Garibaldi, altro che il Che: “Preti deportati a lavorare nelle paludi”

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 Luglio 2012 14:27 | Ultimo aggiornamento: 3 Luglio 2012 14:27
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Giuseppe Garibaldi

ROMA – Punto numero 1: l’acquisizione con ogni mezzo di cinque milioni di fucili per terminare la Rivoluzione Italiana. Punto numero 2: la deportazione di tutti i preti abili al lavoro nelle Paludi Pontine per il proficuo impiego nelle opere di bonifica. Quale mano giacobina avrà vergato un simile programma politico? Robespierre, Lenin, Guevara? Quale mente atea e rivoluzionaria avrà mai pensato di mettere ai primi due posti del suo programma l’acquisto dei fucili e la deportazione dei preti? Giuseppe Garibaldi. Proprio lui, quello che l’Italia ha stampato per anni sulle mille lire, quello che abbiamo conosciuto sui banchi di scuola e attraverso strade e piazze a lui intitolate e quello che la Tim ha appena usato per la sua ultima campagna pubblicitaria.

In realtà, noi italiani, nonostante l’Eroe dei due mondi sia un nostro concittadino, non lo conosciamo affatto. Sappiamo a menadito di lui le banalità che a scuola ci hanno insegnato, ma non abbiamo idea di chi in realtà Garibaldi fosse: eroe rivoluzionario, difensore degli oppressi e paladino della giustizia, repubblicano contro ogni re, un “che” Guevara ante litteram ma in realtà un Guevara all’ennesima potenza, molto più globale e molto più eroe del comandante argentino.

La definizione “eroe dei due mondi” è una delle poche “vere” che le reminiscenza scolastiche lasciano nella mente degli studenti sul conto di Garibaldi. Di lui la scuola ci ha insegnato che ha contribuito all’unificazione del Paese in cui viviamo e che poi è più o meno sparito dalle scene. Che in gioventù ha girato il mondo partecipando a qualche lotta qua e la nel globo, soprattutto in sud America; che vestiva con poncho e camicia rossa e che le nostre piazze portano il suo nome e ospitano le sue statue. Questo e poco altro la nostra scuola insegna del nostro eroe. Eroe anestetizzato e imbalsamato dalla regia politica prima e dal fascismo poi. Due poteri e due modi di vedere il mondo che non potevano tollerare e digerire la carica rivoluzionaria che Garibaldi portava con sé. E non la potevano reggere a tal punto da fissare la sua immagine come si fa con le farfalle che si spillano alle pareti, bellissime ma immobili. E così è stato per Garibaldi: eroe dell’unificazione e nulla più. Almeno in Italia.

Ma Garibaldi era altro e molto di più di quello che la storiografia italiana ricorda, e lo si evince dalle feste che in suo onore si celebrano in diverse parti del mondo oltre che dalla sua biografia. Scrive Maurizio Maggiani su La Stampa:

“No, noi non ci ricordiamo un fico secco del Generale Garibaldi, non ci è rimasta che la più pallida e insignificante idea di chi fu quell’uomo agli occhi del mondo, e le risposte che abbiamo dato sul suo conto al professore di storia per tirar via un sette, erano confacenti alla banalità delle domande. Il Generale è stato per alcune generazioni di americani del Sud e del Nord, e di europei, e di asiatici, semplicemente, il più grande degli eroi della modernità. La quintessenza dell’Eroe; sempre vittorioso e sempre sconfitto, sempre presente là dove un torto va riparato, una giusta causa sostenuta, un popolo reso libero. E sempre, per l’eterno, di limpida purezza di azione e pensiero”.

E Garibaldi era infatti molto più del “faccione” che tutti ricordiamo sulle mille lire. Le cronache raccontano che quando arrivò a Londra nel 1864 per chiedere fondi per la “Rivoluzione Italiana”, era stato di fatto bandito dal Paese che aveva ampiamente contribuito a creare e da poco uscito dalle carceri del re a cui aveva dato un regno. Ad accoglierlo nella terra degli inglesi, secondo i calcoli della polizia, mezzo milione di persone oltre tutti i bastimenti presenti nel porto col gran pavese e le sirene. E poi le delegazioni dei minatori, degli operai, delle filandere, diversi nobili inglesi e tutti gli intellettuali del regno, Carlyle in testa. E ancora l’esercito dei rifugiati politici e il sindaco della città. Tutti a festeggiare l’arrivo e omaggiare quell’uomo che si era rifiutato di stringere la mano alla regina d’Inghilterra.

