Quando si vota? Tutto a marzo. Guerra delle date: verità e bugie

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 15 Novembre 2012 15:28 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2012 20:13
Election day

Lapresse

ROMA – Facciamo marzo e non ne parliamo più? Sembra una provocazione ma potrebbe essere la soluzione. Sul calendario delle prossime consultazioni elettorali il governo Monti rischia, per la prima volta, di cadere per davvero. A metà febbraio le regionali e ad inizio aprile le politiche, queste sarebbero le date ufficiose per le prossime votazioni. Date su cui però si sta scatenando il finimondo con il Pdl che si è detto pronto a staccare la spina all’esecutivo se non ci sarà l’election day, cioè tutti i voti lo stesso giorno e con i centristi, che appena un po’ più in sordina, appoggiano sul tema i berlusconiani. Dall’altra parte il Pd, che nulla ha contro le date separate per regionali e politiche, e in mezzo un mare di cose dette e non dette, alcune vere e altre false, a supporto dell’una o dell’altra posizione.

La questione non è nata ieri ma, dopo la sentenza del Tar del Lazio che aveva dato 5 giorni all’ex governatrice Renata Polverini per indire la data delle prossime elezioni, e dopo l’indicazione del ministro dell’Interno AnnaMaria Cancellieri che ha calendarizzato le regionali di Lazio, Lombardia e Molise nel fine settimana del 10 e 11 febbraio, questa è esplosa definitivamente. Il Pdl era tempo che andava predicando la necessità di un election day in cui accorpare regionali e politiche e, con una data ‘naturale’ per le politiche ad inizio aprile, l’indicazione di febbraio per le regionali li ha fatti infuriare.

“Con l’election day si risparmiano 100 milioni di euro, milioni che sono una sorta di ‘tassa Bersani” sostiene il Pdl. Ma, a parte che di milioni, come certifica il Viminale, se ne risparmierebbero al massimo 50, tutti sanno che non è certo questo il motivo per cui quello che era il partito principe del centrodestra vuole votare in un unico giorno. Non serve infatti essere degli attenti storici per ricordare in quante occasioni lo stesso Pdl se n’è beatamente infischiato dei risparmi scegliendo di votare in giorni diversi quando questo poteva essere, per lui, un vantaggio. Se vi dicono che la guerra sulla data delle elezioni è una questione di soldi da risparmiare o spendere, non credeteci, è fumo negli occhi.

Credeteci invece se vi dicono che la guerra sulla data è una guerra per il tempo. Il Pdl o quel che sarà di ciò che era il Pdl ha bisogno e voglia di tempo, per Alfano o Berlusconi che sia il leader. Per riallearsi con la Lega, per provarci con l’Udc. Per far sbiadire un po’ Fiorito. Per allontanarsi da Monti. E il centro politico, di chiunque sia o sarà, Casini per ora, ha bisogno e voglia di tempo. Per diventare “Lista per l’Italia”, per decidere con chi e come stare. Come ha spiegato lo stesso Berlusconi ai suoi “se si vota a febbraio e aprile ci asfaltano e non esistiamo più”. E’ infatti presumibile che dalle prossime regionali di Lazio e Lombardia, forse le due regioni più importanti d’Italia, il centrodestra uscirà sconfitto e con le ossa rotte. Le due giunte sono cadute sotto il peso degli scandali che hanno portato agli arresti di diversi esponenti del centrodestra e, un risultato negativo, potrebbe in un certo senso far da traino ed amplificarsi nelle politiche a stretto giro di ruota. Berlusconi e il Pdl lo sanno, anche se è più nobile e spendibile la motivazione dei risparmi, come lo sa anche Casini che in Lombardia era parte della giunta Formigoni e nel Lazio stava in quella Polverini. L’ Udc vedrebbe bene un rinvio anche nel Lazio, per quanto per motivi diversi. Nella regione finora governata dalla Polverini gli uomini di Casini sono tutt’altro che pronti alla sfida elettorale, gli mancano i candidati e tempo in più per organizzarsi sarebbe una vera manna.

