Tendenza Schettino: party, Università..Esibizionismo, sindrome Stoccolma o che?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 7 Agosto 2014 13:49 | Ultimo aggiornamento: 7 Agosto 2014 13:49
Francesco Schettino durante la lezione

Francesco Schettino durante la lezione

ROMA – Dopo la festa “total white” ad Ischia, la partecipazione come “esperto” ad un’iniziativa dell’università La Sapienza di Roma. Sono le ultime due uscite pubbliche di Francesco Schettino, l’uomo sotto il cui comando una nave di 300 metri riuscì nell’impresa di centrare un’isola, il Giglio, incidente in cui morirono 32 persone. Da allora, da quel gennaio del 2012, Schettino è riuscito in quella che quasi ovunque nel mondo sarebbe un’impresa impossibile, ma evidentemente possibilissima in Italia: assurgere al ruolo di divo, di vip. Lo invitano alle feste, lo cercano, gli chiedono autografi e, ultimo in ordine di tempo, vengono chiesti a Schettino pareri da esperto in tema di gestione del panico, all’università.

“Continuiamo così, facciamoci del male…”. Difficile trovare parole più adatte di quelle di Nanni Moretti in Bianca per raccontare l’ultima uscita di Schettino, l’apparizione in veste di “esperto” in un master universitario. Ma perché l’ex comandante della Concordia esercita un fascino così evidentemente irresistibile?

Esibizionismo puro da parte dell’interessato? Forse. Certo Schettino si piace, e si vede, e come dimostrano le dichiarazioni sue e dei sue legali appare convinto (almeno per ragioni processuali) del suo operato a bordo della nave affondata. Ma questo da solo non basta: un eccesso di amor proprio ed autostima non è infatti sufficiente a regalare notorietà a chicchessia senza un riscontro da parte del “pubblico”. L’esibizionismo vero e virulento è quello di chi Schettino lo invita: esibirsi in un tuffo ad alto coefficiente di difficoltà, questa la “goduria” di signore che postano selfie con Schettino, di psicopatologi che mostrano una tendenza ad una precisa psicopatologia, appunto l’esibizionismo.

Sfondare ogni barriera e confine, quello del ridicolo, del patetico, dell’opportuno, del decente pur di esibirsi. E’ ormai parte del costume nazionale, lo si vede nelle feste private e nelle pubbliche aule. Lo si vede al massimo del suo luccicare con Schettino ma compare ogni giorno in ogni televisione ad esempio.

Esibizionismo e anche una sorta di sindrome di Stoccolma su larga scala? Gli italiani affezionati in qualche modo a colui che incarna il rapitore della loro credibilità. Gli italiani affezionati alla cialtroneria insita nel piagnucolare in privato la notte del naufragio: “mamma mia cosa ha fatto” e ora andare in pubblico a dire della “mia professionalità confermata dai fatti”.  Ipotesi affascinante, ma indimostrabile quanto suggestiva.

Che altro allora può spiegare il successo mediatico di cui quest’uomo è protagonista. Aldo Cazzullo e Francesco Merlo, su Corriere della Sera e Repubblica, ma non solo loro, provano a darsi una spiegazione.

“Schettino — la sua figura, non la sua persona — è diventato in questi anni una maschera di alcuni vizi italici: la faciloneria, l’inadeguatezza, la corsa a evitare le responsabilità. E nella nave finita sugli scogli è stata inevitabilmente vista l’immagine di un Paese in crisi (non a caso, quando il relitto fu recuperato Mentana scrisse su Facebook: ‘Vediamo chi sarà il primo, politico o giornalista, a usare la Costa Concordia come metafora per frasi tipo ‘ora raddrizziamo la nave Italia’’. La competizione fu vinta da Saviano)”, scrive Cazzullo.

“Schettino in cattedra è solo il gran finale di quel clientelismo e familismo — i peggiori d’Italia — raccontati magistralmente dai colleghi di Report, la bella trasmissione di inchiesta di Milena Gabanelli – analizza Merlo -. Come potrebbe infatti una università sana, che forgia i valori morali e le competenze materiali, invitare a parlare ‘davanti ad un centinaio di studenti ed esperti’ l’uomo che, insieme a 32 vite, ha provocato la fine dell’etica del comando e della tradizione marinara italiana? Non è stato insomma l’incidente di un professore goffo e superficiale. È invece l’ultimo grano di un rosario di collassi. Certo, il minimo che si possa dire del criminologo che lo ha invitato è che non si rende conto di che cos’è un crimine. (…) Schettino è un capolavoro di autocompiacimento criminale. Ebbene, Schettino non ha lavorato da solo nella trasformazione di un eccidio in gloria. Gira il nostro povero Paese non con l’atteggiamento dell’impunito ma dell’eroe e si crede la statua della libertà perché davvero è più popolare e più ricercato di Ibrahimovic. Diciamo la verità: è l’orribile Italia degli ammiratori e degli incuriositi che gli permette di spacciare la strage per un merito. Per troppi italiani, prima ancora che per lui, ogni morto annegato al Giglio è come una tappa del tour de France vinta da Nibali, per loro non c’è alcuna differenza tra Schettino e i divi della televisione. Ecco perché ha potuto tenere una lezione universitaria come se fosse lo scopritore della penicillina”.

E probabilmente dietro a Schettino e al suo successo ci sono, miscelati come in un cocktail, tutti gli elementi citati da Cazzullo e Merlo. Ma ci sono, soprattutto, i mali e le storture dell’Italia che consente ad un personaggio reso in realtà celebre dal perentorio ordine del Comandante Antonio De Falco “Torni a bordo cazzo!!!”, di assurgere al ruolo di punto di riferimento, di attrazione da vedere e, in alcuni casi, di modello da seguire quando, al contrario, lo dovrebbe al massimo relegare al ruolo di paradigma dell’inadeguatezza e dell’approssimazione.