No Tap prepotenza continua. Bruciano bandiere M5S e tessere elettorali

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 29 ottobre 2018 8:59 | Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2018 8:59
No Tap bruciano in Salento foto parlamentari M5s

No Tap bruciano foto parlamentari M5s (foto Ansa)

ROMA – No Tap prepotenza continua. Prepotenza contro tutti, ora anche contro il governo Conte, ora anche contro M5S. Prepotenza contro l’interesse nazionale, prepotenza contro le verifiche della magistratura, prepotenza contro le regole e i numeri della convivenza civile. I No tap strappano tessere elettorali e il gesto indica che per loro votare è ottenere ciò che vogliono, altrimenti non vale. Prepotenza anche civica. E bruciano anche le bandiere M5S, M5s che hanno votato. M5S che ha fatto da apprendista stregone e ora si ritrova questi prepotenti contro tutti e tutto e li ha chiamati impropriamente popolo.

    Come per Don Rodrigo quel matrimonio non si doveva fare, così per i NoTap il gasdotto transadriatico non va costruito. Senza sé e senza ma; e poco importata che la Magistratura abbia verificato la regolarità dei lavori, come poco importa che il ministero dell’Ambiente abbia giudicato l’opera conforme agli standard ambientali, come nulla conta che il suddetto gasdotto porterà il gas a milioni di famiglie italiane. Il gasdotto non si deve fare punto e basta.

Era sopruso quello descritto da Manzoni, prepotenza, come prepotenza è quella dei movimenti che ora incendiano le bandiere dei 5Stelle e che vogliono solo e soltanto fermare i lavori. Il volto peggiore della cosiddetta ‘gente’ e il peggiore della politica. La vicenda Tap (Trans Adriatic Pipeline ovvero gasdotto transadriatico) racchiude in se il peggio del nostro Paese.

Da una parte l’egoismo di pochi che semplicemente se ne infischiano dell’interesse comune, quell’interesse comune su cui si fonda il Patto Sociale da cui nascono le nostre società, e considerano poco più che un fastidio i pareri di tecnici e addetti ai lavori, persone cioè con delle competenze in materia. Dall’altra la politica che per prendere voti promette quello che non potrà dare e, alla prova dei fatti, nasconde le sue responsabilità dietro una bugia. La faccia peggiore della ‘gente’ sono i movimenti che chiedono lo stop dei lavori.

Quei movimenti che ignorano il parere appena arrivato del ministero dell’Ambiente che scrive: “Anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità, indipendentemente dal merito, in quanto la Commissione Via – unico soggetto titolato a pronunciarsi – ha ritenuto ottemperate le prescrizioni”. Prescrizioni ambientali rispettate e quindi nessun danno all’ambiente come rispettata è stata la Legge, come hanno confermato i vari giudizi in materia (ne rimane uno solo pendente ma tutti gli altri sono stati sin qui a favore dell’infrastruttura).

Un’opera quindi il Tap che rispetta l’ambiente e le leggi italiane e che porterà gas naturale a milioni di famiglie italiane. Gas che oggi arriva quasi interamente dalla Russia attraverso l’Ucraina, una regione non esattamente stabile come dimostra la questione Crimea, e che attraverso il Tap dovrebbe invece passare più a Sud sulla rotta dall’Azerbaijan verso Turchia e Grecia. Queste ragioni per chi è contrario non contano, l’unica cosa che conta è la loro avversità che sa tanto di egoismo e, appunto, prepotenza. E poi la politica che promette alla Cetto La Qualunque ‘più pilu per tutti’. Una politica vecchia interpretata in questo caso dal nuovissimo Movimento5Stelle che in campagna elettorale aveva promesso lo stop al Tap in “due settimane”.

Lo aveva detto chiaro e tondo Alessandro Di Battista con bollinatura del futuro vicepremier Luigi Di Maio. Le 2 settimane sono diventate 6 mesi e lo stop è diventato un via libera. Comprensibile l’incazzatura degli elettori che si sentono presi in giro e discutibile la giustificazione del ministro competente Di Maio: “colpa delle penali”. Una scusa o, nel migliore dei casi, l’ennesima svista perché, come ha spiegato l’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, di penali non ce ne sono. Non ce ne sono perché il Tap è un’opera privata di interesse pubblico e non un’opera pubblica. Ragion per cui non esiste nessun contratto che coinvolga direttamente lo Stato e quindi nessuna penale che lo Stato potrebbe essere costretto a pagare.

Quel che rimane, e che sarebbe effettivamente così salato da rendere tanto folle quanto antieconomico lo stop, sono gli eventuali risarcimenti. Risarcimenti che potrebbero chiedere i vari attori che sin qui hanno lavorato all’opera, completa ormai all’80%, e che secondo una stima fatta dall’attuale sottosegretario allo Sviluppo economico Andrea Cioffi farebbero quei 20 miliardi citati da Di Maio, di cui 3,5 da dare alle aziende coinvolte, 11 per le mancate consegne di gas già prestabilite e 7 miliardi di utili non ottenuti da Tap e dai produttori di gas azeri.