E se vi dicono che tutto dipende, che la guerra delle date si fa per la legge elettorale? “Una nuova legge elettorale è la conditio sine qua non per le politiche” sostengono più o meno tutti: sia chi la vorrebbe subito per anticipare la fine della legislatura, sia chi l’aspetta per votare ad aprile. Ma quale che sia la fonte che l’invoca appare comunque come una bugia. Sanno tutti infatti che la possibilità di accordarsi e varare una nuova legge elettorale è poco più che teorica e che, con ogni probabilità, si finirà per votare (che sia febbraio, marzo o aprile) con un Porcellum appena emendato con l’inserimento della quota per ottenere il premio di maggioranza.

E se vi dicono che è una guerra per non avere cinque mesi filati di campagna elettorale ininterrotta? Vi dicono mezza verità e mezza bugia: cinque mesi di campagna elettorale sono troppi ma di fatto la campagna elettorale è già cominciata, infatti a scrivere la legge di stabilità sono stati i partiti e non il governo ed è la prima volta da un anno che una cosa del genere succede. Quello che è certo è che, come dice il Pdl, con il doppio voto il Paese andrà incontro a 5 mesi di campagna elettorale che francamente non ci possiamo, potremmo, permettere. Ma che, piaccia o no, in una forma o nell’altra dovremo ingoiare. La denuncia del centrodestra suona però più come un campanello d’allarme per loro che per il Paese. Cinque mesi di campagna elettorale rischiano infatti di paralizzare Parlamento e governo ma, soprattutto dal punto di vista del Pdl, rischiano di essere fatali ad un centrodestra già al limite del dissolvimento.

Oltre alle cose che le varie forze politiche dicono ce ne sono altre però, a volte più importanti, che tacciono. Non dicono, ad esempio, che anticipare le politiche potrebbe mettere l’Italia nelle condizioni di dover chiedere lo scudo della Bce, cioè la Banca centrale europea che compra i nostri titoli di Stato. E questo perché se si anticipassero le politiche a febbraio accorpandole con le regionali questo si potrebbe fare solo attraverso lo scioglimento anticipato delle Camere, cioè una crisi di governo. E non dicono che una crisi esporrebbe il Paese, l’economia italiana e il famigerato spread ad uno stress certamente indesiderato e probabilmente non sostenibile. Non lo dicono, ma lo sanno. E anzi c’è il rischio che qualcuno si auguri questa soluzione, a destra come a sinistra. Bersani potrebbe non disdegnare una simile prospettiva perché sarebbe certo meglio che l’aiuto europeo lo chiedesse il governo uscente invece del suo appena insediato. Ma ‘danno accettabile’ lo potrebbe considerare anche il centrodestra, per la serie facciamo cadere Monti e sarà lui a chiedere l’aiuto dell’Europa mentre noi potremmo fare felicemente una campagna elettorale contro i tecnici, contro l’euro e contro l’Europa che ci strozza.

Infine Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica, come è noto, non vede di buon occhio una crisi anticipata e preferirebbe che la legislatura arrivasse alla sua naturale scadenza. In primis per non creare quelle turbolenze economiche che un’uscita di scena anticipata di Mario Monti genererebbe e in secundis perché, come ha detto più volte, troverebbe più corretto che l’incarico del nuovo governo fosse dato non da lui visto che il suo mandato scadrà a maggio, ma dal suo successore che sarà in carica per tutta la prossima legislatura. Ma la ‘scadenza’ di Napolitano fa parte anche del non detto perché, votando a febbraio per le politiche, la casella ‘Quirinale’ sarebbe ancora occupata. Mentre se si votasse ad aprile sarebbe tutta da riempire, magari con Monti, e anche se non se ne parla è questo certo motivo d’attenzione e interesse per tutte le forze in campo.

Tra motivazioni valide e non, tra buone ragioni e pretesti, tra motivi palesi e nascosti su queste date si sta giocando una partita che è molto di più che una questione di calendario. Tra febbraio ed aprile allora, facciamo marzo e non se ne parli più. E forse davvero faranno marzo, sembra una soluzione da contrattazione al mercato, ma è un’ipotesi che si sta realmente affacciando. Marzo dà un po’ di tempo al Pdl e all’Udc, non significa crisi di governo, resta la questione Quirinale ma, signora mia, non si può avere tutto nella vita.