Si trasforma in un razzo missile, Stefano Di Trapani: “Le sigle dei cartoni animati hanno influenzato la vita di intere generazioni” L’INTERVISTA

di Gianluca Pace
Pubblicato il 12 Ottobre 2019 7:30 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2019 19:04
Si trasforma in un razzo missile, la copertina del libro di Stefano Di Trapani

Si trasforma in un razzo missile, la copertina del libro di Stefano Di Trapani

ROMA – Cosa c’entra Franco Migliacci, l’autore della canzone italiana più famosa al mondo, “Nel Blu dipinto di blu” con Mazinga? Cosa c’entra Ennio Morricone con Gattiger? Non lo sapete? Allora – momento televendita – questo è un buon motivo per correre in libreria e andare a comprare “Si trasforma in un razzo missile” (Rizzoli Lizard Edizioni), la guida completa alle sigle, italiane, dei cartoni animati giapponesi che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza di molte generazioni italiche. La guida è firmata dal giornalista di “Vice” Stefano Di Trapani (aka Demented Burrocacao).

Com’è nata l’idea del libro?

“All’inizio avevo pensato a un altro tipo di lavoro. L’idea iniziale, infatti, era quella di raccogliere in un unico volume gli articoli pubblicati per ‘Vice’. Ma alla fine questo progetto non è decollato. In fondo gli articoli erano già online. Quindi ho scelto di puntare su una delle mie fisse: le sigle dei cartoni animati. D’altronde c’è poca letteratura sull’origine delle sigle dei cartoni animati e su tutto il sottobosco musicale che ci ha gravitato intorno. Per rendere meno noioso il tema poi ho scelto di non puntare su un semplice saggio ma su un vero e proprio racconto con un collegamento emozionale. Ho voluto mostrare come le sigle abbiano influenzato la vita di intere generazioni”.

E il titolo come lo avete scelto?

“Il titolo non l’ho scelto io – ride – è stato Pasquale La Forgia, il boss, a spingere fino alla morte per questo titolo. Io avrei optato per ‘Quando schiaccia un pulsante magico (lui diventa un ipergalattico)’, che sarebbe stato un titolo più collegato ai sintetizzatori. Ma con ‘Si trasforma in un razzo missile’ devo dire che siamo riusciti a far entrare senza sottotitoli, oltre al discorso della canzone, anche il concetto di trasformazione. Trasformazione soprattutto personale”.

Nella quarta di copertina scrivi “Se l’infanzia è una guerra, le sigle dei cartoni animati sono state i nostri canti di battaglia”.

“Le sigle dei cartoni sono state dei veri e propri inni alla resistenza. Da bambino ti devi difendere, devi trovare il tuo spazio e trovare anche il modo di attaccare, se necessario. Da bambino, insomma, devi trovare un sistema per stare al mondo. E queste sigle sono stati gli inni di questa guerra. Poi erano periodi difficili: erano gli anni del terrorismo, della droga, di un boom economico fasullo. Ogni generazione, d’altronde, ha le proprie guerre e le proprie battaglie da combattere, soprattutto disertando e pensando ad un futuro diverso”.

Il primo cartone che citi è Goldrake.

“E’ stato il primo che ho visto”.

Un cartone, scrivi, che “fu osteggiato dall’Italietta dell’epoca”.

“Assolutamente. Siccome sparava i missili e uccideva i nemici, fu etichettato come fascista. Che cazzo ne so che c’avevano nella testa. Evidentemente in molti non avevano mai visto il cartone. Vedevano solo la violenza di superficie. Sarebbe bastato informarsi ma all’epoca, probabilmente, c’era poca voglia di farlo e c’erano anche pochi mezzi”.

Spesso i cartoni sono stati giudicati troppo superficialmente?

