Rancore, l’Argento Vivo di Sanremo: ”Le mie rime dal quadernone al Festival” L’INTERVISTA

di Gianluca Pace
Pubblicato il 20 febbraio 2019 14:06 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2019 14:06
Rancore mentre canta "Argento Vivo" durante la prima serata del Festival di Sanremo

Rancore mentre canta Argento Vivo durante la prima serata del Festival di Sanremo. Tarek Iurcich, in arte Rancore, è nato a Roma nel 1989. Il 1 giugno del 2018 è uscito il suo quarto album Musica per Bambini.

ROMA – Arrivato a sorpresa a “Sanremo” – tanto che gli organizzatori non sono neanche riusciti a segnare in tempo il suo nome sui dispacci ufficiali – “Rancore”, in coppia con Daniele Silvestri, mentre tutti litigavano, sbraitavano e si sbracciavano, si è riportato a Roma con “Argento Vivo” il premio della critica “Mia Martini”, il premio della sala stampa “Lucio Dalla” e il premio per il miglior testo “Sergio Bardotti”.

Come siete entrati in contatto tu e Daniele Silvestri? “Mi ha chiamato lui – racconta – Daniele stava lavorando sul disco e aveva questa canzone. L’idea di ‘Argento Vivo’, quando mi ha chiamato, già c’era. I primi due minuti della canzone già esistevano. E la canzone, quando l’ho sentita per la prima volta in studio, mi ha subito colpito per le prime due, tre cose che si sentono all’inizio. Il pugno allo stomaco mi è arrivato subito. Devo confessare che erano anni che sognavo di poter collaborare con Daniele e all’inizio quando mi ha chiamato stentavo a crederci”.

“Dopo l’incontro – continua – mi sono chiuso in casa per una decina di giorni e ho scritto due chilometri di strofe”. Un quadernone pieno zeppo di rime. “Quando ci siamo rivisti – racconta – abbiamo iniziato a lavorare insieme sul brano. Purtroppo non abbiamo neanche avuto il tempo di conoscerci meglio perché all’improvviso è subentrato il discorso ‘Sanremo’. E da lì in poi è stata tutta una corsa contro il tempo. Ma credo che in fin dei conti siamo arrivati a un buon risultato”.

Il quadernone pieno zeppo di rime di "Rancore"

Il quadernone pieno zeppo di rime di Rancore

Com’è stato lavorare su una canzone in parte già scritta? “E’ stato bello. Ho tirato fuori un altro punto di vista su un argomento non semplice e nel quale io mi riconoscevo particolarmente. In fondo il mio primo disco lo feci proprio tra i quindici e i sedici anni. E il mio ultimo disco, ‘Musica per Bambini’, tocca proprio questi argomenti. La canzone è come se fosse un film. E quando entra la mia parte è come se la telecamera si spostasse dal punto di vista di Daniele al mio. Io, d’altronde, non ho fatto altro che seguire la linea cinematografica che Daniele ha aperto nella prima parte della canzone. Poi con Manuel (Manuel Agnelli, ndr) il film, da normale, è diventato in 3D”.

Silvestri nella sua parte dice: “Adesso mi resta solo il Rancore”. La frase è nata prima o dopo l’incontro? “La frase, quando ho ascoltato per la prima volta la canzone, già c’era. Era abbozzata. Daniele me lo ha spiegato: se ti va di lavorare insieme questa parte la facciamo così. E’ stata una delle prime cose che mi ha detto. E mi è piaciuta subito questa di idea di voler introdurre un sentimento piuttosto che un rap. Un sentimento che viene introdotto per poi far subentrare un flusso di coscienza”.

Cosa hai pensato quanto Silvestri ti ha detto: “Guarda, che forse andiamo a Sanremo”. “Meno male che la canzone l’ho già finita di scrivere – e qui scoppia a ridere – perché se me lo diceva mentre stavo ancora scrivendo sono sicuro che non l’avrei più finita. La canzone l’ho scritta senza visualizzarmi da nessuna parte e senza visualizzarla su nessun palco. Quando mi ha chiamato, per fortuna, avevo appena finito di scrivere il testo. Per fortuna perché so quanto sono sensibile e quanta ansia e disagio mi porto addosso. Sarebbe stato sicuramente molto più complesso chiudere la strofa se avessi saputo anche soltanto dieci minuti prima che saremmo andati al ‘Festival’. E alla fine sono felice di aver portato su quel palco qualcosa di mio senza nessun compromesso”.

