Picciotto in TeRAPia tra nuovo album, Palermo e… Calcutta L’INTERVISTA

di Gianluca Pace
Pubblicato il 19 marzo 2019 7:56 | Ultimo aggiornamento: 19 marzo 2019 9:10
Christian Paterniti aka "Picciotto".

Christian Paterniti aka Picciotto è nato a Palermo nel 1983. Nel gennaio del 2015 pubblica il primo disco “Pizza Connection”. Il 15 marzo di quest’anno è uscito il suo nuovo disco “TeRAPia”.

ROMA – Il 15 marzo è uscito “TeRAPia” (“Mandibola records”), il nuovo album di Christian Paterniti aka “Picciotto”. Nel dicembre del 2017 hai vinto il premio nazionale “Musica Contro Le Mafie” con la canzone “Amarcord 2.0” dove dicevi “Non ci guadagno soldi e mi chiedono perché lo faccio…”. Qual è la tua risposta ora? Perché lo fai? “Perché mi brucia ancora – mi risponde – In realtà scrivere e comunicare è una questione di esigenza. E credo che sia il motore che fa poi muovere le cose. Anche se poi questa domanda me la continuo a fare anche dopo ‘Amarcord 2.0′”.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica? “In realtà – mi risponde – in piazza attraverso i ‘sound system’. Non sono un ‘rappuso’. Non vengo dal mondo ‘Hip Hop’. Arrivo alla musica attraverso la politica. Sfrutto la musica per amplificare le istanze che portavamo nelle piazze. La musica poi è diventata il mio lavoro, non solo come ‘Picciotto’ ma anche come operatore sociale. Uso la musica e lo sport per lavorare nelle scuole nei progetti contro la dispersione scolastica”.

“TeRAPia” è un concept album dove si mischiano vari generi. In “Terapia popolare” dici “mi trovi tra le neomelodica e l’hardcore”. Sei lì, tra la neomelodica e l’hardcore? “Sì, sì. Sono lì – mi spiega – Mi ci rivedo in toto. Ho provato a essere più trasversale possibile e questo devo dire che è stato un grande rischio. Oggi siamo più fossilizzati sul genere. Chi esce dallo schema rischia di perdere i vecchi fan e di non conquistare quelli nuovi. Però devo confessarti che a ‘sto giro me ne sono un po’… sbattuto. Ho tolto ogni tipo di sovrastruttura mentale. Mi piaceva come stimolo riuscire a giocare con beat diversi, con mood opposti tra di loro. Il ‘concept’ di ‘TeRAPia’ è l’analisi. E tu quando vai in analisi tiri fuori tutti i mostri che hai dentro che tra loro sono molti diversi”.

L’album quindi nasce come una analisi di te stesso? “Avevo bisogno di uno specchio di carta – mi spiega – poi man mano che ho cominciato a scrivere mi sono reso conto che le mie paturnie sono abbastanza similari a quelle dell’essere umano in generale”. Qual è la caratteristica che unisce tutte le canzoni? “La messa in discussione. La domanda. Il volersi chiedere le cose e non accontentarsi della risposta più scontata o dello slogan che io stesso ho usato per molto tempo per arrivare più diretto alla pancia dell’ascoltatore. A ‘sto giro invece avevo bisogno di argomentare meglio la complessità, umana e politica, che stiamo vivendo”. Da qui anche la copertina dell’album? “Esatto. Chi lo acquisterà potrà vedere che la copertina è un incipit che poi dentro si sviscera ancora meglio graficamente. L’immagine della copertina alla fine viene ribaltata”.

TeRAPia, la copertina dell'album di Picciotto

TeRAPia, la copertina dell’album di Picciotto

L’album si apre con “Illusione”. Una canzone contro le varie sovrastrutture che ci circondano. Come mai hai deciso di metterla all’inizio? “L’ho messa all’inizio perché è che quella che mi rappresenta di più in questo momento. In verità non doveva essere la canzone iniziale. L’album si sarebbe dovuto aprire con ‘Come stai’. Ma sarebbe stato… sbagliato. Ho voluto essere sincero con me stesso. E’ stata una scelta dettata dal cuore e presa con ‘Gheesa’ che l’ha prodotta”. Quali sono le tue illusioni? “Sono tante. La prima, su tutte, è quella di poter pensare di poter fare musica restando a Palermo. A Palermo ci resto. Ma pensare di vivere con la musica più che una illusione è… una utopia”.

