Alessandro Camilli

Aborto si raduna la crociata per dannarlo. La guidano le donne, in Usa, Spagna..

abortoROMA – C’erano una volta le femministe e, con loro, tutte le persone che si battevano per quello che era considerato un diritto da rivendicare: il diritto all’aborto. C’erano e non ci sono più. Al loro posto, in strada, alle manifestazioni, negli ospedali, la loro nemesi: le giovani e non più giovani donne che l’aborto vogliono rendere illegale. La storia non procede in linea retta, è vero, ma sembra di essere tornati indietro di almeno 40 anni. Negli Usa è costante e montante la campagna anti aborto. Nella Spagna oggi governata dai conservatori il Parlamento si appresta a votare una legge che consente l’aborto solo in caso di rischio di morte per la donna o conclamato stupro.

“La creatività dei legislatori  – scrive Repubblica – è sconfinata, tanto che la battaglia con i vari tribunali a suon di sentenze contraddittorie è pressoché costante. In Ohio vengono tolti fondi agli ospedali e dirottati su programmi di educazione sessuale dove l’astinenza è la regola base, i medici hanno l’obbligo di illustrare la possibilità delle adozioni alle donne che vanno da loro. In Wisconsin la paziente si deve sottoporre ad un’ecografia perché così vede il feto, in North Carolina, Pennsylvania e altri Stati la copertura assicurativa non funziona per l’interruzione di gravidanza, in Kansas i dottori che praticano l’aborto non possono insegnare nelle scuole”.

Come spesso se non sempre accade, le avanguardie, le novità arrivano nel vecchio continente da Oltreoceano. Gli Stati Uniti, nel ’73, con diversi anni d’anticipo sulla cattolica Italia, resero legale l’interruzione di gravidanza. Oggi, a 40 anni esatti dalla sentenza della Corte Suprema Usa che rese l’aborto fattibile, proprio dagli Stati Uniti si alza fortissima la voce di quanti chiedono che si torni indietro. Perché, a prescindere da come la si pensi, chiedere di rendere illegale o meno semplice il ricorso all’interruzione di gravidanza è, nei fatti, un ritorno al passato.

Sono già più di 20 gli stati americani che hanno ristretto o stanno per rendere più restrittive le norme sull’aborto. E proprio nel giorno dell’anniversario della sentenza della Corte Suprema, due pesi massimi sono scesi in campo: Papa Francesco e Obama. Il pontefice “dalla parte” degli anti-aborto: “Prego per loro, dobbiamo imparare a rispettare ogni forma di esistenza, soprattutto quella dei più deboli: per la Chiesa è un valore sacro”.

Sul fronte opposto, il presidente americano: “Noi dobbiamo dare ad ogni donna la possibilità di prendere scelte consapevoli riguardo al suo corpo e alla sua salute. Per questo ci impegniamo ad abbassare ancora i conti della sanità per mettere tutte nelle stesse condizioni: questa deve essere la nostra battaglia”. Non sembra, eppure è cronaca del 2014.

Ma se la contrarietà all’aborto della Chiesa e del suo “capo” è cosa nota e non stupisce, quello che davvero meraviglia è l’appeal che questa posizione integralista ha per le nuove generazioni. Molte, moltissime le giovani donne, le ragazze che in America manifestano per “la vita”, come recitano i loro slogan.

Lila, californiana, ha 25 anni, i capelli neri lunghi lisci, racconta di essere stata “folgorata dalla rivelazione” a 9 anni quando le capita tra le mani un libro contro l’interruzione di gravidanza. Decide in quel momento che quella sarebbe stata la sua missione: «Una bambino è sempre un regalo, la vita che Dio ci dona va sempre salvata» è il suo mantra. A 15 anni fonda la prima associazione “pro life”, James O’Keefe è il maestro e guida, la loro azione è ai confini del crimine (lui verrà spesso arrestato): si introducono nelle cliniche e filmano con telecamere nascoste quello che accade oppure i colloqui con medici e infermieri che, secondo l’accusa, invogliano le donne a farsi operare. Lei compie blitz a Los Angeles e Santa Monica, si finge incinta e interroga i dottori poi posta i video su YouTube dove diventano in breve virali.

Kristan ha 28 anni, porta gli occhiali, ha il viso tondo, cresciuta in una famiglia molto religiosa della West Virginia si definisceaborto abolizionista e il riferimento è evidente: «Non c’è alcun differenza  tra quelli che hanno lottato per liberare uomini e donne messi in catene per il colore della loro pelle e chi adesso lotta per salvare la vita dei bambini». La sua organizzazione è attiva nelle università americane e persino nella New York che ha appena eletto Bill de Blasio trova consensi. Jeannette ha 22 anni e studia alla Ny, è in treno, di ritorno dalla marcia di Washington: “Non mi interessa se qualcuno dei miei amici mi prende in giro: io sono fiera del mio impegno”. Lei passa almeno due pomeriggi alla settimana in giro per le cliniche e gli ambulatori della città cercando di parlare alle donne intenzionate ad abortire: “Spiego loro che ci sono altre strade, che questa scelta non è una libertà ma una condanna”.

Sono loro i volti della crociata antiabortista. “Sembra di essere tornati agli Anni Settanta, anzi al opoguerra in quella società bigotta e moralista che inorridiva solo alla parola aborto, dove le donne timorate di Dio si facevano il segno della croce quando la sentivano. Purtroppo scopriamo che nell’America di oggi, moderna ed evoluta, un bene fondamentale come questo è messo in pericolo” dice Vanessa Cullins,  una delle leader della Planned Parenthood  Federation, la principale organizzazione che si batte “per il diritto delle donne ad una scelta libera senza pressioni o vincoli”. Sembra solamente però perché, allora, si combatteva per un diritto mentre oggi si manifesta per abolirlo.

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