"Rancore" e Daniele Silvestri nello studio di registrazione

Rancore e Daniele Silvestri nello studio di registrazione

Cosa hai provato la prima volta che sei salito sul palco dell’Ariston? “Ho avuto la fortuna che sul palco nei primi due minuti… dormivo – e ride – Mi sono potuto ambientare ad occhi chiusi. Poi quando sono partito l’unica cosa a cui ho pensato è stata quella di entrare subito in questo climax ascendente per accelerare in pochi secondi da zero a cento. Ma sono contento perché siamo riusciti a portarci a casa tutte e quattro le esibizioni con molta tranquillità. Certo, è naturale, un po’ di tensione c’era, sarebbe stato folle non averla, ma devo ammettere che sono stato più di tranquillo di quello che immaginavo. Sarà stata la fortuna del principiante”.

Com’è il dietro le quinte di Sanremo? “Mah… tutto scorre molto veloce. E’ stato tutto veloce. Io – confessa – ho cercato di concentrarmi pesantemente su tutto quello che dovevo fare sul palco eliminando ogni sovrastruttura. Anche i backstage di ‘Sanremo’ li ho vissuti davvero poco, e quel poco che ho vissuto l’ho superato in una fase di concentrazione massima. Ma in generale ho visto che c’era da parte di tutti questa voglia di dare il massimo”.

"Rancore" poco prima di salire sul palco dell'Ariston

“Rancore” poco prima di salire sul palco dell’Ariston

Spesso, soprattutto negli ambienti che possiamo considerare “underground”, si considera l’andare a Sanremo come una sorta di compromesso. “Lo pensavo anche io. Ma devo ammettere che tutte le persone che mi seguono da anni, il mio quartiere, tutte le persone con cui ho lavorato, i locali, il centro sociale, qualunque persona che è entrata in contatto con me, tutti sono stati semplicemente contenti di questa esperienza. E lo erano anche prima che io salissi sul palco e ancor prima di sapere quello che avrei fatto. Durante ‘Sanremo’ il supporto è stato massimo e una volta sceso da quel palco credo di aver capito che in fondo è piaciuto quello che abbiamo fatto. Il messaggio che doveva arrivare è stato portato. In realtà, ti confesso, il pregiudizio su ‘Sanremo’ ce lo avevo io. E quando si sono resi conto che non c’è stato nessun compromesso, che la mia attitudine è rimasta la stessa, le parole le stesse, il cappuccio lo stesso, alla fine è stata una bella sorpresa per tutti”.

La vostra esibizione è stata molto teatrale. Non certo una novità per te. “Il palco dell’Ariston – mi spiega – non è affatto un palco facile. Cose che immagini possano funzionare poi magari non funzionano. Almeno questo è quello che io ho capito. Invece altre cose che sembrano molto semplici in Tv o sul palco hanno un impatto clamoroso. Noi volevamo creare una situazione semplice. Agire attraverso la semplicità e senza complicare una situazione già complicata nel testo. Volevamo tenere alta la concentrazione sulle parole. E così abbiamo pensato di mettere questi due banchi con una batteria in mezzo. La batteria di Fabio Rondanini, sottolineo, è fondamentale per il pezzo: è un motore, un treno che va. Come nel video, noi cerchiamo di stare su questo tempo che non si ferma mai. E’ una metafora che nella semplicità racconta lo stato d’animo del ragazzo”.

Daniele Silvestri, "Rancore" e Fabio Rondanini sul palco dell'Ariston durante la prima serata del Festival di Sanremo

Daniele Silvestri, “Rancore” e Fabio Rondanini sul palco dell’Ariston durante la prima serata del Festival di Sanremo

Mi ha colpito molto poi quando ti sei avvicinato a pochi centimetri dalla telecamera… “Grande. E’ vero. Il testo tocca anche l’argomento di tutto ciò che è virtuale. E stare in televisione con lo sguardo così vicino alle telecamere mi serviva per richiamare questo interagire”. A un certo punto sembravi quasi uscire dallo schermo… “Esatto – mi conferma – L’idea era proprio quella. Forse avrei voluto proprio uscire dallo schermo. Ho cercato di usare la mia mimica per far arrivare ancora di più il messaggio a casa”.

