 milioni di dollari per diffondere Deezer in 160 Paesi nel mondo.

Il New York Times scrive che Deezer, il cui capo esecutivo è Axel Dauchez, fu fondato nel 2007 a Parigi. Da allora il sito per la musica on demand ha guadagnato 50 milioni di euro nel 2011 e punta a raggiungere il miliardo di euro entro il 2016.

Se Deezer va avanti mentre il mercato dell’industria musicale è in perdita, per Dauchez la risposta è una sola: “Questo mostra che il mercato della musica sta cambiando“.

Gli analisti dell’industria musicale spiegano, riporta il New York Times, che il motivo per cui Deezer evita il mercato americano è la forte concorrenza con siti come Spotify, fondato a Londra, e con gli americani Rhapsody, Pandora ed Rdio. Una mossa che, secondo Mark Mulligan, potrebbe rivelarsi “sia un bene che un male”.

I nuovi investimenti sono però essenziali sia per Deezer che per Spotify, se l’obiettivo è l’espansione. Deezer offre ai suoi utenti un catalogo con milioni di canzoni. Ad alcune è possibile accedere gratuitamente, ma pagando 10 euro al mese si ha diritto all’accesso “Premium” che offre più servizi, tra cui anche l’accesso dal proprio smartphone.

Ma l’obiettivo del portale è quello di differenziarsi. Un servizio differente da quello di Spotify può catturare ancor più clienti, come spiega anche Dauchez: “non vogliamo essere solo un ‘jukebox intelligente’. Se si desidera ricostruire il valore della musica, si deve ricostruire l’impegno con l’ascoltatore”.

Nonostante per ora il mercato americano sia stato “snobbato”, Dauchez rimane aperto a tutte le possibilità: “Non dico che non arriveremo mai negli Stati Uniti, ma se si inizia da lì il rischio è di diventare troppo Usa-centrici”.