Inno di Alfano al Comune di Reggio Calabria sciolto. E’ da questi particolari..

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 12 Ottobre 2012 15:30 | Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre 2012 15:31
Angelino Alfano scioglimento comune Reggio Calabria

Angelino Alfano, segretario del Pdl (LaPresse)

REGGIO CALABRIA – Per la serie succede anche questo, e succede solo in Italia, il consiglio comunale sciolto per mafia incassa la solidarietà del segretario di quello che fino a circa un anno fa era la prima forza politica nazionale. Il comune in questione è quello di Reggio Calabria, sciolto due giorni fa per contiguità con la ‘ndrangheta. Mentre il segretario è Angelino Alfano e il partito il Pdl. Ci si aspetterebbe che degli amministratori allontanati dal loro posto con un’accusa gravissima come quella di esser vicini alla criminalità organizzata venissero, se non messi ai margini della società, quanto meno non incensati. Ma da noi, in Italia, non è così.

“Un’intera città è stata offesa e penalizzata, tutti gli amministratori, sindaco in testa, hanno fatto della moralità e della legalità elementi cardine dell’azione amministrativa”. Angelino Alfano , in un singolare  e sbalorditivo capovolgimento dei ruoli e rivoltamento della frittata, ha tenuto ad esprimere la sua solidarietà al governo (a maggioranza pidiellina) della città di Reggio Calabria sciolto per “contiguità” con la ‘ndrangheta. Solidarietà agli amministratori allontanati dal governo, quello di Roma, dopo le indagini e le relazioni non di uno, ma di due prefetti, oltre che di vari tecnici. Allontanati perché accusati di essere sistematicamente in contatto con la ‘ndrangheta. Allontanati sul proposta del ministro dell’Interno, proposta basata ovviamente sulle relazioni avute dalle forze dell’ordine, e allontanati con voto unanime in Consiglio dei Ministri.

Ovviamente Alfano non è parte della ‘ndrangheta né di nessun altra organizzazione criminale, e non a queste ha espresso solidarietà. Ma, anche nella migliore delle ipotesi, esprimendo solidarietà a degli amministratori su cui pesano delle accuse, e anche circostanziati e documentati fatti, di una gravità inaudita, ha di fatto comunicato che, secondo lui e il partito che rappresenta, polizia, carabinieri, guardia di finanza, ministro dell’interno ed esecutivo non sono capaci di fare il loro lavoro. O comunque non si dovevano permettere.

Il 9 ottobre, appena due giorni fa, la notizia: Il Viminale ha sciolto per mafia il Comune di Reggio Calabria. E’ la prima volta in 21 anni, da quando esiste la legge, che viene presa una decisione del genere. Lo scioglimento del comune di Reggio Calabria “è stato un atto sofferto fatto a favore della città” ha dichiarato il ministro. Il consenso nel Cdm è stato unanime. Lo scioglimento è stato decretato “per la contiguità con alcuni ambienti” e per “alcune azioni” o omissioni che facevano pensare appunto ad una “contiguità”. Il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli era stato piuttosto chiaro. Sul tavolo del ministro Anna Maria Cancellieri era arrivato l’invito a valutare le scelte da adottare per “rimuovere le cause del rischio di infiltrazioni mafiose”. La relazione della commissione guidata dal prefetto Valerio Valenti è particolarmente pesante. I commissari dell’Interno chiamati a svolgere il compito guidati da Valerio Valenti, (Antonio Giaccari e Michele Donega) e i tre tecnici che li hanno coadiuvati (Carlo Pieroni, tenente colonnello dei Carabinieri di Reggio; il tenente colonnello della Guardia di Finanza, Gerlando Mastrodomenico e il funzionario di polizia Enrico Palermo), non si sono fermati e continuando a scavare hanno messo assieme le schede personali di una quarantina di dipendenti del Comune di Reggio (ovviamente si tratta di persone che occupano posti di responsabilità) legati a vario titolo ad esponenti della criminalità organizzata reggina.

Sulle prime il Pdl, titolare del governo Reggino, oltre che di quello della Calabria, aveva mantenuto un compunto silenzio. Silenzio che, era lecito credere, fosse dettato dal fastidio, dall’imbarazzo, magari persino dalla vergogna di vedere degli amministratori eletti nel proprio partito accusati di essere vicini alla mafia. Ma non era così. E le parole di Alfano sono lì a dimostrarlo. “Il provvedimento assunto dal governo riguardo lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, penalizza e condanna un’intera comunità e non rafforza la presenza dello stato in questa parte di Paese”. Ah no? Per carità la presunzione d’innocenza ma se ci sono, come ci sono, sospetti di contiguità mafiosa da parte del sindaco e della sua amministrazione, sono questi a penalizzare la comunità e indebolire la presenza dello Stato. Non certo il loro azzeramento.

Alfano ha poi espresso la sua solidarietà “a tutti quegli amministratori che, col sindaco di Reggio, Demetrio Arena, hanno fatto della trasparenza, della moralità e della legalità, elementi cardine dell’azione politico amministrativa in questi anni”. Secondo il segretario del Pdl, nonché ex ministro della Giustizia, la città “dal governo di centrodestra, ha ricevuto sempre sostegno”, mentre lo stesso “non si può dire di coloro che, orfani di consenso popolare, hanno tifato cinicamente per lo scioglimento, incuranti del bene della città”. Quindi secondo Alfano “il bene della città” era tenersi gli amministratori che polizia, carabinieri, prefetti e ministro degli Interni giudicano pericolosamente compattati con la criminalità organizzata.

L’italiano è però una lingua precisa. Le parole di Alfano, se non esprimono certo solidarietà alla ‘ndrangheta, affermano allora che la scelta del Governo è o una scelta politica, o una scelta sbagliata dettata da informazioni ricevute da funzionari che hanno lavorato se non in malafede almeno male. La solidarietà di Alfano ha trovato poca eco sui media, eppure è di una gravità incredibile. Ovunque nel mondo una simile solidarietà, accordata ad un consiglio comunale sciolto per mafia, avrebbe agitato coscienze e causato conseguenze ma da noi, dove ormai siamo abituati a tutto, anche il segretario di uno dei due principali partiti che sostiene il governo che dice, nei fatti, che quel governo nulla capisce e poi lo vota comunque non stupisce più. Viene considerato un particolare nella nostra ineffabile vita politica, ma è da questi “particolari” che si giudica un uomo pubblico.