Perquisire ufficio onorevoli vietato. Quello di Tremonti? In sgabuzzino server

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 4 novembre 2014 13:38 | Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2014 13:39
Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

MILANO – C’è un ufficio da perquisire, se è quello di un deputato non si può. Non è solo teoria, l’altro giorno è stata concreta pratica: c’era da perquisire ma l’ufficio di Giulio Temonti dov’era? Nello sgabuzzino del server che “serve lo studio professionale oggetto della perquisizione”. L’ufficio del deputato proprio nello sgabuzzino del server? Già, furbata all’italiana, per altro non andata buon fine. Italia Paese ingrato dove la ricompensa per aver servito per anni lo Stato, tanti anni, dal pentapartito in poi, è uno studiolo buio, piccolo, dove sono appoggiati i server e con affaccio sul bagno. E’ questa infatti la descrizione dell’ufficio personale dell’ex potentissimo ministro dell’Economia Giulio Tremonti. O almeno quello che come tale è stato indicati agli inquirenti durante una perquisizione nel prestigioso studio tributario milanese di cui l’ex ministro è fondatore e socio.

Raccontano Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella sul Corriere della Sera che, quando su ordine della Procura i carabinieri si sono presentati alla porta dello studio Romagnoli-Vitali-Tremonti, hanno per prima cosa chiesto al personale di indicare loro uffici e dotazioni di pertinenza del senatore Tremonti, in modo da rispettarne le prerogative parlamentari.

Va infatti ricordato un particolare importante: e cioè che gli uffici personali dei parlamentari non possono essere perquisiti se non con una particolare autorizzazione. Così, tanto per fare un esempio chiarificatore, se i soci di Tremonti avessero nel loro studio una valigetta piena zeppa di banconote frutto di una tangente e persino con monete segnate, se la chiudessero nell’ufficio dell’illustre socio, gli inquirenti non potrebbero toccarla, anzi nemmeno trovarla, senza l’autorizzazione del Parlamento a cercarla.

Ovviamente non esiste nessuna valigetta e nessuna tangente ma l’esempio, macroscopico, serve a rendere l’idea.

Ma ritorniamo alla perquisizione e all’ufficio dell’ex ministro che, ad onor del vero, non era oggetto delle attenzioni della magistratura. Almeno questa volta. Come raccontano infatti ancora Guastella e Ferrarella, i carabinieri del Nucleo Operativo milanese si sono presentati alla porta dello studio di via Crocefisso su ordine dei pubblici ministeri Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi “non nell’ambito dell’inchiesta sull’ipotizzata corruzione dell’allora ministro Tremonti sotto forma di una consulenza da 2,4 milioni pagata nel 2009 da Finmeccanica allo studio tributario dal quale Tremonti era uscito nel periodo in cui era al governo, giacché per questa indagine la Procura ha dovuto arrestarsi e trasmettere le carte al Tribunale dei Ministri. La perquisizione è stata invece disposta in un altro fascicolo, nel quale due soci di studio di Tremonti, Dario Romagnoli e Enrico Vitali, risultano indagati per l’ipotesi di riciclaggio dopo che due imprenditori napoletani hanno dichiarato di essersi visti offrire da Marco Milanese, per ritrattare le accuse mosse all’ex consigliere di Tremonti a Napoli, una grossa somma di denaro custodita (a loro dire) nello studio Romagnoli-Vitali-Tremonti”.

E qui la scoperta è stata clamorosa. Dietro un chiarissimo foglio A/4 fissato con un resistente scotch e su chi era scritto a chiare lettere “ufficio personale del dottor professor Tremonti Giulio”, i militari hanno trovato lo squallore cui l’ex titolare di via XX Settembre, nonché vicepresidente del Consiglio, nonché vicepresidente della Camera era costretto: uno stanzino.

Secondo la ricostruzione del Corriere i carabinieri, “accompagnati, fanno un primo giro e non vedono nulla di strano. Ne fanno un secondo, e scorgono una persona che appiccica un foglio a una porta. È l’informatico che si occupa dei computer dello studio, e sul foglio c’è scritto, appunto, ‘ufficio personale del dottor professor Tremonti Giulio’. Solo che, dietro la porta, di certo non c’è lo studio del senatore, ma solo il server che custodisce i dati dei computer dello studio, dietro il quale un’altra porta comunica con un bagno”.

I maligni potranno pensare che il solerte informatico volesse ‘proteggere’ il server. Ma non è così. La verità è che l’informatico, bontà sua, quel foglio voleva rimuovere per nascondere la vergogna del povero ministro, ex.

P.S. Il server in ogni caso non è stato “salvato” ed è stato perquisito, tutti i files sono stati trovati integri e senza manomissione, così come le email poi sequestrate. Infine il povero Tremonti che non è, fortuna sua, realmente costretto allo sgabuzzino ma che ha invece uno splendido ufficio che comunica anch’esso con il bagno che affaccia nello sgabuzzino, ma tramite un’altra porta.