Riforma del Parlamento: tutti d’accordo, ma senza tradire la Costituzione

di Luigi Zanda
Pubblicato il 5 giugno 2009 11:58 | Ultimo aggiornamento: 5 giugno 2009 12:26

Ormai da parecchie legislature il sistema dei partiti italiani ha accettato l’idea di  modificare in via di fatto l’assetto istituzionale e, persino, costituzionale della Repubblica attraverso le leggi ordinarie e prassi incostituzionali.

Preso atto della difficoltà di modificare di comune accordo la Costituzione, spesso le maggioranze parlamentari, che di volta in volta si sono trovate al governo del Paese, hanno preferito contare sulla forza dei propri numeri.

L’esecutivo attualmente in carica, la coalizione di centrodestra che lo sostiene e, soprattutto, il presidente Silvio Berlusconi, però, hanno gradualmente portato all’estremo questa degenerazione, procedendo a vere trasformazioni costituzionali delle istituzioni pubbliche con atti unilaterali di vastissima portata.

Trascuriamo, per ora, la profonda e distruttrice riforma costituzionale della passata legislatura, poi bocciata dal referendum popolare. Fermiamoci alla legge Calderoli del 2005, con la quale il centrodestra ha modificato il sistema elettorale italiano introducendo pillole di bipartitismo e di presidenzialismo attraverso le liste bloccate e decisioni dall’alto, nonché rompendo il rapporto tra i cittadini e i parlamentari con l’abolizione dei collegi elettorali.

Senza contare, poi, l’uso massiccio dei decreti legge, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti governativi. Tutti espedienti che, se utilizzati quotidianamente, portano a uno svuotamento dei poteri del Parlamento e, di conseguenza, dei diritti dell’opposizione. In definitiva Berlusconi sta mettendo in discussione con la sua azione politica il principio stesso della divisione dei poteri, espropriando il Parlamento del potere di fare le leggi di fatto trasferito dalla sfera d’azione del governo.

Che l’iter legislativo italiano vada necessariamente velocizzato trova tutti d’accordo. Purché si tenga presente che la prima questione è quella della qualità delle nostre leggi, più che del loro numero o del tempo che ci si mette ad approvarle. Le proposta già depositate dal Partito democratico per rivedere i regolamenti parlamentari tengono conto di questi obiettivi.

Bisogna però ricordare sempre che i Padri costituenti hanno tenuto fermo il principio che il nostro è un sistema politico è basato su una democrazia parlamentare rappresentativa, non su un regime di presidenzialismo strisciante.

Per questo le modifiche al funzionamento delle Camere debbono assolutamente puntare su due obiettivi: semplificazione del procedimento legislativo per rendere più semplice al governo l’attuazione del suo programma e contemporaneamente piena garanzia del ruolo e dei poteri delle minoranze.

Concentrarsi solo sul primo aspetto, come vorrebbe il governo Berlusconi, porterebbe solo al rischio di una pericolosissima “dittatura della maggioranza”.