Flat tax: 24 anni di fuffa e fa ancora voti

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 24 gennaio 2018 10:59 | Ultimo aggiornamento: 24 gennaio 2018 10:59
flat-tax

Fisco: oltre 30 anni di promesse sulla flat tax (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Flat tax, letteralmente tassa piatta. Ma nella testa e nell’immaginario di molti italiani si traduce altrimenti, si traduce in Irpef da pagare ridotta di un terzo se non della metà. Flat tax, letteralmente tassa piatta, cioè aliquota unica. Il numero, la percentuale dell’aliquota unica dell’Irpef prossima ventura oscilla tra il 23 e il 25 per cento.

Ma c’è un numero che non oscilla, un numero sicuro ed è il 24. Sono 24 anni che la raccontano e ce la fanno intravedere questa flat tax, intravedere senza mai toccare. Sono 24 anni filati che arriva, arriva…e non arriva mai. Flat tax, sono 24 anni di fuffa perché dopo 24 anni una cosa che eccola arriva e mai arriva si è inesorabilmente fatta fuffa. Flat tax, 24 anni di fuffa, eppure fa ancora voti.

Si comincia nel 1994 (del riassunto cronologico siamo debitori a Mattia Feltri su La Stampa) e chi altri poteva cominciare se non Silvio Berlusconi? La proposta del 1994 è di una flat tax, aliquota unica Irpef del 33 per cento. Se Berlusconi vince le elezioni si diceva allora tutti pagheranno di Irpef il 33 per cento del reddito, appunto l’aliquota unica. (Oggi l’Irpef, e anche allora, si paga in aliquote progressive, che cioè crescono man mano che cresce il reddito, la più alta è del 43 per cento sopra i 75 mila euro di reddito, sopra i 50 mila l’aliquota è del 40 per cento, l’intermedia è del 36 per cento). Berlusconi vince quelle elezioni ma non se ne fa nulla e non perché Berlusconi non voglia, semplicemente non può.

Poi arriva il 2.001 e stavolta la flat tax è due aliquote e non una: 23 per cento per praticamente tutti e 33 per cento sopra i 200 mila euro di reddito. Non se ne fa nulla, non si può.

2.004 e le aliquote Irpef proposte e promesse sono tre: 23, 33 e 39 per cento. Non è proprio una flat tax ma comunque è un calo generalizzato dell’Irpef da pagare. Non se ne fa nulla, non si può.

2.010 e le aliquote tornano due: le classiche 23 e 33 per cento. Non se ne fa nulla, non si può.

E siamo al 2.018. Salvini chiede voti in nome dell’aliquota unica al 15 per cento del reddito. Lui sì che non ha il braccino corto. Berlusconi sta sul classico: 23 per cento. Basta votarli e l’Irpef se non sparisce smagrisce, smagrisce un sacco.

Non se ne farà nulla. Perché non si può. Perché non è vero che se abbassi l’Irpef il gettito resta uguale perché pagano quelli che non pagavano prima. L’Irpef è una delle tasse meno evase e quindi c’è relativamente poca evasione da recuperare, se ne dimezzi o quasi il gettito non recuperi un bel nulla dal cesto Irpef. Gli altri cesti, le tasse evase in Italia in maniera massiccia  partire dall’Iva sono di fatto ad aliquota zero per chi non le paga. Nessuna aliquota è più conveniente di quella a zero.

Quindi non se ne farà nulla della flat tax, anche se le elezioni le vincono Berlusconi e Salvini (anche Di Maio come promesso tagliatore di tasse non scherza). Non se ne farà nulla. Perché non si può. E in fondo che non si può, come un’avvertenza scritta in piccolo piccolissimo sulla confezione lo dicono anche Salvini e Berlusconi. Dicono che la flat tax, l’aliquota unica al 23 per cento sarà “graduale”. Ecco, graduale, cioè mica si fa davvero. Perché non si può.

E che non si può lo dice a suo modo anche Di Maio. Lo dice quando afferma e calcola che i sldi per tagliare le tasse li prenderà togliendo 50 miliardi (50!) agli sprechi di spesa. Cinquanta miliardi che storti o diritti vanno a milioni di italiani da cancellare. Ecco, anche Di Maio a suo modo dice che non se ne farà nulla. Perché non si può.

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