“Beh, dagli adulti sì. I ragazzi invece capivano al volo di cosa si stesse parlando. A noi il senso arrivava. Erano cartoni, a loro modo, pedagogici. Molto più di quelli che ci sono ora, che probabilmente produrranno soggetti violenti vista l’assenza di qualcosa che esorcizzi la violenza stessa”.

Nel libro ti soffermi sulla sigla finale di Goldrake, “Shooting Star”. Una canzone, scrivi, che ti ha cambiato la vita.

“Sai, tu devi pensare alla situazione: hai quattro anni e vedi la sigla di apertura e dici ok, è carina, saltelli – ride – poi segui la storia dell’episodio, ti arrivano le pezze e alla fine arriva questa canzone che mette tutto insieme. Arriva il buio, la luce e ci sono questi suoni assurdi con questo basso fretless che non sai da dove cazzo viene. Negli anni ’70, in Italia, il basso senza tasti non era molto diffuso. Anche gli adulti facevano fatica a capire di cosa si trattasse. Figurati io. Il primo che lo portò in Italia nel pop italiano, se non sbaglio, fu Red Canzian dei Pooh quando tornò dagli Stati Uniti. Sono state queste sonorità ad aprirmi un mondo che poi ho capito solo dopo. E poi… è un pezzone”.

Cosa hanno in comune “Ricominciamo”, “Zingara”, “Non voglio mica la Luna” e la sigla di chiusura di Goldrake?

“L’autore dei testi: Luigi Albertelli. E poi in molti non sanno che Franco Migliacci, l’autore di ‘Nel blu dipinto di blu’, scrisse anche la sigle di Daltanious e Mazinga. In molti con le sigle dei cartoni animati si sono lanciati nel futuro. Queste sigle spesso sono state etichettate come canzoncine per bambini ma in realtà sono state le canzoni per i bambini del futuro. Le canzoni degli adulti di oggi”.

La sigla fu registrata dagli Actarus. Da chi era composto il gruppo?

“La band era composta da Ares Tavolazzi, ex Area, Ellade Bandini, futuro batterista fisso di Francesco Guccini, Vince Tempera e poi Massimo Luca, già chitarrista di Lucio Battisti. Poi alla voce c’era un giovane Fabio Concato. E c’era anche Michel Tadini dei Gens”.

Hai trovato anche un collegamento tra Ennio Morricone e Gattiger.

“Sì. Gattiger, infatti, è il rifacimento di un pezzo che Morricone scrisse per una colonna sonora degli anni ’70, ‘Dance on’. Il tastierista dei Libra, Alessandro Centofanti, la riarrangiò e così nacque la sigla”.

Nel libro poi c’è un capitolo importante dedicato a Kiss me Licia. Nel libro scrivi che “i Bee Hive sono stati più importanti dei Beatles per quelli della tua generazione”.

“Per me sicuramente. Era un gruppo rock con una vita veramente… rock, fatta di serate, tour, ecc. C’è poi questo amorazzo a tre… molto rock anche quello. A me i Bee Hive han fatto venire la voglia di prendere una chitarra in mano. Loro e Prince, visto che il film Purple Rain sembra quasi un remake di Kiss me Licia. E comunque sì: secondo me sono stati più importanti dei Beatles. Poi ci sono anche tanti punti in comune tra i Beatles e i Bee Hive. In fondo anche i Beatles, a loro modo, erano dei cartoni animati viventi ad inizio carriera”.

Capitolo Cristina D’Avena. Tu la definisci la “tiranna delle sigle dei cartoni animati”. Ha monopolizzato la scena?

“Secondo me sì. Anche a suo malgrado. Credo glielo abbiano anche imposto. Lei funzionava e quindi non valeva la pena perdere tempo a cercare altre cose. All’inizio Cristina D’Avena era una come tante tra i cantanti delle sigle. Lei però ha sempre avuto una voce particolare, una voce non dico punk ma molto da ‘giovinetti che vanno sulle vespe’. Una via di mezzo tra il Tempo delle Mele e Amore Tossico. Kiss Me Licia e i Puffi poi l’hanno lanciata con un successo ovviamente inaspettato. Ora, finalmente, può fare a meno di fare la bambina. Si può dire che Cristina D’Avena con il tempo ha seguito la crescita dei suoi fan e si è molto emancipata dal suo personaggio”.

