Pdl non smonti Imu, Pd non rimonti pensioni: l’impossibile scudo anti spread

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 4 settembre 2012 14:39 | Ultimo aggiornamento: 4 settembre 2012 14:39
Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi

Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi (LaPresse)

ROMA – L’unica, la vera garanzia che i mercati apprezzerebbero è molto più difficile da confezionare persino dello scudo anti spread. Il Pdl si dovrebbe impegnare a non toccare l’Imu sulla prima casa e il Pd dovrebbe promettere di non fare marcia indietro sulle pensioni. Potrebbe sembrar una condizione semplice visto che il Pdl e il Pd hanno votato, sostenendo Monti, sia la reintroduzione della tassa sulla prima casa sia la riforma Fornero. Ma il mondo non gira sempre secondo logica e il clima da campagna elettorale si fa sentire. Nel 2006 Prodi promise, e poi mantenne, che qualora avesse vinto le elezioni avrebbe messo mano alla riforma delle pensioni voluta dall’allora ministro Maroni. Appena 2 anni dopo, nel 2008, di nuovo in campagna elettorale Berlusconi promise che avrebbe abolito l’Ici. Anche in questo caso elezioni vinte e tassa cancellata. La tentazione di ripercorrere le stesse strategie, in casa Pdl come in casa Pd, è forte.

Lo scudo anti spread serve certo, ma non basta. Facendo un paragone medico, lo scudo somiglia ad una cura per il sintomo, e non per la causa. Se la “malattia” italiana è infatti lo spread con i titoli tedeschi, abbassarlo significa dare ossigeno al paziente, ma se non si eliminano le cause di un differenziale così alto, questo tornerà a salire non appena “l’aspirina-scudo” avrà finito il suo effetto. E la causa di uno spread così alto con i Bund tedeschi, spread che ci costa miliardi di euro d’interessi ogni anno, va ricercata nella poca fiducia che i mercati hanno non tanto nell’economia italiana, ma negli amministratori della res publica di questo Paese.

L’Fmi ha stimato che il differenziale “giusto” tra titoli italiani e tedeschi andrebbe individuato tra i 200 e 250 punti base. Oggi lo spread si aggira intorno ai 430 punti, 200 punti oltre la stima fatta dal fondo monetario. Una differenza figlia dello scetticismo, delle preoccupazioni che agitano i mercati finanziari quando pensano al futuro dell’Italia. Monti e il suo governo, attraverso molti sacrifici chiesti agli italiani, stanno risanando l’economia e adempiendo alle richieste dell’Europa e dei mercati è vero, ma tra meno di un anno, quando sulla sedia del presidente del Consiglio non siederà più Mario Monti, le cose continueranno nello stesso modo? O l’Italia tornerà ad essere “poco seria” e inaffidabile? Questi sono gli interrogativi che agitano i mercati.

Difficile, almeno in questo caso, dar loro torto. Durante il mese di luglio infatti, la Camera ha approvato un ordine del giorno (promosso da Cesare Damiano, ministro del welfare nel secondo governo Prodi, ma sottoscritto da deputati di tutti i partiti che sostengono Mario Monti) che chiede al governo di favorire un iter parlamentare spedito per l’approvazione di un disegno di legge che smonterebbe pezzi importanti della riforma Fornero, con un costo per lo Stato stimato in circa 5 miliardi dal 2012 al 2019.

E la tentazione poi di impostare una campagna elettorale sui binari sicuri di quelle vinte negli ultimi è molto forte sia a destra che a sinistra. Promettere meno tasse o pensioni prima e più ricche si traduce, quasi naturalmente, in più voti. I partiti lo sanno, ma sarebbero tenuti anche a considerare la fattibilità economica di simili promesse. Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, scrive:

Durante la campagna elettorale del 2006 il centrosinistra si impegnò, qualora avesse vinto le elezioni, a cancellare la riforma Maroni, che a partire dal 2008 avrebbe aumentato di tre anni l’età minima per andare in pensione. Vinte le elezioni, il governo Prodi mantenne la promessa, con un costo, per il sistema previdenziale, stimato in circa 10 miliardi sull’arco di un decennio. Durante la successiva campagna elettorale, era il 2008, Silvio Berlusconi, in un dibattito televisivo, promise di cancellare l’Ici sulla prima casa, anche in questo caso senza spiegare come il governo avrebbe fatto fronte al mancato gettito, circa 2 miliardi di euro l’anno.(…) Nel centrodestra è forte la tentazione di ripetere le gesta del 2008 e impostare la campagna elettorale sulla promessa di cancellare l’Imu sulla prima casa, un’imposta il cui gettito è stimato quest’anno in 3,3 miliardi di euro. Angelino Alfano pensa che si possa far fronte alle minori entrate non tagliando le spese, bensì vendendo immobili pubblici per una cifra straordinaria: 400 miliardi di euro. Basta alzare gli occhi e leggere quanti cartelli ‘affittasi’ e ‘vendesi’ sono appesi nelle nostre città per dubitare di questa copertura. (…) Vi sono due modi per rassicurare i mercati: ci si può legare le mani affidandoci alla vigilanza di organismi esterni (Bruxelles, la Bce, il Fondo monetario), oppure possiamo dare noi delle garanzie. Il presidente del Consiglio potrebbe chiedere ai partiti della sua maggioranza – i maggiori concorrenti nelle prossime elezioni – di votare una risoluzione parlamentare in cui si assumono alcuni impegni precisi: ad esempio, il centrodestra si impegna a non cancellare l’Imu e il centrosinistra a non modificare la riforma delle pensioni. 

Facile a dirsi ma quasi impossibile a farsi. Un impegno simile somiglia infatti alla “mission impossible” della politica italiana perché per vincere le elezioni non occorre rassicurare i mercati, ma conquistare gli elettori. E poi si vedrà…