Alle banche tremano le gambe: 300 miliardi di possibili perdite

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 22 Settembre 2011 15:45 | Ultimo aggiornamento: 22 Settembre 2011 15:45

banconote banche euroROMA – Tempi bui per gli istituti di credito, alle banche, ora, tremano le gambe. Dimostrazione ne è quello che è accaduto ieri (21 settembre ndr) con la Banca centrale europea che ha erogato, con una operazione di pronti contro termine, 500 milioni di dollari a una banca dell’Eurozona. Scadenza del prestito 7 giorni, tasso fisso all’1,07%. Ben più alto di quello prevalente per i prestiti a una settimana sul mercato interbancario, dato che il Libor è a quota 0,19%. Si tratta della seconda operazione a una settimana fatta in questo mese per assicurare la provvista a chi ha difficoltà di accesso al mercato interbancario in dollari. E se questo è solo un “piccolo” esempio, altra dimostrazione della difficoltà in cui si trovano gli istituti bancari è il declassamento, generalizzato, fatto da Standard & Poor’s nei confronti degli istituti italiani. Una difficoltà, quella degli istituti di credito, non solo italiani, che nasce dal rapporto troppo stretto che c’è tra Stati e banche, tra economia reale e finanza.

La difficoltà degli istituti bancari europei ad avere accesso al credito segnala tutte le tensioni, o meglio la diffidenza, che regna sovrana tra le banche che tendono a non prestarsi soldi tra di loro. Segno evidente della crisi di fiducia sulla tenuta e la solvibilità del sistema. E così la Bce si ritrova di fatto a fare il prestatore di ultima istanza. Dal marzo scorso la richiesta di prestiti all’Eurotower è andata significativamente accelerando. A marzo del 2011 il totale delle erogazioni ai Paesi mediterranei dell’Eurozona era attorno a quota 450 miliardi. A fine agosto, dopo la tempesta borsistica sui titoli del credito, l’ammontare dei prestiti da Francoforte ha superato abbondantemente quota 500 miliardi. Di questa cifra totale il 40 per cento, è appannaggio di Grecia e Irlanda. Il segnale nuovo invece e più preoccupante riguarda l’Italia e la Spagna. In particolare le banche italiane hanno più che raddoppiato la loro dipendenza dalla banca centrale. A fine agosto, infatti, il sistema creditizio italiano attingeva il 16% di quegli oltre 500 miliardi dello stock complessivo. Oltre 80 miliardi di prestiti da Francoforte all’Italia. Solo sei mesi prima bastavano 40 miliardi.

E della difficoltà delle banche non possono non prendere atto anche le agenzie di rating, come Standard & Poor’s che, dopo aver declassato l’Italia, ha tagliato l’outlook di 15 banche italiane da stabile a negativo, mentre per 7 di queste, fra cui Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Bnl, è stato allineato verso il basso anche il rating. Una decisione che non è altro che la diretta conseguenza del downgrade sul debito sovrano del nostro Paese. Il mercato, del resto, lo aveva già scontato dato che il passo dall’Italia alle banche era «breve». Basta pensare all’esposizione dei principali istituti italiani verso il Belpaese: a fine giugno nel portafoglio Intesa figuravano quasi 64,5 miliardi di euro di titoli di Stato italiani, mentre per UniCredit il debito pubblico italiano pesava alla stessa data per 40 miliardi. Come dire, si tratta di una decisione quasi «automatica» dovuta al fatto che gli istituti detengono almeno il 40% delle attività sul mercato domestico e sono così più esposti al rischio Paese. Non è casuale quindi che il verdetto dell’agenzia Usa sia arrivato al termine di una giornata che ha visto una nuova ondata di vendite sulle banche italiane: tra i principali cali spiccano quelli del Banco Popolare (-4%), Ubi Banca (-3,2%), Mediobanca (-3,2%), Intesa Sanpaolo (-3%) e Unicredit (-2,87%).

In particolare la revisione del giudizio è stata in ordine sparso. E così il rating a lungo termine su Intesa Sanpaolo è passato da A+ ad A, con outlook negativo. Resta invariato il rating a breve termine della banca (A-1) che è stato confermato. Copione simile anche per Mediobanca. Il taglio secco del rating ha colpito anche altre cinque banche: Findomestic Banca, le controllate di Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo e Cassa di risparmio di Bologna, e Bnl. La decisione di lasciare per le quindici banche un outlook negativo «riflette la possibilità di un abbassamento del rating, se le cose resteranno uguali, a seguito di nuovi tagli del rating sull’Italia», avvertono gli analisti della casa americana. Questo perché la decisione presa ieri «non considera una revisione di un potenziale ulteriore deterioramento nell’ambiente operativo ed economico del settore bancario italiano». «La debolezza delle condizioni operative – fanno notare gli analisti Usa – potrebbe influenzare la nostra visione dei rischi economici e industriali che colpiscono il sistema finanziario italiano, che analizziamo come parte del Banking industry country Risk assessment (Bicra) e quindi, probabilmente, la capacità di credito per le banche italiane a cui diamo il rating». Tradotto, se oggi va male attenti che domani potrebbe andar peggio.

