Guerra degli 11mila miliardi. Stato che vende campa, Stato che no, crepa

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 17 Gennaio 2012 15:00 | Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio 2012 15:00
La guerra mondiale del debito

(Lapresse)

ROMA – Nel corso del 2012 dovranno essere piazzati, venduti sui mercati, undicimila miliardi di dollari di debito pubblico. Stato che vende la sua quota di debito campa, Stato che non ce la fa a vendere, crepa. Vendere: impresa non semplice: i mercati tentennano e i compratori latitano e, in queste condizioni di mercato, la concorrenza è lecito immaginare, sarà spietata. Anzi, più che concorrenza sarà una vera e propria guerra tra i soggetti che dovranno “vendere” il loro debito: la guerra del debito la si potrebbe definire. Una guerra del tutti contro tutti, dove varrà il classico mors tua, vita mea, dove chi riuscirà a rendere i propri titoli di stato appetibili e a venderli sopravviverà, e non è detto che tutti ci riescano. Una guerra dove anche quelli che erano amici, leggi Stati Uniti, si riveleranno nemici. Una guerra dove persino la agenzie di rating faranno, e fanno, la loro parte.

Quando bisogna vendere una merce e sul mercato abbondano i venditori, qualcuno con l’acqua alla gola, il lavoro del venditore diviene duro. E quando i venditori in ballo sono tanti, la concorrenza diviene spietata. Più che di una legge di mercato, si tratta di sopravvivenza. La merce da vendere quest’anno è il debito pubblico, e i venditori sono i soliti noti, con Stati Uniti, Giappone ed Europa a far la parte dei grossisti. La differenza col passato è che quest’anno non sembra esserci la fila fuori dal “negozio del debito”. Nell’anno che si è appena aperto infatti, secondo le stime del Fmi, i governi mondiali avranno bisogno di prendere a prestito dai mercati la suddetta, iperbolica, cifra di oltre undicimila miliardi. I debiti europei in scadenza ammontano a circa millequattrocento miliardi. Una cifra enorme per carità, ma un’inezia se confrontata agli oltre 4.700 degli Usa e agli oltre tremila del Giappone. E visto che in questi tempi rifinanziare il proprio debito non è cosa semplice e i titoli di Stato non sempre sono merce pregiatissima, tra quelle che una volta erano economie se non alleate almeno amiche, si sta scatenando una guerra per cercare di accaparrarsi l’interesse dei potenziali compratori.

La crisi del debito pubblico europeo è in realtà solo una faccia di una crisi globale. E se la disomogeneità della Ue la rende più drammatica, con paesi super penalizzati come l’Italia e paesi come la Germania che arrivano a piazzare i loro titoli a interessi addirittura negativi, non per questo gli altri giganti dell’economia super indebitati possono dormire sonni tranquilli. Oggi è l’Europa, o quantomeno alcuni paesi europei, che stenta a piazzare i propri bond ed è costretta a pagare interessi esorbitanti. Ma se l’euro dovesse resistere alla tempesta e, grazie anche al Trattato sul consolidamento delle finanze, l’Europa potesse aggiustare i propri conti pubblici, finirebbe inevitabilmente per attrarre capitali che verrebbero sottratti al finanziamento del debito di altri. Da qui l’interesse di alcune piazze finanziarie a speculare sull’instabilità della moneta unica. In questo scenario, sarebbe illusorio pensare che le agenzie di rating possano restare perfettamente neutrali. Sono americane e tali rimangono. Non è una colpa, ma una constatazione. La colpa, casomai, è di chi sino ad oggi le ha considerate e fatte considerare come arbitri, quando in realtà sono parte del gioco.

Con una durezza mai vista finora, il commissario europeo agli affari economici e monetari Olli Rehn, ha accusato senza mezzi termini le “tre sorelle” americane: “Bisogna ricordare che le agenzie di rating non sono arbitri oggettivi o istituti di ricerca imparziali, ma che hanno i loro propri interessi e agiscono molto secondo i termini del capitalismo finanziario americano”. Con lui anche Mario Draghi che ha insistito sulla necessità di “imparare a fare a meno” del rating delle agenzie “o, quantomeno, imparare a valutare il valore del credito considerando le agenzie una delle tante componenti di questa informazione, non dovremmo dipendere completamente da loro”. Ma se le agenzie di rating sono parte del problema e non parte della soluzione, la guerra del debito mondiale è cosa più grossa e tosta delle agenzie. Draghi lo sa e non a caso ha detto: “La situazione è gravissima e peggiora”.