“Grimm chi..? Mio figlio non recita l’asino”. Tamaro: genitori dei tempi ottusi

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 12 Aprile 2013 15:43 | Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2013 16:56
Il ruolo dell'asino in una recita dei Musicanti di Brema mentre i genitori del "piccolo somaro" contro la maestra che gli aveva assegnato la parte

L’asino dei Musicanti di Brema

ORVIETO – Mala tempora currunt, dicevano i latini. “Tempi ottusi” scrive Susanna Tamaro sul Corriere della Sera: stanno per arrivare o, più propriamente, corrono tempi bui. Tempi in cui una madre e un padre,  mica solo una coppia stramba ma un’intera schiera di genitori, sentono lesa la dignità loro e del loro figlio di 4 o 5 anni, comunque in età d’asilo, perché al loro pargolo è stata assegnata la parte dell’asino. Non dell’asino nel senso di “ciuccio”, “ciuco”, di ultimo della classe. Ma del somaro che, insieme ad un cane, un gallo ed un gatto, scacciato dalla fattoria dove viveva, decide di diventare musico. Una delle più celebri fiabe dei fratelli Grimm: I musicanti di Brema. Una di quelle favole “classiche” che attraverso le vicende fantastiche di personaggi inventati contribuisce all’educazione dei nostri figli. Una di quelle fiabe con la morale, né più né meno come lo erano quelle di Esopo di appena qualche migliaio di anni fa. Una favola che gli abitanti dei “tempi ottusi”, cioè ormai gran parte di noi, non sono più in grado di intendere, men che mai di voler intendere.

La scrittrice Susanna Tamaro, sul Corriere della Sera, racconta di questo episodio avvenuto in un asilo di Orvieto. Scuola dell’infanzia dove delle sventurate maestre avevano deciso di allestire una recita. Una di quelle cose alla buona fatta per divertire i genitori che allo spettacolo assisteranno, ma soprattutto per insegnare qualcosa ai bambini più piccoli facendoli divertire. Una di quelle recite che aiutano i più timidi a superare il loro impaccio. E, cosa da non credere, avevano scelto come soggetto una favola di Grimm. Sventurate: non avevano tenuto conto che una scelta così è…così evidentemente troppo azzardata nell’epoca dei talent e della cultura dell’ignoranza arrogante. Sventurate perché stavano per sbattere contro i genitori ignoranti arroganti, i figli legittimi e numerosi del tempi ottusi.

Non avevano infatti considerato, le poco sensibili maestre, che la storia prevedeva la presenza di ben quattro protagonisti. Quattro quindi i “ruoli principali” da assegnare: quello del cane, quello del gatto, quello del gallo e quello dell’asino. Quattro animali che banalmente vivevano all’epoca dei Grimm come oggi nelle fattorie di tutto il mondo. Ma, evidentemente, un cane non è uguale ad un gatto e, soprattutto, non è uguale ad un asino. I genitori del malcapitato figlio infatti, quando hanno saputo che il frutto dei loro lombi si sarebbe dovuto abbassare nel ruolo del somaro, non ci hanno visto più. Hanno vibratamente protestato. E, buon per loro, hanno ottenuto che fossero quelle megere delle maestre ad interpretare gli animali. E chissà come si saranno divertiti i bambini a guardare le insegnanti che recitavano al posto loro, si riesce quasi a sentirli ridere.

“Alla base di tutto – scrive la Tamaro – c’è purtroppo un’incredibile ignoranza. Ignoranza che, in un sistema educativo ormai degradato come il nostro, si è trasformata in arroganza. A parte il fatto che l’asino è un animale di grande intelligenza e ironia, oltre ad aver gloriosamente attraversato la storia sacra della nostra fede – la leggenda popolare, infatti, vuole che la croce tracciata sul dorso stia a ricordare l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, in groppa ad un asino, il giorno dell’osanna – quello che trovo intollerabile, nel nostro Paese, è questa assoluta incapacità di comprendere che non tutto può essere ridotto alla banalità del primo pensiero superficiale. Limitare il pensiero alle reazioni del bianco e del nero non è molto diverso dal vivere come certe creature unicellulari che, come unica manifestazione di vita, si allontanano e si avvicinano dalle fonti di luce: un comportamento etologico del tutto normale, dato che, in loro, manca il cammino evolutivo, oltre alle stratificazioni di migliaia di anni di cultura”.

Ed ha ragione l’autrice di “Va dove ti porta il cuore“: ai genitori del bambino in questione mancano di certo i migliaia di anni di cultura. Anzi manca proprio la cultura. Ma la cosa peggiore non è questo, è, come anche la Tamaro rileva, che questa totale astensione dalla cultura e dal vivere civile è, particolarmente in Italia, condizione assai diffusa. Talmente diffusa da aver permeato tutta la nostra società sino a quei livelli che dovrebbe essere della cultura il baluardo. La nostra classe dirigente non è, spesso, migliore o con una visione delle cose più ampia rispetto ai detrattori dell’asino di Grimm.

“La perdita della sapienza educativa che si protrae ormai da qualche decennio è la cuasa prima del precdipitare del nostro viver comune nel gorgo della barbarie…siamo ormai proni agli ottusi, agli ignoranti…”. Susanna Tamaro scolpisce su carta un vero sfogo che non risparmia tanto meno assolve la nuova montante cultura/incultura politica e civile. “Mi turba l’orgoglio con cui alcuni aderenti a M5S hanno proclamato di non avere intellettuali al loro interno”. Appunto,  il movimento politico e non solo che dovrebbe raccogliere e rappresentare i sentimenti più nuovi e più freschi, quelli che si oppongono a decenni di mala politica anche in senso culturale, si vanta di non avere tra i suoi sostenitori i cosiddetti intellettuali e forma il proprio pensiero su video visti su internet. Non ci sarebbe bisogno di far nomi per intuire che dei Grillini si tratta. Ma non sono, i 5 Stelle, gli unici esempi di come il rifiuto dell’asino sia cosa sin troppo diffusa. Anzi, sono forse solo l’ultimo in ordine temporale, basti pensare al bunga bunga o a mille altri infelici esempi che la storia politica recente italiana regala. Per non parlare della cronaca di tutti i giorni zeppa di genitori che si scagliano contro insegnanti che hanno dato un brutto voto al loro figlio e peggio ancora.

Se si trattasse davvero di organismi unicellulari, basterebbe spegnere la luce per farli allontanare. Purtroppo però, in questo caso, hanno i bruti della cultura molto più di una cellula.