Banche, che rischio c’è in Btp, bond, obbligazioni, azioni

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 11 Dicembre 2015 15:16 | Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre 2015 15:17
Aurora morta di fame e di sete: chiesto processo per genitori

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ROMA – Bond, obbligazioni, titoli e azioni. E poi pensionati suicidi e suicidati, risparmiatori ridotti sul lastrico e sogni di facili guadagni svaniti nel tempo di una notte o poco più. E ancora, le banche ladre e truffatrici e i banchieri senza scrupoli serviti dai bancari del tutto ‘dis’ o almeno poco onesti. Nel minestrone che va dalla 4 banche popolari ‘salvate’ dal governo al pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita dopo aver visto volatilizzarsi cento e rotti mila euro di risparmi passando per l’Europa che come spesso accade ci bacchetta e Salvini che come puntualmente accade cavalca il mal di pancia e la tragedia, c’è tutto questo e anche di più. Un unico elemento manca: la cosiddetta percezione del rischio.

Percezione che non è solo di chi con la finanza, alta o bassa che sia, lavora, ma anche di chi alla finanza si affida. Gli uni come gli altri il rischio in questa storia sembrano ignorarlo: da una parte chi ignora quello di commettere reati e rovinare la vita di qualcuno e chi, dall’altra, inseguendo facili guadagni ignora quello delle perdite. Eppure, almeno su questo secondo fronte, distinguere gli investimenti sicuri sembra persino più facile del classico separare la crusca dalla farina. La massima secondo cui più alto è il guadagno maggiore è il rischio di perdere quanto investito è infatti una regola che non ammette eccezioni. Tanto certa quanto sovente ignorata. Ignorata da chi investì ieri in Argentina e in Parmalat e ignorata da chi, oggi, ha investito nelle banche ora nell’occhio del ciclone. Ed ‘investire’ è il termine usato non a caso perché, limitandosi ai fatti recenti, i correntisti delle popolari ‘salvate’ i loro risparmi non li hanno persi. Quelli che li hanno visti svanire sono quelli che hanno comprato appunto bond, obbligazioni e simili che sono, a tutti gli effetti, non risparmi ma investimenti, e come tali comportano un’aliquota di rischio.

Certo, nella vicenda oggi al centro delle cronache come nei fatti legati al crack Parmalat e ai bond argentini ci sono anche irregolarità e probabilmente vere e proprie truffe, ma in tutti questi casi c’è all’origine la voglia di chi i soldi investe di farli fruttare e c’è la fascinazione che promesse di facili guadagni esercitano. E i risparmiatori che quando scoprono di aver perso tutto comprensibilmente piangono, sono gli stessi che finché venivano pagati dividendi importanti gioivano della loro scelta.

Proprio per questo val la pena, ancora una volta, vedere quali sono i rischi insiti nei diversi tipi d’investimento. Rischi che sono spesso scritti nelle cosiddette clausole da leggere al microscopio, ma rischi che le banche oneste e l’Europa in primis impone di sottolineare.

Cominciamo dai ‘classici’: i titoli di Stato. In questo momento storico la passione per i titoli di Stato italiani è scesa parecchio. Il problema attuale, che ha spinto molti a cercare soluzioni più redditizie, è che con i titoli di Stato e con le obbligazioni più sicure assimilabili ai Btp i rendimenti sono molto bassi. L’inflazione è vicina a zero e questo per chi investe è un vantaggio. Ma con un Btp decennale si ottiene poco più dell’1,5 per cento lordo. Certo, se sottoscrivo un bond a lungo termine e i tassi tendono a scendere si aprono interessanti prospettive di guadagno per i titoli già emessi, così come è accaduto negli ultimi tre anni. Ma se i rendimenti di mercato puntano verso l’alto, come potrebbe accadere tra qualche tempo in Europa e tra qualche settimana negli Stati Uniti, sottoscrivere un bond a lungo termine, ad esempio a dieci anni, può esporre a importanti perdite in conto capitale se decido di disinvestire prima della scadenza. Perché mentre i tassi salgono, i prezzi dei titoli che pagano una cedola fissa scendono.