Che differenze ci sono tra i cartoni dell’epoca e quelli di oggi? Nelle sigle c’è ancora questa voglia di sperimentare?

“Il discorso da fare è che in questi anni le televisioni hanno tagliato, alla grande, i fondi a disposizione. Non si ha più interesse a certi tipi di cartoni e quando ci sono si tende a lasciare le canzoni originali giapponesi”.

“Prima – spiega – le marcette giapponesi, perché le sigle originali erano vere e proprie marcette, venivano rivoltate come un calzino in Italia. Ora invece le sigle giapponesi sono diverse, migliori. Ora i giapponesi fanno avanguardia, fanno metal, techno, elettronica. E in Italia non si ha più la voglia e il tempo per lavorarci, dovrebbero setacciare l’underground”.

“E poi – continua – i cartoni di oggi sono diversi. Forse manca anche la potenza alla base, la potenza della storia per fare sigle di un certo livello come nel passato”.

I cartoni sono cambiati? Oggi un Kenshiro sarebbe considerato troppo violento?

“Oggi sarebbe impossibile a larga scala. Già all’epoca era considerato troppo violento e tra l’altro in Italia è stato anche censurato. L’idea di oggi è quella di coltivare una generazione senza impulsi. Anche se per fortuna ora su Internet si può trovare di tutto. La televisione generalista ora però ti vuole solo proporre cartoni divertenti. Noi invece… facevamo gli incubi. Non è un discorso nostalgico, semplicemente è cambiato tutto e le nuove generazioni, con questo libro, spero se ne accorgano”.

Perché definisci la Principessa Zaffiro come “la pietra dello scandalo”?

“E’ stata una vera e propria eroina. La Principessa Zaffiro ha rappresentato la fluidità di genere e ha anticipato le tendenze odierne. Il nome originale del cartone, infatti, era Sapphire, da Saffo, che poi noi abbiamo trasformato in Zaffiro. Anche a livello musicale la Principessa Zaffiro è stata veramente importante con questa sigla un po’ medievale, che anticipa un po’ certe cose di oggi tipo Vessel. Una cosa nuova alle orecchie dei bambini, per quanto ispirato all’antico. Per me è stata fondamentale”.

Di Ranma scrivi “che ci ha insegnato a fregarcene delle differenze”.

“Sì, con Ranma il problema delle differenze salta proprio, così come il concetto di identità fissa. Ranma è stato importante anche a livello musicale. La sigla ha avvicinato molti ragazzini al J-Pop”.

Poi tu da una parte metti Capitan Harlock e dall’altra Daltanious. Quali sono le differenze tra i due cartoni?

“Non c’è gara. Capitan Harlook è duemila spanne sopra. Poi Harlock ha un messaggio antimilitarista fortissimo. E’ un cartone molto politico. Daltanious invece un po’ di meno. Daltanious poi è stato un po’ fatto proprio, senza nessuna logica, dalla destra. Veramente senza nessuna logica. Daltanious, in realtà, non lotta contro invasori stranieri ma contro invasori dittatoriali. Una bella differenza. Non c’è il concetto di invasore straniero. Il problema di Daltanious è stata la sigla, forse una delle più brutte. La sigla, infatti, ha un testo, diciamo, poco chiaro e facilmente fraintendibile. Capitan Harlock invece non può proprio essere frainteso: è un pirata e ha un teschio nella bandiera che vuol dire libertà. C’è ben poco da fraintendere. Basta studiare la storia dell’anarchismo. Ma purtroppo c’è molta ignoranza. In molti, vedendo semplicemente una cosa nera, lo hanno collegato al fascismo. Forse non si sono accorti che la fondina del mantello è rossa. Poi nel lato B del disco c’è la canzone della Banda dei Bucanieri, ‘I corsari delle stelle’, dove si parla di bottini, covi e rapine: insomma un inno antisistema”.

