Bloccare le costruzioni e puntare sull’agricoltura. Una politica miope

di Viola Contursi
Pubblicato il 10 agosto 2012 15:57 | Ultimo aggiornamento: 11 agosto 2012 9:22
Mario Catania Ministero delle Politiche agricole e forestali

Mario Catania, ministro delle Politiche agricole e forestali (Lapresse)

ROMA – Dopo aver firmato il referendum contro la “cementificazione di Roma” il ministro dell’Agricoltura Mario Catania ci dice che: ”Va fermata la cementificazione se vogliamo far ripartire il Paese con una nuova economia”. E quale sarebbe questa nuova economia secondo lui? L’agricoltura da cui, a suo parere, “può arrivare una spinta contro la crisi”. E per questo il governo sta preparando un ddl che arriverà a Palazzo Chigi a settembre con lo scopo di bloccare l’erosione dei campi.

”Nei decenni passati – afferma Catania in un’intervista a Libero – abbiamo immaginato un modello di sviluppo che nel breve ha avuto anche elementi positivi, ma che ha il fiato corto e ci ha lasciato danni ambientali ingentissimi. Abbiamo inseguito chimere come la siderurgia, la chimica pesante, stiamo continuando a ingrossare le periferie urbane dove non c’è lavoro. Questo non va bene. Il nostro nuovo modello di sviluppo può basarsi sulla vocazione che è storicamente di questo Paese: agricoltura, agroalimentare, industria ad elevata tecnologia e innovazione, creatività”.

Ma l’agricoltura, quando non è legata all’industria e al commercio, non dà ricchezza, soprattutto in un Paese come l’Italia. Moltissimi Paesi e civiltà lo hanno dimostrato anche nel corso dei secoli. E, con buona pace degli ambientalisti, come si fa a dire che si può superare la crisi tornando sui campi e bloccando le costruzioni? In un’economia capitalistica come quella in cui viviamo, e a cui ci piaccia o no non possiamo derogare, non si può pensare di trainare lo sviluppo attraverso un’attività così strettamente legata al cambiamento climatico, soprattutto se non industrializzata.

Lo sviluppo, ci dispiace per Catania, viaggia e viaggerà sempre di più su altri binari:prima di tutto l’industria e poi il commercio, e perché no? anche la finanza, quel poco che ci lasciano fare i grandi centri di New York e Londra e necessariamente collegata alle altre attività. Come si fa quindi a pensare che nel XXI secolo il ritorno all’agricoltura possa farci uscire dalla crisi? Capiamo che Catania, in qualità di ministro dell’Agricoltura, non può esimersi dal tentare di dare risalto alla sua materia ma ci si deve sempre rapportare alla realtà in cui si vive. Mettiamo che blocchiamo le costruzioni e ci buttiamo a capofitto nell’investire in agricoltura: poi il clima impazzisce, non piove per tutto l’invero eppure gela, d’estate non fa un goccio di pioggia, le colture si seccano e muoiono, e allora che si fa? Si vive di rimpianti?

In secondo luogo, non si capisce perché per forza di cose lo sviluppo dell’agricoltura, che può essere da un certo punto di vista anche sacrosanto se non visto come fonte economica principale, debba essere antagonista della costruzione di nuovi edifici e di nuove infrastrutture. Costruire non significa necessariamente “cementificare”, significa sviluppo e significa anche investire e dare lavoro a moltissime persone occupate nell’indotto: dai carpentieri agli ingegneri, dagli architetti ai costruttori. E non necessariamente si costruisce su campi coltivati: più spesso le nuove abitazioni, ad esempio, sorgono in campi abbandonati da tempo. Ora scopriamo che era meglio coltivarli? E ricordiamoci che non tutte le zone, non tutti i terreni, offrono condizioni ottimali per essere coltivati.

Allora che si fa? Si deve imporre certo che le nuove costruzioni non siano degli eco-mostri, che seguano regole rigide come avviene in tutte le capitali europee. Ma bloccare del tutto le nuove costruzioni non solo non serve ma bloccherebbe un’importantissima fonte di sviluppo e di ricchezza. Volerla annullare ci sembra quantomeno una politica un po’ miope, soprattutto per un governo di tecnici.