Passiamo poi ai prestiti societari, le emissioni cioè di titoli o bond di società private che godono oggi di ampia fortuna presso i risparmiatori privati e in alcuni casi sono considerati addirittura più sicuri delle emissioni governative. Ma questo vale per società molto internazionalizzate e poco indebitate che risentono meno di altre dell’andamento dell’economia del Paese in cui hanno la loro sede principale.Ragione per cui è importante informarsi sul rating, il livello di rischio, non solo in assoluto ma anche in relazione alle emissioni governative può essere una strategia utile per scegliere consapevolmente di investire in un bond societario. E’ molto importante poi sapere se il rischio viene remunerato adeguatamente. Un punto di rendimento in più, in un mondo di tassi bassi, può essere assai poco in relazione al livello di rischio che in cui si può incorrere con i bond di bassa qualità.

Poi ci sono i famigerati bond subordinati delle banche. “I risparmiatori che hanno sottoscritto in passato i prestiti subordinati delle banche – scrivono Giuditta Marvelli e Marco Sabella sul Corriere della Sera -, in linea teorica, avrebbero dovuto essere consapevoli dei rischi che correvano. Ma è anche vero che nella pratica non era mai accaduto che questa categoria di emissioni venisse chiamata a ripianare le perdite in conto capitale della banca. I titoli più rischiosi, le obbligazioni Upper Tier 1 avevano la facoltà di non pagare la cedola ed erano emesse senza una scadenza prevista di rimborso, al punto che venivano chiamati ‘perpetuit’». Esistevano delle opzioni che permettevano alla banca di ‘richiamare’ il capitale e di rimborsare gli obbligazionisti. Le nuove norme sulla risoluzione delle crisi bancarie (bail-in) hanno in parte modificato le caratteristiche delle obbligazioni subordinate. Adesso questi titoli in caso di grave difficoltà della banca sono considerati alla stregua del capitale di rischio (le azioni) e possono di conseguenza vedere ridotto o azzerato il valore nominale di rimborso. Nella nuova suddivisione dei prestiti bancari si distinguono le obbligazioni Additional tier 1 (AT1), che sono ancora ‘perpetue’ ma in cui la discrezionalità del pagamento della cedola è assoluta, un po’ come avviene nella distribuzione dei dividendi per i titoli azionari. Queste emissioni, rendono attualmente il 6-7% quando la banca è solida e ben capitalizzata.

C’è poi la categorie delle obbligazioni Tier2, che hanno una durata di rimborso prestabilita e in cui i sottoscrittori subiscono una decurtazione del capitale solo se i titoli AT1 non sono stati sufficienti per ripagare le eventuali perdite. Oggi le migliori obbligazioni Tier2, sulla scadenza dei 10 anni, offrono rendimenti compresi fra il 2,5 e il 2,9% (il Btp a dieci anni è all’1,54%). Infine c’è la categoria teoricamente sicura del senior debt, in cui sia il pagamento della cedola che la restituzione del capitale sono garantiti. In questo caso per emissioni di buona qualità (banche solide) a cinque anni il rendimento lordo è di circa l’1%. Attenzione però: in caso di bail in particolarmente drammatici anche i titoli senior debt potrebbero essere chiamati a pagare il conto”.

Infine, le azioni. Generalmente i privati che investono in azioni (pochi in verità, lo fanno direttamente, i più utilizzano i fondi e gli Etf) hanno la tendenza a mantenere a lungo lo stesso titolo in portafoglio. Agli investitori di lungo periodo interessa dunque sapere qual è stato l’andamento di borsa della società in cui investono negli ultimi 5 o 10 anni e quali sono i motivi – di settore, o legati semplicemente alla gestione dell’azienda – che hanno determinato quel tipo di risultato. Il rischio per questa categoria è evidentemente legato alla paternità dell’azione, come del resto il suo margine di guadagno. Più grande e solida è la società di cui si comprano le azione e, generalmente, più basso sarà il rischio di perdere denaro come più basso sarà il margine di crescita.

In ultimo, e su tutto, il buon senso e la logica che raramente orientano le azioni umane ma che applicate al campo della finanza potrebbero evitare più di un disastro. In questo caso le due regole auree sono: differenziare l’investimento, cioè non puntare tutto su un unico cavallo, su un unico tipo di azioni o bond così che se una cosa va male si può sempre riparare sull’altra; e poi il già citato ‘al crescere del rendimento crescono i rischi’, e questo checché ne dica la banca o il promotore finanziario di turno.