“Poi – continua – c’è da dire che ormai la stragrande maggioranza degli artisti, ma non solo nel mondo della musica, è un’artista perché può permettersi di farlo. E questa è una cosa che dico con una puntina di invidia perché spesso chi ha la famosa fame e magari ha più cose da dire si ritrova genitore a dover fare da genitore ai propri genitori. Parlo del mio caso ma non solo. O magari si ritrova a dover fare tre o quattro lavori precari per fare musica. E questo naturalmente ti leva tante energie. Riuscire ancora a farcela è bello. Chi ha ancora la voglia di ascoltarti percepisce la genuinità. Il problema è che poi devi informarti, studiare, continuare a ricercare, a innovare… ma dove vai – e qui scoppia a ridere – se devi lavorare”.

Nella canzone dici “il popolo crede agli illusionisti”. Chi sono gli illusionisti di oggi? “I politici. Tutti. Mi riferisco a loro. Poi ci sono anche tanti colleghi musicisti. Ci sono i reality. Tutti coloro che ti fanno credere che lì fuori ci sia un bel mondo e che ce la puoi fare anche tu. Un po’ quello che negli anni ’80 ha fatto Berlusconi in Italia con la televisione facendo credere alle donne che potevano fare una bella vita guardando le telenovela e agli uomini che dovevano diventare imprenditore di se stessi. Oggi si illudono le persone con ‘il tuo problema è il tuo nemico’. Ti fanno credere che non è colpa tua ma… colpa sua. Che devi difenderti dal tuo vicino di casa. Sia esso del Sud o sia esso di colore. E la gente abbocca perché c’è disinformazione. I social hanno trasformato quest’epoca in una epoca asociale”.

“…Studia le tue radici, il tuo mare, i sacrifici da fare per restare nella tua terra, anche senza immigrati la tua vita magari è una merda. Cresci!”. Da dove viene questa frase? “E’ facile dare la colpa al prossimo – risponde – ma la colpa al prossimo si dà per le proprie frustrazioni e le proprie insoddisfazioni. In questo momento è colpa degli immigrati. In Italia adesso qualsiasi cosa succede è colpa degli immigrati. La vita magari è una merda anche perché forse queste famose alternative non esistono. Questo stile di vita è stato imposto. Dire ‘me ne vado’ poi è troppo facile. E’ troppo facile dire: è colpa di Palermo se non trovo lavoro. O colpa di Milano perché c’è troppo smog e allora non riesco ad emergere. In fondo chi cambia città è chi non sa cambiare se stesso”.

“Come stai” e “Hashtag la Victoria”. Queste due canzoni sembrano unite da un unico filo conduttore. Una superficialità di base nei rapporti con gli altri e con se stessi. “Sì – mi spiega – C’è una noia di base. Il filo conduttore è la noia. La mancanza che avverto di un po’ di socialità genuina.’Come stai’ parla proprio dell’impresa ormai del riuscire… all’uscire – e ride – Quando esco di casa mi annoio da morire. E vedo che i miei coetanei sono ancora più tristi perché devono fare un mutuo per pagarsi l’alcol. Il che mi rattrista ancora di più. Ma anche quando resti a casa non sei solo. Sei connesso con tutto il mondo. Ma sei sempre a casa. Sei solo. Ti illudi di avere cinquemila amici perché un profilo social ti dice questo”.

“Tutto questo – continua – la piazza che viene meno, le alternative sociali che non ci sono più e i social hanno fatto nascere questi due brani”.

Com’è nata la collaborazione con Roy Paci? “E’ nata per caso. L’anno scorso ci siamo ritrovati a Sanremo. Dopo la mia vittoria di ‘Musica contro le mafie’ lui è stato uno dei primi a scrivermi e a complimentarsi. Io ero al ‘Festival’ per la premiazione e lui invece stava partecipando. Abbiamo chiacchierato. Poi c’è da dire che da un anno anche Roy è un palermitano acquisito e quindi la collaborazione è venuta naturale. Lui poi è stata l’ultima collaborazione dell’album. La più faticosa perché lui poi è impegnatissimo. Proprio qualche giorno fa stavamo a pranzo insieme. E’ un fratellone…”. “Capitale” è dedicata a Palermo. La canzone è stata anche scelta come “inno di Palermo Capitale della Cultura 2018”.

Com’è nata la canzone? “E’ nata lontana da Palermo – mi spiega – Stavo ragionando se fosse giusto continuare a fare il martire della società. Per analizzare le cose a volte hai bisogno di allontanarti. Ero a Napoli. Guardavo il mare e pensavo al mare di Palermo. Mi è venuta in mente questa immagine di una donna bellissima che poi, conoscendola, scopri che in realtà è piena di cicatrici. E queste cicatrici però ti fanno innamorare ancora di più. E allora decidi che allora è la tua donna. Così sono tornato”.

“L’album – spiega – nasce con questa canzone. E la mia permanenza a Palermo anche. Non a caso è diventata inno di ‘Palermo Capitale della Cultura’. Io, parlando di Capitale, però non mi riferivo affatto al premio ma alla città come ‘capitale dell’accoglienza’ e alla ‘pena capitale’ che subisci restandoci”.

