Banche, mille i possibili truffati. Chiedono soldi 130 mila

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 14 Dicembre 2015 12:00 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2015 12:00
Matteo Renzi sul palco della Leopolda

Matteo Renzi sul palco della Leopolda

ROMA – “Non abbiamo scheletri nell’armadio, noi”, ha tuonato ieri il premier Matteo Renzi dal palco della Leopolda commentando il caso del momento: il cosiddetto ‘crack delle banche’, in realtà il salvataggio di quattro istituti, CariFerrara, CariChieti, Banca Etruria e Banca Marche. Scheletri forse no, ma per il governo salvare il 99 per cento dei clienti delle quattro banche si è trasformato in un boomerang come se ne avesse punito il 99 per cento. Oggi, a meno di 24 ore di distanza, arrivano i numeri del caso che ha monopolizzato o quasi il dibattito politico e l’attenzione pubblica italiana.

E che dicono i numeri? Si era cominciato con 130 mila risparmiatori “truffati”. Dai 130 mila vanno depennati gli azionisti, quelli che hanno comprato azioni. Se si risarcisce chi compra un titolo che perde valore in Borsa (anche questo è stato chiesto) la Borsa diventa un luogo dove sempre e solo si guadagna, un paradiso in terra. Restano circa 11 mila che hanno comprato o sono stati indotti a comprare le obbligazioni subordinate che azzerano il loro valore in caso di crack finanziario. Di questi quelli dove si può ipotizzare un sorta di raggiro e che corrispondono all’identikit di piccolo risparmiatore sono circa un migliaio.

Ecco i dati, hanno comunicato le quattro banche in una nota congiunta in cui hanno anche assicurato sul loro stato di salute post salvataggio: i casi più esposti delle 4 banche coinvolte sono stimati in 1.010 piccoli risparmiatori (persone con meno di 100mila euro di risparmi presso la banca) con una concentrazione di bond subordinati superiore alla metà del proprio patrimonio. Si tratta dello 0,1% dei clienti complessivi delle banche.

Il controvalore di tali obbligazioni subordinate è 27 milioni. Le emissioni di obbligazioni subordinate sono state collocate tra il 2005 e il 2013. Metà di queste prima della crisi Lehman Brother’s che ha cambiato in tutti i risparmiatori la percezione del rischio. Tutte le emissioni delle obbligazioni sono antecedenti all’approvazione della direttiva europea sul bail in. Circa la metà sono state collocate presso investitori istituzionali mentre i clienti privati possessori di obbligazioni subordinate oggetto del decreto 180 sono stimati in 12.500 per un controvalore di circa 431 milioni di capitale.

Tra questi i clienti delle quattro vecchie banche sono appunto 10.559, poco più dell’1% del complesso dei clienti, che ammontano invece a un milione. Questi ultimi, per effetto del decreto del 22 novembre con la procedura di risoluzione non hanno perso nulla (perché il bail- in vero e proprio che arriva a coinvolgere anche i grandi depositanti entra in vigore il primo gennaio 2016). I casi più esposti, invece come abbiamo visto, sono 1010 . Inoltre, precisa ancora il comunicato, per 8.020 clienti la concentrazione del portafoglio in obbligazioni subordinate è inferiore al 30% degli investimenti. Infine, più della metà delle obbligazioni sono detenute da 2450 clienti con patrimoni presso le banche superiori a 250 mila euro. Per questi ultimi, spiega ancora la nota l’investimento medio dei bond subordinati è stato pari a 65 mila euro.

Freddi numeri da cui discendono alcune moderate considerazioni. La prima di queste sulle percentuali: se appena lo 0,1% dei clienti delle banche salvate è tra “i casi più esposti”, e circa l’1% dei clienti è in possesso di un po’ delle famigerate obbligazioni subordinate, ne deriva per forza di cose che al 99% dei clienti delle suddette banche è toccato il bicchiere mezzo pieno. Dato che nulla toglie, evidentemente, alla drammaticità delle singole storie, ma che forse disegna un perimetro dell’accaduto un po’ più preciso.

E poi il citato ‘bail-in’, quel pacchetto di norme che sarà attivo tra poco più di due settimane, il prossimo 1° gennaio, che ridisciplina i casi dei fallimenti bancari. Un pacchetto di norme approvato unanimemente dai governi e dalle opposizioni europee, comprese quelle che oggi in Italia manifestano. Il ‘bail-in’ nasce infatti dal principio, più che sostenuto dalle suddette opposizioni, che non si devono spendere soldi pubblici per salvare le banche. Riforma arrivata anche e come conseguenza dei vari salvataggi in cui più di un governo europeo si è speso dopo il 2009, e che prevede che, dal 2016, le banche che falliranno pagheranno i debiti con i soldi dei loro azionisti, obbligazionisti e via dicendo secondo un preciso ordine sino ad arrivare, in casi estremi, ai correntisti con depositi superiori a 100mila euro.