Imu, tassa “da rifare” in 10 mosse: dalla casa di famiglia a quelle sfitte

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 14 Gennaio 2013 14:54 | Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio 2013 14:54
Imu: Berlusconi la vorrebbe eliminare, Monti ritoccare e Bersani correggere

Imu: Berlusconi la vorrebbe eliminare, Monti ritoccare e Bersani correggere

ROMA – Silvio Berlusconi la vorrebbe eliminare, Mario Monti ritoccare e Pier Luigi Bersani correggere. Tutti i candidati alle prossime elezioni, nonostante siano, almeno nei casi citati, gli stessi che l’hanno pensata, votata e varata, hanno la loro ricetta per l’Imu che così com’è non va. Non va per gli elettori che hanno pagato salato il conto e non va nemmeno per l’Europa che vi rileva diversi squilibri. Liberare la prima casa, aumentare le detrazioni, rivedere il concetto di abitazione di famiglia, diverse sono le idee buttate, nel vero senso della parola, sul tavolo. Buttate perché spesso chi le propone non tiene conto della fattibilità reale e del saldo finale. Il vero lavoro che però andrebbe fatto non passa per limature da una parte e aggiustamenti dall’altra. Ma da un lavoro serio, complesso e organico che passi dalla riforma del catasto per arrivare ad un testo unico sulla tanto odiata tassa. Due misure che correggerebbero squilibri e semplificherebbero le norme, ma due misure molto difficili e lunghe da realizzare.

Che l’Imu vada modificata, non solo a parole e non solo alla vigilia delle elezioni, appare come una necessità chiara. Necessità dettata anche dalla provvisorietà di questa tassa che gli italiani hanno pagato nel 2012 per la prima volta e che, come tutte le cose nuove, ha bisogno ora di essere adattata e perfezionata. Tutti d’accordo su questo ma tutti in disaccordo su come. L’unico punto fermo è che il saldo non può cambiare se non impercettibilmente. I conti italiani stanno meglio di un anno fa ma non sono guariti e non si può rinunciare agli oltre 23 miliardi che l’Imu frutta, ma nemmeno ai tre/quattro che arrivano dalle prime case.

Un approccio serio potrebbe e dovrebbe allora partire dalla riforma del catasto. Riforma che in verità era in programma, inserita nella delega fiscale, ma che la fine del governo Monti ha trascinato nel dimenticatoio. Oggi l’Imu, come il 70% circa degli italiani che possiede una casa sa, è calcolata su valori catastali del tutto scollegati dal valore reale degli immobili. La soluzione sarebbe semplice e complessa. Semplice perché basterebbe aggiornare il catasto rendendolo aderente alla realtà, ma complessa perché richiede quattro o cinque anni di lavoro. A fianco della riforma del catasto andrebbe poi introdotto un “testo unico”.

Nonostante la giovanissima età dell’Imu sono infatti sette tra leggi, decreti e decreti legislativi, di cui cinque emanati negli ultimi 12 mesi, a regolarla. E poi una decina tra circolari, risoluzioni e regolamenti. Una dispersione di fonti che non aiuta ad avere regole certe e chiare per tutti. Riforma del catasto e testo unico risolverebbero ogni squilibrio e semplificherebbero la vita dei cittadini, ma richiedono tempo, un bene che in politica non è mai a disposizione, soprattutto in periodo elettorale.

Il prossimo inquilino di palazzo Chigi opterà quindi per qualche correzione o aggiustamento molto meno di ampio respiro ma in grado di fruttare qualche euro subito nelle tasche degli italiani, affezionati come tutti all’idea di meglio pochi, maledetti e subito. In questa visione le possibili mosse sono molte: dalla riorganizzazione delle detrazioni, calcolate magari in modo inversamente proporzionale al reddito o legate ad altri indicatori di bisogno (Isee, presenza di disabili o disoccupati, mutuo in corso, eccetera); sino al rapporto tra esattori e cittadini che, ad esempio, oggi pagano l’Imu allo Stato ma per rettifiche, rimborsi e altro devono invece interfacciarsi con i comuni. E poi la ridefinizione del perimetro della famiglia per cui oggi, un genitore che ha dato una casa ad un figlio, la vede tassata come seconda abitazione; o ancora l’introduzione di un’aliquota agevolata per i costruttori che si ritrovano “sul groppone” migliaia di case invendute, un monte che rischia di mettere in crisi le loro imprese.

Oppure, come sostengono altri, stoppare i possibili nuovi rincari sui capannoni industriali (gruppo catastale D) la cui Imu va allo Stato, a differenza delle abitazioni, ma su cui i comuni possono introdurre un’aliquota aggiuntiva da trattenere. E poi la questione degli immobili in affitto che Imu, e mercato in crisi, hanno reso bisognosa di una regolamentazione aggiornata. Tutte misure che prese singolarmente hanno la loro dignità e la loro ragion d’essere, e che rispondono ad esigenze e criticità reali. Ma tutte misure che affrontano, appunto, un problema e uno squilibrio alla volta e che rischiano, quando applicate, di lasciare scoperti altri buchi e altre storture.

All’Imu “da rifare” il Sole 24 ore ha dedicato il suo “Dieci proposte per rendere l’Imu più equa”. Eccole appunto:

Riformare il catasto

Tassazione light sulla prima casa

Ridefinire la casa di famiglia

Capannoni da alleggerire

Tutelare i canoni concordati

Ripensare le tasse sullo sfitto

Aagevolazioni sull’invenduto

Più certezze ai Comuni

Testo unico sul tributo

Semplificare gli adempimenti