Ho letto che da dieci anni tu occupi di laboratori di scrittura creativa incentrati sul rap lavorando nelle scuole e in diversi quartieri popolari di Palermo. Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

“E’ il 50% della mia vita – mi spiega – E’ una cosa iniziata per gioco ma che poi si è connessa con la mia attività musicale. La demo del mio primo album è finita per sbaglio, circa dodici anni fa, in una associazione dello ‘Zen 2′. Mi chiesero di fare una canzone con le interviste ad alcuni pre-adolscenti. Da lì nacque il laboratorio di scrittura creativa che all’epoca non faceva nessuno. Negli anni ho affinato le tecniche ed è diventato il mio lavoro. Mi chiamano in tanti quartieri per, così dire, a rischio. E’ un progetto che ho portato anche in un carcere minorile. E raccolgo tante storie e immaginari da costruire. Questi ragazzi sono quelli che mi stanno più a cuore perché loro avranno sulle spalle le sorti di questo paese. Dovranno sopportarlo e supportalo. Io vengo dai centro sociali. Da una socialità diversa. Oggi vedo che questo non esiste più se non in piccole sacche di resistenza. Il calcio, perché alleno dei ragazzini di pomeriggio e la musica sono le mie armi per restare a contatto con i più giovani”.

“Come non ho fatto mai”. Il video è stato girato durante un tuo viaggio in Libano in due campi profughi palestinesi. Che ricordi hai di questo viaggio? “Credo che sia stata l’esperienza umana più forte – mi dice – e non solo per il viaggio. Perché confesso che ho una atavica – e ride – paura dell’aereo”. “Te ne racconto una su tutte – continua – da allora porto una chiave al collo che mi hanno regalato al campo profughi di Tripoli, in Libano, a pochi chilometri dalla Siria. Quando sono arrivato poco prima un caccia israeliano aveva bombardato proprio quella zona provocando diversi morti. Mi avevano descritto quella zona come una zona d’accoglienza. In realtà, però, la vera accoglienza l’ho vista nei campi profughi palestinesi dove ci sono sette religioni che convivono. Cristiani e maroniti che facevano laboratorio di danza. Donne col burqa a fianco di donne senza burqa. Tutti chiusi in sette chilometri. E fuori da lì non contavano nulla”.

“Quando alzavo gli occhi al cielo – prosegue – vedevo solo fili elettrici. Però loro non facevano che ridere. Anche senza telefonini. E quando, stupidamente, gli ho chiesto: ma come fate a non impazzire in questa situazione? Loro mi hanno mostrato questa chiave che è la chiave di casa loro tramandata dal ’48 e mi hanno detto: noi ci ricordiamo da dove veniamo. Questo, secondo me, è quello che manca al popolo italiano”.

“Oshadogan” è una canzone che parla di integrazione. Oshadogan fu il primo giocatore di colore convocato in nazionale. Come mai hai scelto di tirare dentro l’album questa storia? “Io sono un calciofilo. Andrò a Coverciano presto per diventare allenatore di calcio”. Tifi Palermo? “No, il Milan!”.

“Sapevo – continua – questa chicca di Oshadogan. Tutti pensano che il primo sia stato Balotelli. Ma in realtà il primo giocatore di colore convocato in nazionale fu proprio lui. Quando scrissi questa canzone ero sul treno e volevo giocare sui luoghi comuni dell’italiano: Toto Cutugno, gli zingari che rubano i bambini, il terrone che vota Salvini. E ho chiamato ‘Simona Boo’ (Simona Coppola, ndr) con la quale avevo già collaborato che è… una italiana nera. Chi meglio di lei che ha origini nigeriane e brasiliane ed è di Napoli. Lei rappresentava lo spirito di questo brano. Il pezzo forse più semplice dell’album. Però quello più diretto e di pancia”. 

In “Lividi” racconti le ultime ore di Stefano Cucchi. “Il brano è nato dopo aver visto ‘Sulla mia pelle’. Il film – racconta – ho aspettato per vederlo. Volevo far passare l’enfasi dei primi giorni. Poi quella sera mi girò lo stomaco. La storia, naturalmente la conoscevo. E, visto il mio passato, mi sentivo quasi in debito con la mia coscienza. Questo album, a forza di essere meno diretto rispetto al passato, un pezzo da ‘storytelling’ forte serviva. Sono rimasto fino alle tre sul divano a scrivere. E’ nata l’idea e avevo questo beat. Poi ho chiesto a Davide Shorty e ‘Zulù’ (Luca Persico dei ’99 Posse’, ndr), uno che viene prima di me e uno dopo, di affrontare il tema dove non abbiamo parlato solo di Stefano ma anche delle altre storie simili”. “Ti svelo – mi dice – che uscirà il video a brevissimo”.