Ma perché le banche soffrono in questo modo? La risposta sta nel rapporto troppo stretto esistente tra banche e Stati. Tra finanza ed economia reale. Non solo in Italia, ma ovunque. Le banche in molti Paesi sono state salvate dai Governi dopo il crack di Lehman Brothers: in Europa, calcola R&S Mediobanca, gli Stati hanno speso fino ad oggi 1.300 miliardi di euro per togliere dalla padella i propri gruppi creditizi. Il problema è che poi sono state le stesse banche a finanziare gli Stati che le salvavano: in Europa, calcola la Bce, gli istituti di credito hanno attualmente in bilancio 1.550 miliardi di euro di titoli di Stato. Cioè di finanziamenti erogati ai Governi. Si può quindi dire che gli Stati hanno salvato le banche con i soldi che le banche hanno prestato agli Stati.

I titoli di Stato dell’area euro, un tempo considerati sicuri senza «se» e senza «ma», non assorbono infatti capitale, cioè le banche non sopportano alcun costo in termini di capitale quando comprano Bund tedeschi, BTP italiani o altri titoli di Stato europei. Dunque li acquistano a piene mani, allegramente. Il problema è che ora, solo ora, il mercato si rende conto che è stato creato un mostro. Se la Grecia finisse in default le banche di mezza Europa perderebbero troppi soldi, mettendo in crisi gli Stati e creando un effetto domino potenzialmente devastante. Questo è il grande problema: debitori e creditori sono così legati tra loro, che nessuno può più fallire. Chiunque deve essere salvato. Anche se il conto prima o poi andrà saldato, e chi rimarrà col classico cerino in mano saranno i cittadini, fonte dalla quale sia Stati che banche attingono.

In questo allegro orizzonte, con il sistema bancario che vede il tracollo, il Fondo Monetario Internazionale non può che sollecitare a mettere un po’ d’ordine. Ordine che può essere messo sì salvando le banche in primis, ma il problema è prima politico che economico. La crisi, afferma l’Fmi nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria globale, è entrata in una fase “politica”: è stata infatti la debolezza della politica, secondo il Fondo, ad aggravare i problemi di Eurolandia e ritardare la riduzione del debito degli Stati Uniti, il che ha portato al suo declassamento. E l’Italia è in qualche modo paradigma di questa situazione. La risposta, ha dichiarato José Vinals, direttore del dipartimento mercati dei capitali dell’Fmi, deve venire dalla politica.

«Le difficili dinamiche politiche e le crescenti preoccupazioni sulle prospettive di crescita – dice il rapporto – hanno sollevato incertezze sul risanamento dei conti. Date le dimensioni sistemiche del mercato dei titoli di Stato italiani e le necessità di finanziamento del Tesoro, questi rischi sono diventati fattori chiave delle condizioni di mercato, aumentando il potenziale di contagio sui diversi comparti dei mercati finanziari». Secondo Vinals, è fondamentale, in Italia come negli altri Paesi europei messi sotto pressione dai mercati, che la politica mostri un fronte unito per convincere i mercati della capacità di risolvere il problema.

«Spesso i mercati si muovono in misura eccessiva – ha detto il dirigente dell’Fmi – ma questo non significa che dietro non ci siano problemi. Questi vanno affrontati con delle misure e l’Italia ha preso misure importanti per rassicurare i mercati. Certo, l’incertezza decisionale degli ultimi mesi non ha aiutato. I politici devono dire: uniamoci per risolvere il problema. Farebbe bene non solo al debito pubblico, ma anche alle banche, se si riuscisse a ridurre il rischio sovrano attraverso il risanamento». Le banche europee sono di fronte a perdite potenziali per 300 miliardi di euro per la caduta dei prezzi dei titoli di Stato a causa dell’aumento del rischio di credito per la crisi del debito sovrano: 200 di questi per la loro esposizione diretta ai Paesi, gli altri 100 a causa dell’esposizione verso altri banche. Fare il banchiere, oggi, è diventato un lavoraccio.