Il mondo va a carbone e debito, noi a poca scuola e bassa produttività

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 2 Luglio 2012 15:43 | Ultimo aggiornamento: 2 Luglio 2012 15:43

LaPresse

ROMA – In un mondo che va a carbone e debito, le caratteristiche italiane sono una scuola che non boccia e una produttività pessima, verosimilmente una conseguenza dell’altra. Il quadro, apparentemente avvilente e un po’ fuori contesto, è la somma di qualche notizia riportata nel fine settimana dai principali quotidiani italiani: dipendiamo ancora e sempre di più come essere umani dal carbone; le principali economie del pianeta sono indebitate oltre l’osso; la scuola italiana non boccia e i lavoratori italiani, a parità di tempo lavorato, producono meno di chiunque altro. Le notizie le riportano, slegate, diversi quotidiani, la somma, a farla è dura quasi quanto la sconfitta dell’Italia ad Euro 2012. Da un poker di gol a un poker di cattive notizie.

La dipendenza umana dal carbone, a meno di essere ambientalisti ovviamente, non è una cattiva notizia ma solo una notizia. Più o meno tutti noi ci aspetteremmo che nel XXI secolo il pianeta Terra non dipendesse ancora dal vecchio e sporco carbone, ma che usasse nuove e più “tecnologiche” fonti d’energia. E invece non è così. Non solo il carbone è ancora ampiamente usato, ma anzi il suo consumo è in aumento. Nel 2009 la Cina, da paese storicamente esportatore, è diventato importatore di carbone.

La Germania, che oggi produce il 43% della sua energia elettrica attraverso il carbone, farà salire questa quota al 46% nel 2020. Il 33% dell’energia prodotta in Europa deriva da questa nera riserva e nel mondo addirittura il 41% dell’energia viene dal carbone e sarà il 44% nel 2030. Mentre in Italia appena il 12% della nostra energia viene dal carbone, ma l’Enea sta studiando il “carbone pulito” e alcune centrali stanno venendo riadattate per utilizzarlo. Insomma il carbone è vecchio e sporco ma tutt’altro che dimenticato. E questo perché ne esistono riserve certe per almeno 300 anni, cosa non da poco per una serie di motivi economici e geopolitici.

Se il carbone è però una certezza dai tempi ormai della rivoluzione industriale, il debito è invece una novità degli ultimi anni. Scrive il Sole 24 Ore:

Nel 1999 soltanto tre Paesi Ue (Italia, Belgio e Grecia) avevano un debito pubblico superiore all’80% del Pil e solo un altro (Bulgaria) sopra il 70%. Nel 2013, invece, secondo le ultime proiezioni della Commissione, vi saranno nove economie con debiti pubblici oltre l’80% (Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania) e altre tre sopra il 70% (Cipro, Malta, Austria). Inoltre, secondo l’Fmi, il debito pubblico Usa nel 2013 sarà balzato al 113% del Pil. (…) Nel 2013 il debito pubblico italiano sarà pari a 1.988 miliardi di euro. Quello tedesco sarà di 2.082 miliardi, quello francese di 1.946 miliardi e quello inglese di 1.532 miliardi di sterline, che al cambio attuale significano circa 1.900 miliardi di euro. Da notare, che i debiti pubblici di Francia e Gran Bretagna in valore assoluto venti anni fa erano poco più della metà di quello italiano e quello tedesco era inferiore. Mentre ora i debiti dei quattro maggiori Paesi europei sono sostanzialmente simili tra loro, con quello tedesco una spanna sopra gli altri.

Insomma il mondo, oltre che a carbone, va a debito. Praticamente tutte le principali economie del pianeta, o almeno quelle ‘storiche’, hanno bisogno del caro vecchio carbone e di nuovi enormi debiti per far funzionare la loro macchina.

Noi italiani, soprattutto in fatto di debito, non siamo mai stati secondi a nessuno. Ma sempre sfogliando i quotidiani dello scorso fine settimana possiamo scoprire altri due ingredienti della miscela che anima i nostri motori: scuola facile e lavoro improduttivo.

Racconta Repubblica che nel biennio 2009/10, 2010/11, gli ammessi agli esami di terza media sono passati dal 95.4% al 95.9% e i diplomati dal 99.5% al 99.6%. Cioè praticamente tutti, farsi bocciare è una vera e propria impresa. E la musica non cambia andando avanti con gli studi: nello stesso biennio la percentuale di ammessi alla maturità è passata dal 94.1% al 94.4% e i promossi dal 98.1% al 98.3%. E l’esame di maturità dovrebbe essere l’esame più difficile forse della vita, quello che rappresenta una cesoia tra l’essere fanciulli e diventare adulti, quello che certifica l’esser preparati al mondo “dei grandi” e del lavoro. Eppure questo esame è superato da 95 aspiranti su 100, i numeri dicono che non è certo così difficile. Come difficile non è la nostra scuola. O meglio, i programmi sarebbero anche complessi e corposi, eppure gli insegnanti, la struttura, tendono a perdonare tutto e non bocciare nessuno.

Circola su facebook, in questi giorni, una vignetta esemplificativa: due scene identiche, una contemporanea e l’altra di una ventina d’anni fa, in cui si vedono due genitori con il figlio di fronte ad un’insegnante con in mano un compito su cui campeggia un 4, che domandano evidentemente irritati: “E questo 4?”. Nella vignetta di 20 anni fa la domanda è rivolta al figlio che va male a scuola, in quella contemporanea all’insegnante che si è permessa di mettere un 4 al pargolo. Certo la colpa va condivisa tra diversi attori, ma che la nostra scuola non bocci è una verità raccontata dai numeri. E una scuola che non boccia è una scuola che non prepara.

Non prepara al punto che, sempre su Repubblica, in questo primo week end di luglio è comparso un articolo che racconta, tra l’altro, come e quanto producono e lavorano gli italiani. Dalle statistiche emerge che siamo dei veri e propri stakanovisti in termine di ore lavorate, peccato però che le nostre ore valgano poco o niente. Gli italiani che hanno un posto di lavoro lavorano in media 1744 ore l’anno contro le 1705 degli americani, le 1480 dei francesi e le 1411 dei tedeschi. Ma in quanto a produttività siamo invece ultimi o quasi perché, in termini di produttività, un’ora americana vale 60,9 dollari, una francese come una tedesca più di 55 dollari, una svedese 52, una inglese 47,8 mentre una italiana appena 45 dollari. C’entrerà qualcosa il sistema scolastico? Facile e verosimile.

Viviamo quindi in un mondo che va a carbone e debito e in Paese che ha una scuola che non prepara e dei lavoratori che non producono, non siamo messi benissimo.