Alessandro Camilli

Autostrade, i padri di 15 anni di aumenti: Berlusconi, Letta e anche la Lega

Un casello dell'autostrada (foto Lapresse)

Un casello dell’autostrada (foto Lapresse)

ROMA – Anno nuovo e nuovo aumento. La storia si ripete, almeno per le autostrade, ad ogni gennaio ormai da quasi tre lustri. Da quando cioè, nel lontano 1999, si decise di privatizzare la rete autostradale italiana. Privatizzazione che almeno in teoria, grazie alla concorrenza, dovrebbe portare riduzioni delle tariffe e che, al contrario, porta nel nostro Paese l’esatto opposto.

Dal ’99 al 2013 le tariffe dei pedaggi sono aumentate in Italia del 65%, circa il doppio dell’inflazione, mentre, nello stesso periodo, la nostra rete si è dimezzata rispetto agli altri paesi europei. Ottime ragioni per protestare contro i continui e almeno apparentemente ingiustificati aumenti. Ottime ragioni che hanno spinto il segretario della Lega Nord Matteo Salvini a mettere in atto una sorta di “sciopero del casello”. Il segretario del Carroccio, appena scattati gli aumenti, ha deciso di entrare in autostrada senza pagare. Ottime ragioni che però non sembravano tali a Salvini e ai suoi colleghi di partito quando, al governo, gli aumenti avallavano. Tra i “padri” degli aumenti, molti, figura infatti anche il partito che ora per questi s’indigna.

“Dal 1999 – racconta Sergio Rizzo sul Corriere della Sera -, anno della privatizzazione della società Autostrade, al 2013, i pedaggi sono saliti in media del 65,9 per cento a fronte di un’inflazione del 37,4 per cento. Quasi il doppio. Mandando in orbita i profitti della principale concessionaria. Fra il 2000, primo anno successivo alla privatizzazione, e il 2012, ultimo anno di cui è disponibile il bilancio annuale, gli utili netti di Autostrade spa (fino al 2002) e di Autostrade per l’Italia (dal 2003) hanno toccato 6 miliardi 852 milioni 902 mila euro. In valuta 2012, fanno 7 miliardi 688 milioni 395 mila euro. Ossia, ben 4,2 miliardi in più rispetto ai 3,4 (sempre in euro 2012) incassati dallo Stato per la cessione delle quote di maggioranza relativa al gruppo guidato dalla famiglia Benetton”.

Aumenti che, a voler pensar bene, saranno serviti a rimodernare la rete autostradale italiana. Assolutamente no, anzi. Continua Rizzo:

“Ci limitiamo a ricordare che nel 1970 l’Italia era in Europa il Paese con la maggiore dotazione autostradale, seconda solo alla Germania, e oggi ha una rete pari alla metà di quella spagnola. Questo nonostante 6 mila veicoli per chilometro di autostrada, contro i 2.300 della Spagna e i 3.300 della Francia. E la Variante di Valico, la cui realizzazione fu decisa nel 1997, due anni prima della privatizzazione di Autostrade, non è ancora aperta”.

Che i pedaggi fossero sempre più salati e che, da qualche decennio almeno, la rete non venisse migliorata ed implementata è però sotto gli occhi di tutti. Almeno di tutti gli automobilisti che, ogni giorno od occasionalmente, sono costretti ad imboccare le autostrade italiane. Quello che come spesso accade è meno noto è chi siano i “padri” di questi aumenti. E tra questi figura, un po’ a sorpresa vista la recente ed evidentemente sospetta indignazione del suo segretario, la Lega Nord. Dal ’99 al 2013 il Carroccio è stato al governo per ben 9 anni, anni in cui puntualmente insieme alle feste arrivava l’aumento, senza però che la Lega avesse nulla da obiettare. Ora, all’opposizione, le cose sono evidentemente cambiate portando il Carroccio a scoprire che, gli aumenti, non portano voti

La Lega non è però l’unico soggetto a poter essere considerato padre dei suddetti aumenti. Insieme alle camicie padane alcuni nomi noti dell’imprenditoria italiana e più di un governo accomodante.

“’Non è follia – continua Rizzo – ma il risultato di una decisione politica che vede un aumento degli investimenti come strumento per favorire la crescita. Se i governi, a partire dal 2004, non ci avessero chiesto investimenti addizionali rispetto alla Convenzione del 1999, come la Variante di Valico, le tariffe sarebbero aumentate meno dell’inflazione’. Fin qui le parole con cui l’amministratore delegato di Atlantia Giovanni Castellucci ha giustificato a Radio24 il nuovo incremento delle tariffe autostradali”.

E nel pezzo di Rizzo si apprende che il presidente dell’associazione che raccoglie le concessionarie delle concessioni autostradali risponde al nome di Fabrizio Palenzona, vicepresidente Unicredit. Non può poi mancare la famiglia Benetton, titolare delle quote di maggioranza del principale gruppo che gestisce la rete italiana. Nel collegio sindacale di Autostrade per l’Italia siede niente meno che Antonio Mastropasqua, quello dell’Inps, il presidente dell’Inps.

Tra i padri, almeno putativi, degli aumenti non può non comparire anche Silvio Berlusconi, al governo come la Lega per nove degli ultimi 13 anni e primo sponsor della cordata che “salvò” Alitalia. Cordata a cui, forse casualmente, parteciparono anche il gruppo Gavio (con interessi nelle autostrade) e proprio Autostrade per l’Italia.

E non può mancare, infine, la neonata authority per i trasporti. “Chi si aspettava che almeno l’authority battesse un colpo – conclude Rizzo -, come i sindacati, è rimasto deluso. Perché in Italia, per chi non se ne fosse accorto, esiste anche un’autorità dei Trasporti ‘indipendente’, e da ben sei mesi. La presiede l’ex braccio destro di Colaninno (quel Colaninno che ha poi guidato la discutibile ‘rinascita’ di Alitalia) nella scalata a Telecom, Andrea Camanzi, con a fianco l’ex onorevole di Forza Italia Mario Valducci e la dirigente delle Infrastrutture Barbara Marinali. Siccome ogni città vuole la sua authority, questa l’hanno piazzata a Torino: da lì è arrivato solo un assordante silenzio. ‘Dov’è l’authority? Quando comincia a occuparsi di tariffe?’, ha chiesto indignato il segretario della Fit Cisl Giovanni Luciano”.

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