Irpef “comunista”: i “ricchi” da 2000 al mese la pagano per tutti i “poveri”

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 Dicembre 2013 12:46 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2013 15:00

addizionale-irpefROMA –Abbondanza di virgolette, quelle che piacciono ai giornalisti ma che i giornalisti dovrebbero usare quasi mai. Abbondanza ma non eccesso. L’Irpef “comunista” tra virgolette è davvero tale, un paradosso non voluto ma realizzato. Una tassa sproporzionatamente progressiva che individua la soglia della “ricchezza” niente meno a 2000/2500 euro netti di reddito mensile. La soglia di una esistenza senza soprassalti e affanni confusa con quella dell’agiatezza, anzi ricchezza.

La progressività delle aliquote (23% fino a 15mila euro di reddito, il 27% tra i 15 e i 28 mila euro di reddito, il 38% tra 28 e 55 mila euro di reddito, il 41% tra 55mila e 75 mila euro, il 43% sopra i 75 mila) produce l’effetto per cui quattro milioni di contribuenti con reddito da duemila euro lordi mensili pagano tanta Irpef quanto 27 milioni di contribuenti sotto quella soglia.

Dieci milioni di italiani l’Irpef non la pagano proprio, ne sono esenti, due milioni di italiani con reddito sopra i 2600 netti mensili, il 5 per cento dei contribuenti, ne paga il 38, 4 per cento, paga da solo quasi il quranta per cento della tassa il cinque per cento dei contribuenti. Se non è “comunismo” questo…

Poi vanno aggiunte le addizionali locali, regionali e comunali, le tasse sul risparmio, l’Iva, le accise…e certamente l’Imu. Quella che però presenta il conto più salto, oltre 150 miliardi di euro l’anno e circa 37 volte la tassa sulla casa, è l’Irpef. Di questa imposta la politica poco o niente discute, ma i dati forniti dal ministero dell’economia e ripresi del Corriere della Sera, offrono un ottimo spunto. Sapete quanti sono gli italiani soggetti ad Irpef? Oltre 40 milioni, di cui quasi 10 esentati perché con redditi troppo bassi o perché, grazie a detrazioni e deduzioni, arrivano a saldo zero. Tra i restanti 30 milioni di paganti, sapete come è redistribuita la spesa?

Male: l’81% e passa del conto finale è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, ma questa è cosa nota. Meno noto è invece che coloro che guadagnano più di 2 mila 600 euro al mese si fanno carico di quasi il 40% del totale, e i contribuenti che rientrano in questa categoria sono appena il 5%. La progressività della tassazione è cosa buona, e giusta. Il principio per cui i ricchi pagano più dei poveri è socialmente sacrosanto. Ma in Italia, complice e colpevole la mostruosa evasione, un principio giusto si è ormai trasformato in una condanna. Poco più di 2 mila 5 cento euro al mese, garantiscono benessere, ma non sono ricchezza.

“Pagare meno, pagare tutti” era uno degli slogan delle manifestazioni del passato. Leggendo l’articolo di Enrico Marro si scopre però come il suddetto slogan sia ancora spendibile perché un’Irpef “comunista”, troppo comunista, ha finito col far pagare solo pochissimi, e nemmeno ricchi.

“Il ceto medio – scrive Marro – è letteralmente stritolato dalle tasse. La riprova sta nelle analisi statistiche sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012 (imponibile 2011) e recentemente rielaborate per ‘contribuente tipo’ sul sito del ministero dell’Economia. In Italia ci sono 41,3 milioni di contribuenti soggetti all’Irpef. (…)

Su 41,3 milioni di contribuenti 9,8 milioni non pagano nulla. In pratica, uno su quattro versa zero Irpef o perché sta dentro la no tax area (8 mila euro i lavoratori dipendenti, 7.500 i pensionati, 4.800 gli autonomi) o perché annulla l’imposta con le detrazioni, per esempio le spese mediche. Del resto, secondo l’Istat, in Italia ci sono 9 milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà relativa, cioè che vivono in famiglie dove non si spende più di 990 euro al mese in due. I conti, quindi, più o meno tornano. Purtroppo è il caso di dire, visto che il 16% degli italiani se la passa maluccio. Ma vediamo quelli che stanno meglio e l’Irpef la pagano. (…)

Che l’81,5% dell’Irpef, cioè 124 miliardi di euro, sia pagato da lavoratori dipendenti (85 miliardi) e pensionati (39 miliardi) è abbastanza noto. Meno conosciuti invece sono gli effetti della progressività del sistema. Ecco qualche dato, preso dalla tabella che scompone i contribuenti in 20 gruppi di reddito crescenti: il primo ventile ha un reddito annuo lordo fino a 542 euro, l’ultimo, il ventesimo ventile, raggruppa chi ha redditi di almeno 49.114 euro l’anno, che più o meno corrispondono a circa 2.600 euro netti al mese. Costoro hanno versato 58 miliardi e mezzo di Irpef, cioè il 38,4% del totale. Ora vi chiederete quanti sono quelli che stanno sopra 2.600 euro netti. Appena due milioni di contribuenti. Quindi il 5% più ricco paga da solo il 38,4% dell’Irpef.

Vogliamo scendere a redditi un po’ più bassi? Prendiamo chi ha un lordo annuo superiore a 35.601 euro, cioè uno che prende come minimo circa 2 mila euro netti al mese. Sapete quanti sono? 4,1 milioni di contribuenti, cioè il 10% del totale. Che ha versato però il 51,7% di tutta l’Irpef nazionale, ovvero 78,7 miliardi. Per essere più chiari: più di metà dell’Irpef pagata in un anno pesa sulle spalle di 4 milioni di lavoratori, pensionati e imprenditori che guadagnano almeno 2mila euro al mese. L’altra metà se la suddividono 27 milioni e mezzo di contribuenti, cioè il 90% di coloro che pagano l’Irpef.

Si dirà che costoro guadagnano, appunto, meno di 2mila euro e quindi non si può pretendere di più. Ma, anche accettando questo ragionamento — e prescindendo dal fatto che la fotografia dell’Irpef, a causa di una enorme evasione, offre un’immagine abbastanza falsata dei redditi — forse è arrivato il momento di chiedersi se sia giusto chiedere così tanto a chi, pur prendendo più di 2 mila euro al mese, non è certo un nababbo, mentre gli evasori continuano a sottrarre all’erario 120 miliardi di euro all’anno”.

Applicato in questo modo il principio della progressività non produce benefici ma storture. E’ evidente che buona parte se non tutta la colpa di questi macroscopici “errori” è nella gigantesca evasione, tendenzialmente tollerata, che vive nel nostro Paese. Se però il legislatore e il governo non hanno voglia o forza per agire sul “nero”, i dati appena citati, e pubblici, dicono in modo incontrovertibile che, l’unica piccola fetta di italiani che lavora, produce e cosa incredibile paga le tasse, non può più pagare per tutti.