Una donna al Quirinale: Salva Condotto. Berlusconi ha tre voti, poi incubo Prodi

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 11 Aprile 2013 15:20 | Ultimo aggiornamento: 11 Aprile 2013 15:40
Maggio 2008: Silvio Berlusconi e Romano Prodi si danno il cambio a Palazzo Chigi

Maggio 2008: Silvio Berlusconi e Romano Prodi si danno il cambio a Palazzo Chigi (LaPresse)

ROMA – Raccontano che Berlusconi ne abbia pensata una delle sue: Bersani al Quirinale e magari lui stesso e Romano Prodi senatori  vita e quindi a riparo a vita, lui che di riparo ha bisogno, lui più che Prodi. racconta, racconta…tanto che Bersani fa sapere che se Berlusconi ci prova con lui, lui non abbocca all’amo…del Colle: “Penso solo ai colli piacentini”. Eppure Berlusconi gli avrebbe dato, a lui o a chi capita, la presidenza della Repubblica e forse anche il governo. Ad una sola condizione.

Quale? Eccola spiegata: ” Io conosco il nome del prossimo Capo dello Stato. E’ una donna e si chiama Salva di nome e Condotto di cognome”, parola di Ignazio La Russa. Ma per far eleggere la signora Salva Condotto, tanto cara al Pdl e soprattutto al suo capo Silvio Berlusconi, bisogna che questa trovi la sua maggioranza nelle prime tre votazioni. Quelle in cui è necessaria una maggioranza dei due terzi e quelle in cui i voti pidiellini sono indispensabili. Dopo, dalla quarta votazione, quando diventerà sufficiente la maggioranza assoluta, la signora Condotto potrebbe finire nel dimenticatoio e al Quirinale potrebbe finire il signor Incubo, Incubo di nome e Peggiore di cognome, come ad esempio Romano Prodi.

Sarà forse superfluo ma è comunque opportuno ricordarlo, la signora Salva Condotto e il signor Incubo Peggiore sono i candidati al Colle visti dalla prospettiva di Arcore. Il Cavaliere, e con lui il suo partito, vorrebbero se non un candidato comune almeno un candidato non ostile all’ex premier. Un futuro Presidente in grado di dare “una mano” alle vicende giudiziarie di Berlusconi e garantirgli non un salvacondotto reale, cosa peraltro impossibile ed illegale, ma un salvacondotto di fatto. Tutta la forza contrattuale del Pdl deve però essere esercitata in tempi brevissimi, e l’incontro tra il Cavaliere e Pierluigi Bersani non sembra aver partorito alcun risultato. Il segretario Pd vorrebbe e chiede di fatto il via libera ad un governo di minoranza ma Berlusconi, da questo orecchio, sembra non voler sentire. L’elezione del Capo dello Stato è da sempre una partita al limite dell’indecifrabile. Come ha giustamente detto Romano Prodi, aspirante candidato dato per escluso ma che escluso non è, quello che conta in questi casi più che i consensi sono i veti, arriva cioè al traguardo finale non chi ha il maggior numero di sostenitori, ma chi si scontra con il minor numero di oppositori.

E proprio Romano Prodi, come Marcello Sorgi e Stefano Folli in due differenti articoli sui rispettivi quotidiani scrivono, potrebbe quasi clamorosamente tornare in partita. La forza contrattuale di Berlusconi è infatti una forza a scadenza. È vero che la scelta di un Presidente della Repubblica dovrebbe essere sempre una scelta quanto più condivisa possibile, ma è anche ovvio che, in particolare in un Parlamento diviso come quello italiano, accontentare tutti sarà impossibile. E allora se si vuole eleggere il prossimo inquilino del Quirinale sulla base di un largo consenso, e quindi nelle prime tre votazioni che richiedono i due terzi dei voti, i voti dei berlusconiani saranno indispensabili come indispensabile sarà, ovviamente, un candidato condiviso.

Dalla quarta votazione però il potere del Cavaliere e dei suoi evaporerà letteralmente. I loro voti non solo non saranno più necessari, ma rischiano di diventare persino una zavorra. Dalla quarta votazione il Pd potrebbe fare da solo o quasi, scegliendo un suo campione e puntando su voti sparsi raccolti magari tra i grillini. Grillini che guarda caso hanno fatto sapere che Prodi non sarebbe un candidato loro sgradito. Se quindi la partita non si dovesse chiudere nelle prime tre votazioni, e se magari il Movimento 5 Stelle votasse alla quarta Prodi, a quel punto un accordo tardivo col Pdl su un nome diverso, magari quello di Massimo D’Alema, rischierebbe di spaccare il Pd. E se in casa Pdl, o forse anche Pd, qualcuno punta sull’immobilismo grillino, cioè su una nuova ed ennesima scelta di non scegliere e non schierarsi, è questa quasi certamente una puntata destinata ad essere perdente. Proprio in queste ore sul blog di Grillo i 5 Stelle stanno scegliendo il loro candidato per il Colle e non è un mistero quali siano, tra i nomi circolati sinora, quelli che potrebbero raccogliere anche consensi grillini. Partito democratico che tra l’altro si presenta già non in condizioni ottimali, attraversato com’è da nervosismi e infiniti distinguo. Con Matteo Renzi escluso dalla partita Quirinale e che, secondo molti anche all’interno del partito ma ancor più tra gli elettori, rappresenta il futuro e con Bersani che invece continua sulla sua strada, convinto di poter arrivare a formare un governo.