Facce di cozza: i non tagli della politica

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 12 Settembre 2011 14:13 | Ultimo aggiornamento: 12 Settembre 2011 14:13

ROMA – Per far risultare Beppe Grillo entro i confini della realtà ce ne vuole… Ma la cosiddetta “Casta” è riuscita anche in questa sovrumana impresa: il politico-comico ha portato davanti al Parlamento cesti di cozze ad indicare di qualle natura sia l’attaccamento dei parlamentari e della politica ai “privilegi acquisiti”, la Casta lo aveva preceduto con un paio di settimane piene di totale e convinta “Faccia di Cozza”.  Per sapere se salverà il Paese ci vorrà del tempo, ma di certo l’ultima versione della manovra, quella licenziata, con fiducia, dal Senato, ha salvato e salverà la “Casta”. Anche per far digerire alla nazione una manovra che prevedeva tagli, nuove tasse e sacrifici, il Governo aveva promesso di metter mano ai costi della politica e ai privilegi dei parlamentari. Il maxiemendamento votato al Senato,  che sarà il volto definitivo della manovra, ha mostrato che le promesse estive dell’esecutivo erano come i buoni propositi che si fanno per il nuovo anno: aria fritta. Si era detto che sarebbero state tagliate le indennità dei parlamentari con un doppio lavoro, sono state appena appena limate. Si era detto che sarebbe stato dimezzato il numero dei parlamentari, evidentemente se lo sono dimenticato. Si era detto che sarebbero state abolite le province, si farà, ma con legge costituzionale, cioè tra anni, e al posto loro arriveranno le unioni dei comuni. Si era detto che i piccoli comuni e i cosiddetti “enti inutili”, quelli con meno di 70 dipendenti, sarebbero spariti, ma sparita è invece la norma che li cancellava. Si era detto che sarebbero stati tagliati i costi di Camera e Senato, e sono stati sforbiciati di ben lo 0,30%. Si era detto, ma era estate e forse i nostri governanti lo avevan detto di fronte ad un falò organizzato per festeggiare il ferragosto. Si era detto e se ne è persa traccia.

 

Pochi giorni fa Beppe Grillo ha organizzato una manifestazione, il “Cozza day”, per sottolineare il parallelismo tra chi ci rappresenta e i famosi mitili neri, i primi attaccati ai privilegi come i secondi lo sono allo scoglio. Con un gioco di parole non degno di Oxford si potrebbero definire i nostri governanti anche come “facce da cozza”. E ogni giornale, ogni commentatore che prova a raccontare come i sacrifici per la casta siano spariti dall’ultima versione della manovra non può far altro che trovare accostamenti tipo “non si può chiedere al tacchino di festeggiare il Natale” o “non si è mai vista la forfora festeggiare lo shampoo”. Giri di parole, metafore e manifestazioni che raccontano sempre la stessa realtà: l’Italia è in crisi e bisogna fare sacrifici, lo chiede l’Europa e lo esigono i mercati ma, anche se la crisi è in buona parte imputabile a chi il Paese gestisce, i costi li pagheranno gli altri. Nonostante le promesse estive.

 

E le facce da cozza hanno colpito in vari campi, praticamente tutti. In origine era stato previsto un taglio degli stipendi per quei parlamentari che, oltre a sedere alla Camera o in Senato, svolgono un altro lavoro, ad esempio avvocati, o commercialisti. Il taglio doveva essere pari al 50% dell’indennità, che è solo una voce dello stipendio dei parlamentari, non il totale. Non era quindi, già nella prima versione, una sforbiciata clamorosa, ma nella versione definitiva il taglio si è ridotto al 20% della quota che supera i 90mila euro. Spicci. Scrive il Corriere: “se un deputato o un senatore fa anche un altro mestiere e incassa più di 9.847 euro netti, l’indennità di carica di 5.486 euro mensili netti (cui poi si sommano tra diaria e rimborsi spese altri 7.193 euro, che non vengono toccati), non sarà più tagliata del 50% come prevedeva il testo originario. La sforbiciata si farà sul totale annuo percepito a titolo di indennità, e sarà pari al 20%, ma solo per la quota eccedente i 90 mila euro, e al 40% per quella che supera i 150 mila euro”. Inoltre, il regime dell’incompatibilità dei parlamentari, che prima vietava di ricoprire “qualsiasi altra carica elettiva pubblica”, è stato notevolmente rivisto: nella nuova versione del testo l’incompatibilità è circoscritta alle altre cariche elettive “di natura monocratica” e relative a “organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5 mila abitanti”. Il che significa che i parlamentari non solo potranno continuare a fare i sindaci nei Comuni piccoli e medi e potranno anche avere l’incarico di assessore in tutti i municipi, compresi quelli delle grandi città.