Rancore canta "Argento Vivo" durante la seconda serata del Festival di Sanremo

Rancore canta Argento Vivo durante la seconda serata del Festival di Sanremo

Fabio Rondanini lo hai citato prima. Com’è stato lavorare con lui? “Bellissimo. Come è stato bellissimo lavorare con il nostro direttore d’orchestra, Enrico Gabrielli. Un grandissimo musicista. ‘Argento Vivo’ lo possiamo definire un progetto cantautorale-rap che si è avvalso di tantissimi musicisti estremi, fortissimi. E la parte musicale devo dire che si è rivelata perfetta per l’orchestra”.

In fondo questa canzone, visto gli argomenti trattati, sarebbe stata perfetta anche per il tuo album, “Musica per bambini”. “E’ vero. Diciamo che non si distanzia il tema, il raccontare , l’aprire delle domande e non dare delle risposte. Poi c’è questa perdita di valori che magari fino a poco tempo fa si davano per scontati e che oggi vengono messi in dubbio. Sono tutti temi che fanno parte di ‘Musica per bambini’. E forse tutto quello che è successo fa parte di una magia. Io che ho sempre sognato di collaborare con Silvestri. E ci siamo incontrati. Lui che mi chiede di scrivere un pezzo con tematiche così vicine al mio album. Fa tutto parte di una alchimia particolare”.

Qualche professore si è un po’ risentito quando nel testo paragonate la scuola a un carcere. “Noi non volevamo raccontare il nostro punto di vista – mi spiega – Noi volevamo raccontare il punto di vista di un ragazzo di sedici anni che si ritrova in un contesto già preimpostato e si chiede se lui ha scelto o non ha scelto di stare in questo mondo. Ovviamente io e Daniele abbiamo due punti di vista diversi: lui da padre, io da figlio, anche se ormai cresciuto. Noi volevamo scattare una fotografia. Non è una canzone che dà risposte o che svela il nostro reale punto di vista”.

“E’ una canzone – continua – che apre delle domande, pone dei dubbi. E le critiche comunque ci stanno e sono giuste altrimenti non si sarebbero aperte delle domande, delle riflessioni o delle discussioni. Ma allo stesso tempo ci sono stati tanti altri feedback positivi da parte di mamme o figli che per una volta hanno guardato qualcosa insieme, hanno letto insieme il testo. Mamme e figli che per una volta hanno trovato un punto di contatto, un punto di comunicazione con un testo che parla di non comunicazione. E’ questa è una cosa che ci ha ripagato molto”.

“Nella tasca un apparecchio/Specchio di quest’inferno”. Una delle domande aperte nella canzone è quella sulla tecnologia. “Nel pezzo non abbiamo voluto demonizzare la tecnologia. La tecnologia porterà a grandi cambiamenti, questo è sicuro. Ma forse sono cambiamenti troppo veloci dove non c’è neanche il tempo di una educazione per l’utilizzo. Si creano delle problematiche sociali e psicologiche. Nella canzone proviamo a tracciare un quadro di quello che può essere la crisi che viviamo oggi, anche dentro casa e in famiglia. Una crisi che vivono sia i figli che i genitori. I figli che hanno un mezzo nuovo in mano, i genitori che perdono di autorità perché sono i primi a cascare in questo nuovo mondo”.

“Il mio rapporto con la tecnologia – confessa – non è il massimo, però vedo la tecnologia come una espansione di una maschera che già in parte metto quando sono ‘Rancore’. Sto cercando nel corso degli anni di non trasformare la tecnologia in una espansione di me stesso, ma solo in una espansione di quello che già faccio con la musica. Spesso la tecnologia diventa un prolungamento delle persone invece che uno strumento per migliorare il loro lavoro. Ho paura di mettere troppa intimità nella tecnologia. Ci deve essere la giusta distanza tra noi e lo schermo”.

Hai parlato di identità e di maschere. Ma com’è nato il nome “Rancore”? “La scelta di questo nome viene da prima del mio primo disco. Primo disco che feci a quindici anni. Ero un adolescente e il significato era quello che può dare un adolescente al rancore. Con il tempo questo nome ha preso diversi significati. Sicuramente ora è un sentimento ben presente in Italia. C’è un motivo se alla 69° edizione del Festival il rancore è presente, come sentimento e non solo come rapper. Io ora quello che vedo dietro questo nome è un po’ quello che ‘Batman’ vede dietro al suo. ‘Batman’, in fondo, si veste da pipistrello perché è convinto che i suoi nemici abbiano paura dei pipistrelli quando l’unico che ha paura dei pipistrelli è proprio lui. Ed è lo stesso motivo perché mi vesto, tra virgolette, da ‘Rancore’. Per uccidere e esorcizzare questo sentimento. E in fondo per trovare il suo contrario che forse è il perdono”.

