1816, l’anno senza estate. Allora fu Tambora vulcano, stavolta i ghiacci artici

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 Giugno 2013 14:52 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2013 14:52

pioggiaROMA – Ancora una settimana di brutto tempo e temperature sotto la media, è la previsione dei metereologi per i prossimi sette giorni. E tra meno di un mese, molto meno, sarà estate. Sarà? Nel 1816 l’estate non arrivò, e non a caso quell’anno è passato alla storia come “l’anno senza estate”. Allora la colpa fu dei vulcani, Tambora su tutti, che con le loro esplosioni oscurarono il cielo impedendo ai raggi solari di raggiungere la Terra. E oggi?

Quella del 2013 sarà un’estate forse fresca, magari più corta, ma sarà comunque estate rassicurano i metereologi. Per la serie “non preoccupatevi che, forse un po’ in ritardo, ma comunque arriverà”. Ma la fantasia, e le chiacchiere specialmente, corrono. E già si mormora, al mercato, “ma hai sentito che quest’anno non ci sarà l’estate?”. Impossibile, apparentemente, ma un anno senza estate c’è stato per davvero: il 1816.

All’epoca la Terra già stava attraversando quella che si definisce una “mini era glaciale”. Era in altre parole in una fase fredda del clima, caratterizzata di inverni rigidi ed estati brevi. Ma non bastava ovviamente questo a cancellare le estati. Nell’aprile del 1815 però, in Indonesia, allora Indie Olandesi, si verificò una gigantesca eruzione vulcanica. Il monte Tambora, alto oltre 4 mila metri, nel corso dei quasi quattro mesi di eruzione, si ridusse fino agli attuali 2 mila e 800 circa.

Raccontano le cronache dell’epoca: “Nel mese di Aprile, una delle più spaventose eruzioni registrate nella storia, si verificò in provincia di Tambora, nell’isola di Sumbawa, a circa 200 km dall’estremità orientale di Java. Nel mese di Aprile dell’anno precedente il vulcano era stato osservato in uno stato di notevole attività, dopo aver eruttato ceneri sui ponti delle navi che navigavano davanti alla costa. L’eruzione del 1815 iniziò il 5 aprile, ma raggiunse la massima violenza tra l’11 e il 12, e non cessò del tutto fino a Luglio. Il suono delle esplosioni fu udito sino a Sumatra, alla distanza di 970 miglia geografiche in linea retta, e in direzione opposta alla distanza di 720 miglia. Su una popolazione di 12.000 residenti, in provincia di Tambora, solo ventisei individui sopravvissero all’evento. Turbini violenti portarono uomini, cavalli, bovini in aria, sdradicarono i più grandi alberi dalle radici, e coprirono tutto il mare di legname galleggiante. Grandi tratti di terreno furono coperti dalla lava, diversi flussi dal cratere raggiunsero il mare. La caduta di cenere fu così pesante che fece irruzione sino alle abitazioni di Bima, città sulla costa orientale dell’isola Sumbawa posta a 64 chilometri ad est del vulcano, rendendo varie abitazioni inabitabili. Sul lato di Java le ceneri arrivarono sino a 500 chilometri e circa 350 verso Celebes, in quantità sufficiente per scurire l’aria. Le ceneri si depositarono per uno strato di circa 2 metri di spessore per diversi chilometri di estensione, attraverso il quale le navi si fecero strada con difficoltà. Il buio provocato durante il giorno sull’isola di Java fu così intenso, che rappresenta un evento unico nella storia, più buio anche delle attuali notti. Anche se la polvere vulcanica rappresenta un materiale impalpabile, diviene notevolmente pesante se compressa”.

Quell’enorme quantità di cenere, aggiungendosi per di più a quelle espulse da altri due vulcani esplosi nel 1812 nei Caraibi e nel 1811 nelle Filippine, andò a formare una specie di filtro nella stratosfera terrestre, impedendo ai raggi solari di irradiare normalmente il nostro pianeta. Questo produsse effetti devastanti sul clima, a dire il vero non solo nel 1816 ma per un arco di tempo più lungo, che si tradussero in inondazioni, carestie, epidemie ed anche anni senza estate. In quell’anno, il 1816, il ghiaccio distrusse la maggior parte dei raccolti del New England, Canada orientale e ancora New England furono teatro di due grandi tempeste di neve che provocarono numerose vittime; all’inizio di giugno quasi trenta centimetri di neve ricoprirono il Québec, e a luglio ed agosto i laghi e i fiumi ghiacciarono in Pennsylvania. Grandi tempeste, piogge anomale e inondazioni dei maggiori fiumi (incluso il Reno) colpirono poi l’Europa.

Quest’anno notizie di gigantesche eruzioni vulcaniche non se ne hanno. Ma si ha notizia di inondazioni e piogge torrenziali in Europa, come anche di gelate e tempeste eccezionali negli Stati Uniti. Non vuol dire questo, ripetono i metereologi, che anche il 2013 sarà un anno senza estate. Certo però in Italia un maggio così freddo e piovoso non lo vedevamo da tempo. E se non è colpa della cenere vulcanica è comunque bene domandarsi a cosa il clima quantomeno inusuale è dovuto. Anche se la risposta è più o meno nota: all’uomo. E  stavolta, 2013, anche a qualcosa d’altro: si chiama “amplificazione artica”, le correnti a getto in atmosfera sono rallentate e formano “ondulazioni” sui meridiani. Complicato? Diciamo alla grossa che c’è meno ghiaccio ai poli e da qui tutto il clima si sfasa. Si sfasa o si sfalda?