Promessa elettorale: pensione a 58/60 anni. Voi la votate e l’assegno sparisce

Alessandro Camilli
Pubblicato il 20 agosto 2012 15:20 | Ultimo aggiornamento: 20 agosto 2012 15:27

pensioniROMA – “Vi volevano mandare in pensione solo dopo i 60 anni, votateci e manderemo in pensione questa idea”… magari già a 58 anni e con soli 35 anni di contributi. Non è lo slogan ufficiale di nessuno schieramento politico ma sarà, senza dubbio, la promessa elettorale di cui tutti i partiti si faranno portatori. “Per cambiare la riforma della previdenza infatti (segnala il Corriere della Sera) alla Camera qualche giorno fa è già stato compiuto un primo atto. È passato un ordine del giorno, proposto dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd), che impegna il governo a favorire l’iter parlamentare del testo di riforma della riforma già varato dalla commissione Lavoro: 5 articoli che unificano le proposte di legge Damiano, Dozzo (Lega) e Paladini (Idv) e che hanno ricevuto anche il voto di Pdl (tranne Giuliano Cazzola), Udc, Fli, Pt (Popolo e territorio). Nel testo, consegnato ora al parere delle altre commissioni, non solo si propone un ulteriore ampliamento della platea degli “esodati” da salvaguardare, ma si introduce un nuovo canale di pensionamento che riporta in vita la possibilità di lasciare il lavoro a 58 anni”.

In pensione a 58 anni, massimo 59 o 60 come adesso, come nella prima metà del 2012 quando si è andati in pensione all’età media di 59 anni appunto. Questa la promessa elettorale più o meno midulata che verrà da Berlusconi e da Bersani, da Maroni, da Di Pietro, Vendola e da Grillo. E tutti, almeno fino al 2017, esodati e salvati con le vecchie regole pre Fornero. Non saranno pochi quelli che riterranno credibile la promessa, almeno un un po’ e che quindi voteranno secondo desiderio di andarsene in pensione a 60 anni al massimo. Ma, come ammonisce antica saggezza, attenti ai desideri, potrebbero avverarsi: reintrodurre in Italia il pensionamento a 60 anni o prima avrebbe il fastidioso effetto collaterale di avere sì la pensione ma non l’assegno che la paga.

Monti non rimetterà mano, non farà  marcia indietro sulla riforma delle pensioni e così, della “correzione” della riforma, si faranno paladini anche quei partiti che l’hanno votata. Promettere di poter andare ancora in pensione a 58 anni e con 35 di contributi, promettere di salvare gli esodati e promettere, di fatto, di far saltare la riforma Fornero sono infatti ottime promesse elettorali, dal fortissimo appeal per l’elettorato. E che Pd, Pdl, Lega, Idv, Udc, Fli e Pt abbiano sostenuto l’ordine del giorno da poco approvato, più che sintomatico è una prova che la pensano tutti così.

Sentiranno dunque gli italiani, in vista delle prossime elezioni, da più parti la promessa di un ritorno all’antico. La proposta di legge citata nell’odg, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, si tratta in verità di un canale aggiuntivo e non sostitutivo delle regole previste dalla riforma Fornero, ma di fatto la ammorbidirebbe di molto. “Introduce infatti – spiega il Corriere – la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni). Il testo bipartisan prevede inoltre due allargamenti della platea degli esodati. Potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: 1) i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; 2) le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione). Inoltre, la maturazione del diritto alla pensione entro 24 mesi dalla fine della mobilità avverrebbe senza tener conto dell’adeguamento alla speranza di vita, spiega Damiano”.

Bello, bellissimo, e infatti tutti d’accordo nel sostenere questa proposta ora e rilanciarla in campagna elettorale. Ma i soldi? Il governo Monti ha alzato l’età pensionabile e introdotto le altre misure non perché “cattivo”, ma per un problema di spesa e di conti pubblici. Quei conti e quella spesa che hanno contributo alla caduta di Berlusconi, quei conti che hanno fatto nascere il governo dei tecnici e quei conti che ci hanno portato ad un passo dal punto di non ritorno. Non sono passati secoli, la questione non è risolta ma, in vista di elezioni, si può evidentemente far finta di non vedere.

L’ultimo articolo della proposta, effettivamente, si preoccupa di come finanziare queste novità e di dove trovare le relative coperture. Servirebbero 5 miliardi di euro fino al 2019 (che si sommerebbero ai 14 miliardi già stanziati dal governo per salvaguardare 120 mila esodati). Il testo propone di reperirli aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e lotterie istantanee, ferma restando la clausola di salvaguardia già prevista dalla legge, che potrebbe far aumentare i contributi sulle imprese.

Altri miliardi da nuove tasse quindi, questa è la soluzione. E’ evidente che la promessa sarà dunque infranta e dimenticata una volta aperte le urne e insediata la nuova maggioranza. E per fortuna, perché se venisse esaudita probabilmente potremmo andare sì in pensione a 58 anni, peccato che non ci sarà nessuno in grado di pagarcela.

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