Usa, musica. Dylan, 50 anni fa l’inno che cambiò una generazione

Pubblicato il 14 gennaio 2014 9:57 | Ultimo aggiornamento: 14 gennaio 2014 9:57
Bob Dylan

Bob Dylan

USA, NEW YORK – Cinquant’anni fa, il 13 gennaio 1964, veniva pubblicato “The Times They Are A-Changin'”, terzo album ufficiale di Bob Dylan, un capolavoro acustico per sola chitarra, armonica e voce, con cui il menestrello di Duluth, Minnessota, dava un nuovo significato alla canzone di protesta, diventando uno dei simboli di quella folk scene che dava voce alle inquietudini di un’America già impegnata nel Vietnam e scossa da una forte voglia di cambiamento.

Se “With God On Our Side”, “Ballad of Hollis Brown” e “The Lonesome Death of Hattie Carroll” sono titoli di spicco del canzoniere dylaniano, è la title track a rappresentare un capitolo importante della leggenda di Robert Zimmerman. Non a caso è stata inserita da Rolling Stones tra le 100 più belle canzoni di sempre. Il brano in realtà era stato registrato tra il 23 e il 24 ottobre del 1963: il 22 novembre il presidente John Fitzgerald Kennedy venne assassinato a Dallas. Il giorno dopo Dylan apri il concerto proprio con questa canzone che rimarrà a lungo il primo titolo delle scalette delle sue performance dal vivo.

Nonostante abbia sempre rifiutato (e perfino combattuto) il ruolo di guida del movimento, in un’intervista a Cameron Crowe, l’autore di “Blowin’ in The Wind” la definì “una canzone con uno scopo. Sapevo cosa volevo dire e per chi lo volevo dire. Sai, naturalmente questa canzone è influenzata dalle ballate irlandesi e scozzesi… Volevo scrivere una grande canzone, una sorta di canzone a tema, sai, con versi brevi e concisi che si accumulavano l’uno sull’altro in una maniera ipnotica… il movimento dei diritti civili ed il movimento della folk music furono abbastanza vicini ed alleati per un certo periodo in quell’epoca. Quasi tutti si conoscevano tra di loro. Dovetti suonare questa canzone la stessa sera che il Presidente Kennedy morì. Prese il posto di canzone di apertura dei concerti e lo tenne per un lungo periodo”.

In cinque strofe, Dylan dipinge il tumultuoso cambiamento in arrivo: si rivolge prima alla gente e la invita a nuotare se non vuole annegare nelle acque che salgono; ai critici e agli scrittori. Ai senatori e deputati del Congresso avvertiti della battaglia che stava scoppiando, ai padri e alle madri ammoniti che “i vostri figli e le vostre figlie sono al di là dei vostri comandi”. Poi una chiusura di ispirazione biblica: “La linea è tracciata, il presente adesso sarà il passato ed il primo ora sara l’ultimo poi perchè i tempi stanno cambiando”. Al di là delle innumerevoli cover incise negli anni, “The Times They Are A-Changin'” resta una delle canzoni più importanti di sempre, il simbolo di una stagione che continua a rappresentare un capitolo decisivo della storia recente.

La canzone di Dylan, esile figura di menestrello, fu profetica. Quattro anni dopo le tensioni che già scuotevano la società americana, e non solo, esplosero nel ’68 e negli anni a seguire con una forza che investì anche il resto del mondo. La guerra in Vietnam sempre più feroce, la contestazione pacifista, la rivoluzione degli hipies, gli assassinii di Robert Kennedy e Martin Luther King, l’amore libero, i giovani che fuggivano in Canada per non andare a combattere i Vietcong all’altro capo del mondo, le sanguinose rivolte nei ghetti neri. Dyland aveva visto tutto.