Nella serata dei duetti vi siete presentati con Manuel Agnelli. Com’è nata la collaborazione con lui? “Il duetto è stato importante. E poi – e qui ride – eravamo in tre. Quindi sul palco eravamo un trietto. L’esibizione con Manuel mi è piaciuta molto. Anche la regia. Il tutto si è trasformato in un piccolo cortometraggio. Con l’apporto di Manuel questa storia diventa un vero e proprio film con un terzo punto di vista. Quando ho rivisto l’esibizione mi ha dato l’idea del musical”.

Ma poi avete visto la Roma prima di salire sul palco con Agnelli? “E’ vero, c’era la Roma ma io purtroppo con il calcio ho un rapporto… strano. Non ho seguito un cazzo – e ride – Daniele l’ha seguita e su Twitter ha fatto finta che Manuel fosse della Roma. Ma non credo proprio che Manuel sia della Roma. Diciamo che Daniele con quel tweet ha mandato un po’ in confusione tutti”.

Avete vinto il premio della critica “Mia Martini” e il premio “Lucio Dalla”. E anche il premio Sergio Bardotti per il miglior testo. Che effetto ti fa? “Un bellissimo effetto. Sicuramente vincere il premio della critica con questo pezzo è stata la vittoria. Una vittoria da scrivere tutta in maiuscolo. Nel mio piccolo, come ‘Rancore’, aver preso il premio per il testo, sarà che so’ morto sui fogli nella mia vita, mi ha dato sicuramente una grande soddisfazione”.

Mahmood ha vinto il Festival. Ci sono nate numerose polemiche. Ti è piaciuta la sua canzone? “Devo dire la verità: sono stato talmente concentrato su quello che dovevo fare sul palco che non ho seguito queste polemiche. La canzone di Mahmood mi è piaciuta, ma non ho seguito tutto il casino che è nato dopo. Mentre premiavano Mahmood, d’altronde, avevamo appena vinto i premi e stavo facendo delle interviste. Ho capito che era successo qualcosa ma non ho seguito molto. Nei giorni successivi mi sono informato come tutti. Posso dire però che la canzone di Mahmood l’ho sentita e mi è piaciuta”.

Questo è stato uno dei primi “Festival” dove si è dato molto spazio al rap… “Sì, un Festival di rottura. E secondo me i prossimi saranno condizionati da questo Festival. Dovranno tenerne conto. Questa edizione sarà considerata una edizione spartiacque”. C’è chi dice che il rap stia uccidendo la melodia italiana… “Secondo me c’è semplicemente un utilizzo diverso della parola. Ovvio, il rap non è un fenomeno nato in Italia. Porta sicuramente con sé delle influenze diverse dalla melodia italiana. Come sempre sarà il tempo a parlare. Ma credo che alla fine si arriverà a una sintesi. Alla melodia piano piano si aggiungerà questo modo ritmico di cantare. Alla fine è come sentire suonare un violino o una batteria. Non si può dire che la batteria rovini il suono del violino. Se li senti suonare insieme, invece, magari si crea qualcosa di nuovo. Il rap ormai è riconosciuto in Italia e, nel momento in cui sarà totalmente acquisito, ci saranno dei periodi di sintesi. Alcuni cantautori come Silvestri, per esempio, già lo fanno da vent’anni”.

L’album è andato benissimo. Ora, dopo ‘Sanremo’, continuerà il tuo tour. E dopo il tour quali saranno i progetti futuri? “Il progetto futuro al momento… è finire questo tour invernale. Poi inizieremo il tour estivo dove ci sarà qualche novità. Nel tour come sempre ci saranno tanti aspetti teatrali e scenografici. Ci saranno dei costumi, delle maschere e degli strumenti nuovi sul palco. Chi ha apprezzato il disco potrà vedere il discorso riportato in maniera fedele sul palco. Quasi alla follia. Ora il progetto futuro è mantenere il fiato per arrivare all’estate e portare questa parola e questa attitudine più in giro possibile”.

Le prossime date del tour di Rancore

Le prossime date del tour di Rancore

Il video ufficiale di “Argento Vivo”:

Piccolo viaggio ai confini della musica italiana. LE INTERVISTE.