In “Da grande” parli dei trentenni. Come va passati i trenta? “Mamma mia – e qui scoppia a ridere – Voglio un’altra domanda. Sono un vecchio di settant’anni nel corpo di un trentenne che però è convinto di averne diciassette”. E quella frase su Valentina Nappi? Io non posso citarla o “Google” mi penalizza il pezzo. “Un giorno – e ride ancora – spero di coinvolgerla in tutti i sensi. Lei accompagna il mio quotidiano da tanti anni”. “Sogno” contro “Incubo” ha in sé il dualismo dell’album? Il risveglio in una realtà da incubo. “Sì, la individui bene – mi spiega – Il sogno è la prima cosa che chiedo ai ragazzi con il quale faccio il laboratorio di scrittura creativa. E parlando con i miei coetanei mi accorgo che sembra quasi una cosa banale. Sembri un cazzone. Ormai devi pensare ai soldi mica ai sogni”. Ti considerano un buonista? “Esatto”.

“Io – continua – ho rischiato di cadere in questo loop del disfattismo, del ‘fa tutto schifo’. E’ vero che fa tutto schifo, ma non ci aiutiamo continuando a fomentarlo. Denunciarlo va bene. Ma se una cosa accanto a te va male o intervieni o ne sei complice. Anche romanticamente ho voluto essere io il sogno che parlava al ‘picciotto’ e gli dico: Ti vengo a prendere ma ci siamo persi. Lasciamo stare il perché e il come ma cerchiamo di parlarci”.

“Devo dire – continua – che questo è il brano più hardcore dell’album dove si incrociano due mood opposti con gli stessi accordi”.

In “Colloquio” dici: “Vorrei non dire nulla ma farlo suonare bene… Calcutta”. E qui già ride. Che ti ha fatto “Calcutta”? “E’ la quarta intervista dove mi chiedono di ‘Calcutta’. Io mi diverto un sacco. Ti chiedo io a te: che definizione dai a questa frase? Da hater o da complimento?”. E’ difficile dirlo. Il gioco è quello. “Esatto – mi risponde – Per me è così. Per me è un complimento”. Che poi anche dire che è un complimento si trasforma in un’offesa. E’ un circolo vizioso. “Certo. Il gioco è quello – mi spiega –  Mi fa piacere che lo hai capito. Qualche altro giornalista invece mi ha detto di non nutrire simpatie per ‘Calcutta’ e che quindi si è rivisto in questa punchline. Qualcun altro invece ha capito che c’è il complimento”.

“Io – continua – credo che ‘Calcutta’ piaccia più a mia figlia di tre anni che a me. Proprio perché non capisce i testi e gli resta in testa. Credo che sia un’arte far suonare bene le parole. Io, per esempio, non ci riesco. In questo lo invidio e gli faccio un sano complimento. Poi devo dire che i suoi contenuti dal mio punto di vista lasciano un po’ a desiderare. C’è la serie ‘Boris’ che in questo era stata perfetta. Ricordi gli sceneggiatori che quando arrivava la scena più scontata iniziavano ad esultare e a dire genio, geniale”. F5? “Esatto” e scoppia ride. “Devo dire – continua – che questo riflette bene come va la musica in Italia”.

Tu in passato hai collaborato con “Murubutu”. Con lui condividi lo stile da “storytelling”. Hai sentito il suo nuovo album? “Si – risponde – l’ho sentito più volte. Mi è piaciuto tantissimo. Ne ho parlato anche con lui. Alessio per me è un maestro. Anzi, il prof Mariani. ‘Occhiali da luna’ è il brano che mi è piaciuto di più”. Quindi: meglio “Murubutu”… o “Calcutta”? “‘Murubutu’ tutta la vita. Cento a zero. Certo che se ‘Murubutu’ sapesse far suonare i suoi contenuti come ‘Calcutta’… a quel punto non sarebbe più ‘Murubutu’-‘Calcutta’ ma sarebbe Dio”.

TRACKLIST

01. Illusione (prod. Gheesa)
02. Come stai feat. Dj Delta (prod. Naiupoche)
03. Hashtag la victoria feat. Shakalab & Roy Paci (prod. Naiupoche)
04. Capitale feat. Gheesa
05. Come non ho fatto mai (prod. Bonnot + Naiupoche)
06. Oshadogan (prod. Naiupoche)
07. Lividi feat. O’Zulù & Davide Shorty (prod. Bonnot)
08. Ancora vive feat. Simona Boo (prod. Bonnot)
09. D’amore e d’accordi (prod. Naiupoche)
10. Da grande – Rap Neomelodico feat. Enzo Savastano (prod. Naiupoche & N’Hash)
11-12. Sogno vs Incubo (prod. Gheesa)
13. Colloquio (prod. Dj Spike)
14. Terapia Popolare (pro. Gheesa).

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