Racconta ancora Maggiani che “quando la regina Vittoria, indispettita e preoccupata, chiese al ministro Disraeli cosa avesse mai quell’uomo da suscitare tanta isteria fra tante persone così diverse, le fu freddamente risposto: quell’uomo, Maestà, è oggi l’individuo più potente del mondo perché si riconosce in lui l’assoluta purezza. Egli è ciò che dice e dice ciò che fa senza contraddizioni e debolezze”.

E Garibaldi fu forse uno dei primi, se non il primo eroe cosmopolita. Andò in Cina su una nave battente bandiera peruviana per prendere contatti con l’esercito rivoluzionario del Regno celeste di Tai Ping; lavorò a New York nella fabbrica di candele di Antonio Meucci; fu giovane marinaio mazziniano; visse a Londra, a Tangeri, in Australia. E ovunque combatté per i suoi ideali e per la libertà dei popoli.

Nello stesso anno in cui visitava l’Inghilterra in cerca di fondi per la rivoluzione italiana, il re delle Hawaii prendeva il mare per andare a Caprera a stringere la mano del suo eroe, e sempre a Caprera veniva recapitata una lettera del pensatore anarchico principe Bakunin spedita due mesi prima dal confino siberiano in cui raccontava al Generale come in Siberia e in tutte le Russie non si facesse che discutere ed ammirare le sue gesta. E proprio Bakunin gli andrà incontro e lo abbraccerà quando l’Eroe farà il suo ingresso alla Comune di Parigi.

Le gesta di Garibaldi ancora si celebrano a New York, dove l’anno scorso è stato il presidente Obama a tenere il discorso nel “Garibaldi Day” in onore della Garibaldi Gard, il mitico 171° reggimento NY composto da esuli politici italiani, che si fece onore nella guerra di secessione combattendo contro gli schiavisti. Celebrazioni in suo onore si tengono in Argentina, nello stato di San Paolo, a Puerto Rico, in Uruguay, dove Garibaldi è eroe nazionale sopra ogni altro, avendo generato lui, combattendo vittoriosamente contro l’impero argentino, la repubblica. La mitologia al suo riguardo è ovunque sconfinata, ma paradossalmente non Italia. Colpa della sterilizzazione voluta dal Re e dal Duce. La sterilizzazione di quell’uomo, quell’eroe troppo ingombrante e troppo moderno per uno stato che di moderno non aveva nulla e di rivoluzionario ancor meno.

“La sua carica sovversiva, il suo insurrezionalismo irriducibile, il suo pensiero così fanciullescamente eversivo, erano, e restano, indesiderabili e intollerabili. Ci vuole una nazione con le spalle più robuste per caricarsi di un eroe così tosto, ci vuole un popolo con una notevole fiducia in sé per ricordare con onesta memoria l’eroe nazionale che fondò un partito che aveva fissato al primo e al secondo articolo del suo statuto i seguenti obiettivi politici: 1, l’acquisizione con ogni mezzo di cinque milioni di fucili per terminare la Rivoluzione Italiana. 2, la deportazione di tutti i preti abili al lavoro nelle Paludi Pontine per il proficuo impiego nelle opere di bonifica”.

Entrando nel Parlamento appena eletto, ed essendosi presentato con il suo poncho e il suo cappello piumato da brigante lucano, Garibaldi disse ai parlamentari in cilindro e marsina: “Non è questa l’Italia ch’io sognava”. Entrando oggi nel nostro Parlamento, probabilmente l’eroe dei due mondi avrebbe un’impressione ancor peggiore scoprendosi lui, vero rivoluzionario, ridotto a poco meno di un burattino. Si inaugura a Caprera il suo memoriale, Napolitano e Monti parleranno di lui ma del vero Garibaldi si è persa, anzi si è voluta perdere la memoria e rileggendo la sua vita è facile capire il perché di una…rimozione di Stato lunga un secolo e mezzo.