Brexit: Gran Bretagna via dall’Europa. Distacco in vista: chi paga e chi no

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 14 Maggio 2013 15:27 | Ultimo aggiornamento: 14 Maggio 2013 15:28
David Cameron, primo ministro della Gran Bretagna (Ap-LaPresse)

David Cameron, primo ministro della Gran Bretagna (Ap-LaPresse)

LONDRA – “Brexit”, cioè uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Un vocabolo con cui dovremmo cominciare a familiarizzare, visti il montante sentimento antieuropeo dei sudditi di Sua Maestà, e il referendum in programma per il 2017.

La crescita del partito che dell’uscita dall’Europa ha fatto la sua bandiera, partito che ha raggiunto il 25% alle ultime elezioni, e le prese di posizione di diversi esponenti di primo piano anche del governo inglese, rendono la possibilità che il Regno Unito lasci Bruxelles assolutamente reale. L’Europa, per ora, guarda più o meno silente, mentre è il presidente degli Stati Uniti a fare pressioni perché Londra rimanga legata ai vicini continentali.

Un rapporto da sempre di amore ed odio quello dell’Inghilterra con l’Europa continentale, un rapporto segnato dalla mai nascosta né sopita voglia degli inglesi di conservare ed affermare la propria autonomia, ma che ha visto allo stesso tempo Londra tra gli attori più attivi nella costruzione di un mercato unico. Ed ora, complici la crisi economica e le conseguenti difficoltà dell’Unione europea, i tradizionali sentimenti nazionalistici si sommano e si esprimo con l’antieuropeismo.

Un sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera dice che, se si votasse oggi per scegliere dentro/fuori dall’Europa, gli inglesi voterebbero a maggioranza per il divorzio: 47% a favore dell’uscita e 30% contrari.

A temere più di tutti questo scenario, almeno per ora, un attore che potrebbe sembrare distante: Barack Obama. Il presidente americano ha infatti fatto pressioni sul premier inglese David Cameron affinché lavori per ricucire con Bruxelles, a dispetto delle pressioni interne. Dal vecchio continente, al contrario, una posizione quasi attendista, con persino qualcuno che si spinge a sostenere che, in fondo, senza Londra non andrebbe così male.

Ma quali sarebbero le conseguenze per l’Europa di un divorzio con la Gran Bretagna? Prova, sul Corriere della Sera, a rispondere Danilo Taino:

“Innanzitutto, verrebbe meno la portata internazionale garantita da Londra: deterrente nucleare, esercito, diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, legami d’amicizia con le ex colonie, una diplomazia esperta. L’ambizione di fare dell’Europa una potenza globale verrebbe ridimensionata.

Secondo, un’Unione Europea senza Regno Unito perderebbe uno dei maggiori sostenitori del mercato unico e delle politiche di liberalizzazione. Se un ruolo positivo, tra i tanti negativi, Londra lo ha infatti giocato nella politica europea è stato nella spinta che i suoi governi hanno dato alle aperture in economia. Senza questa pressione, le posizioni più protezioniste avrebbero domani più spazio. Di riforme si parlerebbe meno, a Bruxelles: e l’Italia sa quanto le non molte innovazioni introdotte nei decenni passati siano state frutto esclusivo delle politiche imposte dall’Europa.

Terzo, l’allargamento della Ue cambierebbe di segno. In particolare, il processo che deve portare all’ingresso della Turchia – che ha trovato in Londra il suo maggiore sostenitore ma che è sempre stato voluto anche da Roma – finirebbe nella sabbia.

Quarto, l’uscita del Regno Unito renderebbe davvero più omogenea e più stabile l’Unione, come sostengono i politici e i funzionari europei che vedono bene il divorzio? Probabilmente, più che un compattamento, la perdita di Londra sarebbe vista come il segno di forze centrifughe al lavoro nella Ue. Vero che la Grecia non la si è voluta perdere soprattutto per difendere l’euro (del quale Londra non fa parte): ma, avendo pagato a caro prezzo il salvataggio di Atene, ha senso affrontare la possibile uscita dalla Ue di un Paese di ben maggiore peso con indifferenza o soddisfazione?”.

Vero è, come sostengono quelli che un abbandono di Londra non vedono come una tragedia, che il Regno Unito chiede molto per restare ed è, spesso, un ostacolo nel processo verso “più Europa”. Ma è altrettanto vero che una trattativa, la ricerca di una mediazione tra l’isola e il continente porterebbe ad entrambi vantaggi rispetto ad un divorzio. Londra potrebbe infatti spuntare condizioni migliori rispetto a quelle cui andrebbe incontro in caso di addio e, contemporaneamente, Bruxelles potrebbe aspirare a superare il momento più difficile della sua storia unita e non perdendo pezzi.

In questo scenario il premier Cameron, spinto dal risultato del partito antieuropeo Ukip, che alle ultime elezioni è diventato la terza forza del paese, soffiando consensi specie al partito di cui proprio Cameron è espressione, e sull’onda delle dichiarazioni di suoi due ministri e dell’umore ampiamente diffuso tra i conservatori, è stato quasi costretto a presentare una proposta di legge per fissare un referendum si/no Europa.

Referendum da tenersi nel 2017, all’indomani del risultato di una nuova negoziazione delle condizioni della partnership con Bruxelles, negoziazione che si dovrà concludere entro il 2015. Molto, su come andrà questa partita, lo diranno le elezioni politiche in programma nel Regno Unito proprio nel 2015, elezioni in cui non è da escludere che proprio i conservatori giocheranno la carta del divorzio,