 

Tanta pubblicità era stata fatta, e viene continuata a fare, al dimezzamento del numero dei parlamentari. Tutti lo chiedono, tutti lo vogliono, tutti lo dichiarano cosa fatta ma nessuno dice la verità. Scrive Massimo Gramellini su La Stampa: “per addolcire il bicarbonato della Manovra, a fine agosto il governo pensò bene di regalarci una caramella al miele. La promessa di un disegno di legge costituzionale che avrebbe dimezzato i parlamentari e cancellato le province. Qualche giorno dopo il segretario del partito del premier scartò la caramella al miele e la distribuì sull’autorevole palco della Berghemfest (sembra uno stopper del Bayern, ma immagino voglia dire Festa di Bergamo): ai primi di settembre, garantì, presenteremo un disegno di legge costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari e abolire le province. Il disegno di legge costituzionale è stato presentato e prevede soltanto l’abolizione delle province. Il dimezzamento dei parlamentari è stato inghiottito da un buco nero. Chi lo avrebbe mai detto? Stupiti quanto voi, ci siamo messi sulle tracce dello scomparso, interpellandone il padre putativo: Calderoli. L’illustre giurista ci ha tranquillizzati: il dimezzamento non è nel disegno di legge perché era già stato varato dal consiglio dei ministri del 22 luglio scorso. E allora come mai Berlusconi e Alfano, oltre un mese dopo, lo promettevano ai cittadini? Uno promette quel che deve ancora fare, non quel che ha appena fatto. L’ipotesi che il consiglio del 22 luglio avesse approvato il dimezzamento dei parlamentari all’insaputa del premier è stata presa seriamente in considerazione, ma non ha retto alla prova dei fatti. Che sono questi. Il dimezzamento è stato votato dal governo «salvo intese», una formula furbetta che consente di spacciare la riforma come già avvenuta, mentre nella realtà deve ancora passare per le forche caudine di una trattativa con i singoli ministri. Per farla breve: la proposta di dimezzare gli onorevoli e i senatori non è stata inserita nel disegno di legge di ieri perché si trova già altrove, ma quell’altrove è un provvedimento che giace sepolto in un cassetto di Palazzo Chigi e non è mai stato trasmesso ai due rami del Parlamento. Per farla brevissima: ci hanno preso in giro un’altra volta”.

 

E le province? Il disegno di legge che ne prevede l’abolizione, come scrive Gramellini, è stato presentato. Ma prevede anche altro, cioè che gli enti che spariranno, le province appunto, saranno sostituite da città metropolitane e dalle unioni dei comuni. Più che una cancellazione una sostituzione, e tra l’altro nemmeno particolarmente conveniente visto che le 192 province saranno sostituite da circa 200 nuove entità che, per di più, non saranno nemmeno elettive, cioè i cui membri non saranno scelti e nominati attraverso elezioni. Quello che si dice un affare, per le cozze ovviamente.

 

E ancora i piccoli comuni e gli “enti inutili”, candidati anche loro in estate all’estinzione e tutti salvati nell’ultimo maxi emendamento. I piccoli comuni rimangono e soprattutto gli enti inutili, riserva di poltrone per i politici trombati alle elezioni, sono stati salvati con un colpo di spugna tout court. Infine la riduzione dei budget e delle spese dei due rami del Parlamento. In questo campo un taglio è stato fatto, di ben lo 0,30%. Qualcuno dirà meglio che niente, ma di certo non saranno gli elettori.