Piemonte aumenta Irpef al 3,33%, Lazio più tasse. Lo fanno perché gli elettori..

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 11 novembre 2014 14:24 | Ultimo aggiornamento: 11 novembre 2014 14:25
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA – Il Piemonte le ha appena aumentate portandole al massimo possibile: Sergio Chiamparino ha annunciato la scelta di portare l’addizionale Irpef regionale al 3,33% per chi supera i 55 mila euro di reddito annuo (di meno, ma aumentata l’addizionale anche a chi sta a 40 mila euro di reddito). In soldoni da 52 euro di tasse  locali in più a cranio di contribuente fino a 1.068 euro di aumento annuo se il contribuente e ricco. Ancora più in soldoni di fatto in Piemonte l’introduzione di una nuova e maggiorata aliquota Irpef: quella “statale” a 55 mila euro di reddito più quella regionale maggiorata del 3 e passa per cento. E nuova aliquota massima sempre dell’Irpef al 45% invece che al 42% “statale”. Fin qui il Piemonte.

Il Lazio si è già avviato, seguirà a breve. Bilancio previsionale della Regione trova 1,5 miliardi in meno e Nicola Zongaretti: “qualora fossimo costretti, aumento delle tasse”. Saranno “costretti”, ci si può scommettere. Anzi, è’ lecito pensare che altre regioni seguiranno l’esempio ed alzeranno le imposte di loro competenza. Frutto senza dubbio dell’ormai nota dinamica per cui i tagli dello Stato centrale spesso si traducono in aumento delle tasse locali, ma risultato anche del fatto che, dal punto di vista elettorale, conviene più aumentare le imposte che tagliare la spesa.

Lo fanno le Regioni di aumentare le tasse sempre e comunque e lo fanno anche i Comuni e lo fa qualunque governo locale perché elettoralmente conviene. Come, conviene aumentare le tasse agli elettori? Sì, infinite e concordanti esperienze rispondono che è proprio così. Anche se sembra una follia, un contro senso. Ma non lo è: l’elettore reagisce molto peggio di fronte a un euro di spesa pubblica tagliata piuttosto che di fronte ad un euro di tassa locale in più.

Accade perché la tassa locale si maschera e si occulta e non la vedi nel gran mazzo delle tasse tutte. Ma accade soprattutto perché il consenso sociale prima ancora che elettorale è funzione diretta dei finanziamenti sul “territorio”. Detta in maniera meno aulica, una politica clientelare e una società-clientela non possono e non vogliono fare a meno di neanche un euro della catena che reciprocamente li lega. I governi locali e anche le opposizioni, tutta la politica locale sa che tassando di più perde un voto, forse. Se se ne accorgono. Ma sa che se stringe il rubinetto da cui piovono soldi pubblici su chiunque respiri nel “territorio”, voti se ne perdono molti di più e si rischia anche la rivolta.

La stangata fiscale che la giunta Chiamparino ha messo in campo perché la regione Piemonte possa sopravvivere ad un deficit di 2,5 miliardi – racconta su La Stampa Maurizio Tropeano – salva le imprese e circa 2 milioni di contribuenti con un reddito inferiore a 28 mila euro ma si abbatte, come una mannaia, sul ceto medio-alto che dovrà fare i conti con un aumento che parte da 52 euro l’anno e sale progressivamente fino a 1068 euro per coloro che dichiarano 150 mila euro. La giunta di centrosinistra ha deciso di applicare l’aliquota massima concessa dal federalismo fiscale arrivando ad imporre un’addizionale del 3,33% per chi supera i 55 mila euro. Per chi si ferma prima (ma resta sopra i 40 mila euro) c’è un rincaro minore, lo 0,44%. A rendere meno pesante la manovra fiscale per tutti i contribuenti dovrebbe poi arrivare la maggiorazione della detrazione per i figli a carico”.

I piemontesi “ricchi” dunque, a conti fatti, vedranno svanire praticamente la metà del loro reddito risucchiato dall’ingorda bocca del fisco: al 42% di imposizione “centrale” si sommerà infatti il 3.33% regionale, portando al 45% e passa l’aliquota che questi pagheranno.

Sfortunati i piemontesi, certo. Ma non si sentano più sicuri i contribuenti delle altre regioni. Nel Lazio ad esempio, il governatore Nicola Zingaretti, alle prese con un buco da 1 miliardo e mezzo di euro, non fa mistero del fatto che, con ogni probabilità, servirà un aumento delle aliquote per far quadrare i conti. Aumenteremo le tasse “solo se saremo costretti”, ha promesso Zingaretti. Parole che però, a chi conosce politica e conti pubblici, suonano assolutamente simili ad “aumenteremo le tasse punto”.

Ed è assolutamente verosimile, se non probabile, che dopo Piemonte e Lazio altre regioni seguiranno la strada imboccata da queste rimettendo mano alle aliquote di loro competenza.

Un canovaccio già visto nel passato quando, quasi ad ogni sforbiciata centrale, seguiva un aumento delle tasse locali. “Per tagliare le tasse ai cittadini il governo toglie i soldi alle Regioni, che per recuperarli aumentano le tasse ai cittadini. Carta vince, carta perde: e a perdere siamo sempre noi”, sintetizza Massimo Gramellini.

Andando però più a fondo alla questione, si scopre che dietro l’abitudine delle regioni di spingere verso il tetto massimo le loro aliquote non c’è solo la necessità di coprire i tagli dello Stato centrale. Per coprire questi ‘ammanchi’ si potrebbe, come il governo sovente chiede, procedere con dei tagli della spesa e soprattutto con una razionalizzazione di questa. Operazione che forse non sempre sarebbe sufficiente ma che, cosa più importante, non paga al momento del voto.

Per quanto paradossale possa apparire, conviene in termini di consenso politico più aumentare le tasse che non tagliare la spesa. E non perché i cittadini tengano più ai servizi che vengono loro garantiti rispetto ai soldi che devono al fisco, ma perché l’elargizione a pioggia di soldi pubblici a clientele di vario assortimento garantisce un ritorno maggiore rispetto ad un contenimento del fisco.

“Come cittadini – spiega Stefano Lepri su La Stampa – abbiamo abbastanza chiaro quali servizi ci dà la Regione: la sanità, i trasporti locali, e così via. Notiamo assai meno quali tributi aumentano o no per sua decisione; sì, nel 730 o nel Cud è indicata l’addizionale regionale all’Irpef, ma capita poco anche di fare confronti, con l’anno prima o con altre regioni. (…) Dunque è probabile che al momento del voto per il rinnovo del consiglio regionale gli elettori valutino la qualità e la quantità dei servizi ricevuti più che il livello delle tasse pagate. (…) Inoltre, i bilanci degli enti locali sono spesso ardui da leggere: distinguere le colpe di chi ha governato ieri da quelle di chi governa oggi di rado è facile. (…) L’allargamento delle competenze regionali ha anche aggravato il secondo fattore, la raccolta del consenso attraverso strumenti di spesa. La politica locale ad esempio ha sviluppato una straordinaria abilità di utilizzare etichette attraenti e moderne – startup, microcredito, venture capital, innovazione – per erogare finanziamenti di dubbia utilità e senza alcuna verifica degli effetti”.