Marta Russo: dei diritti e delle pene di Giovanni Scattone

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 9 Settembre 2015 17:00 | Ultimo aggiornamento: 9 Settembre 2015 17:06
Giovanni Scattone

Giovanni Scattone

ROMA – Un condannato che ha scontato tutta la sua pena ha poi diritto al resto dell’esistenza senza più nulla da scontare, senza più pena carceraria, amministrativa, civile? A questa domanda, posta in astratto e senza nome e cognome del condannato, la gran parte di noi risponde: sì. Sì, chi ha pagato, chi è stato in galera quanto i giudici hanno stabilito, chi ha scontato la pena principale e quelle accessorie ha poi diritto a una vita normale.

Se però a quel condannato diamo un nome e cognome, allora la risposta alla medesima domanda inevitabilmente cambierà. Metti il nome e il cognome e il principio di giustizia su cui siamo più o meno tutti d’accordo smette di essere principio giuridico e diventa opinione, sentimento, schieramento.

Perché…perché a gran parte di noi dei principi giuridici poco importa, nulla contano e ci fanno un baffo. Il principio giuridico, la garanzia di giustizia valgono e regnano sovrani fino a che non toccano e invadono la soglia di casa nostra e la nostra stessa casa. Se questo avviene, allora il diritto non è più legge uguale per tutti e il rapporto tra diritti del condannato e la sua pena da scontare diventa funzione del sentire individuale, altro che principio di natura generale.

Un Tribunale ha sentenziato con sentenza definitiva che Giovanni Scattone ha ucciso Marta Russo in circostanze che non contemplavano la premeditazione. Quelle sentenze hanno condannato l’omicida a una pena carceraria poi totalmente scontata. Scattone non si è mai dichiarato colpevole ma questo non interessa giustamente non conta per la giustizia. Per la giustizia Scattone è colpevole. E ha concluso la sua pena.

Può quindi Scattone condurre una vita normale, da cittadino normale? Può insegnare in una scuola pubblica? Secondo il diritto, la giustizia e i principi che reggono sia l’uno che l’altra senza alcun dubbio sì che può.

Secondo la famiglia di Marta Russo e secondo non poca pubblica opinione no che non può. “Perché non ha mai chiesto scusa”. Ma questo è giuridicamente irrilevante. Perché “non può educare”. Ma l’interdizione dai pubblici uffici che i Tribunali non hanno erogato a Scattone non può essere decretata da una famiglia, sia pure della vittima, o da pezzi di pubblica opinione più o meno favorevoli al carcere a vita sempre e comunque.

Aggiungere a quanto il Tribunale ha deciso dovesse scontare Scattone anche una sorta di bando a vita da alcuni lavori (a quali sarebbe invece ammesso?) è decretare che pena non si estingue mai. Il diritto al dolore che non si spegne mai e perfino il diritto al rancore da parte della famiglia di Marta Russo ci sono e non vanno messi in discussione. Ma non possono piegare e annullare il diritto di Scattone a secondo giustizia vivere a pena estinta una vita normale.

Terzo, ma non ultimo. L’ultima parola su questi drammi non può e dovrebbe essere evidente che non può essere quella delle vittime. La giustizia, le aule e le corti di giustizia, i tribunali e i giudici terzi tra le parti sono stati inventati e usati dall’umanità proprio per impedire che la giustizia fosse quella privata, famiglia contro famiglia, fosse anche quella delle vittime. Spesso nel mettere in circolo come parola ultima e verità vera il sentire e la parola delle vittime l’informazione sembra essere immemore o peggio ignara di questa nozione basilare della storia della convivenza umana.