1986 è l’anno di Chernobyl e l’anno dopo esce Ken il guerriero. Cosa ci puoi raccontare della sigla?

“Quella di Ken il guerriero è una sigla strana, una sigla che non è mai uscita come singolo. Cosa insolita visto il successo dell’epoca. Poi la canzone di Ken è uno degli esempi migliori di new wave italiana tanto da superare, secondo me, anche i Litfiba dell’epoca. L’autore è Claudio Maioli, non proprio uno qualsiasi. Maioli, infatti, suonava le tastiere con Battisti e ha lavorato in Anima Latina”.

“Nella sigla – continua – Maioli per la prima volta decide di cantare. Non lo aveva mai fatto. E quando canta sembra davvero un pischello depresso quando invece era già… attempato. Ma tira fuori questa voce incredibile”.

La sigla originale non c’entra niente con quella italiana?

“No, assolutamente. Quella giapponese della prima serie ‘You wa shock’ così come quella della seconda,’ Tough Boy’, sono più metallare, con un altro mood. La versione italiana della prima serie è decisamente superiore alla versione originale. Anche a livello di immaginario, sia nei testi che nei suoni, la versione italiana è molto più bella. Una canzone, quella italiana, quasi alla Joy Division mentre quella giapponese è più AOR”.

E’ la sigla più bella di sempre?

“Per me no. Io sono molto affezionato a Baldios, una bombazza. E poi sono molto affezionato ad alcune sigle meno gettonate, per esempio quella di Gaiking. E poi ce ne sono tante altre. C’è, per esempio, quella di Galaxy Express, un pezzone elettronico. La canzone di Galaxy Express, opera degli Oliver Onions, fu poi riciclata per il film Bomber di Bud Spencer proprio perché era… fenomenale”.

In queste sigle si può dire che si è espressa una vera e propria avanguardia musicale italiana?

“Sicuramente. Chi lavorava su queste sigle non aveva limiti. Era un campo, un mestiere che non esisteva. Si guardavano in faccia e si dicevano: ma ora con ‘ste sigle che cazzo dovemo fa’? Poi c’è da dire questo immaginario spaziale ha aiutato a osare. Il sintetizzatore che si sente in Mazinga, per esempio, spacca tutto. Se lo metti a un volume importante lo senti davvero come un suono ciccione, una roba incredibile. Niente era lasciato al caso. Ma questo è successo solo in Italia. L’Italia rappresenta un po’ un unicum. In Francia, per esempio, le sigle, come quelle giapponesi, erano delle semplici marcette. Erano mosce”.

“L’Italia negli anni ’70 – continua – era affamata di novità. Abbiamo provato delle strade originali e dove non siamo arrivati con i mezzi, con i soldi, siamo arrivati con la fantasia. Avevamo pochi mezzi ma li abbiamo sfruttati al massimo. Poi abbiamo avuto anche delle vere e proprie eccellenze. Abbiamo avuto, per esempio, gli istituti fonologici migliori in europa se non nel mondo : era tutto in mix di queste due facce di una stessa moneta”.

“Le sigle dei cartoni – spiega – sono state un modo per sintetizzare tutte queste esperienze in qualcosa di più accessibile. Un vero e proprio laboratorio di sintesi che poi ci ha portato, anche a livello di linguaggio, al pop, all’indie-pop di oggi. Ed anche alla roba più pesa, tipo l’harsh noise”.

Tu sei un grande fan dei Pooh. Il prossimo libro sarà su di loro?

Qui prende tempo. “Eh… poesse” e scoppia a ridere.

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