Fatwa sull’happy meal degli ayatollah (politici) della pizza

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 16 Aprile 2015 14:30 | Ultimo aggiornamento: 16 Aprile 2015 14:58
Una scena dello spot mcdonald's in cui il bimbo preferisce l'happy meal alla pizza

Una scena dello spot mcdonald’s in cui il bimbo preferisce l’happy meal alla pizza

NAPOLI – La ragione sembra, sempre più spesso, non essere la guida delle nostre azioni, delle azioni degli italiani. Qualche giorno fa McDonald’s ha lanciato un nuovo spot dove un bimbo a cena con i genitori chiedeva al cameriere, orrore orrore, invece di una pizza un Happy Meal (un menù dedicato ai bambini dalla catena di fast food americana). Ora, al di là del fatto che non è poi così assurdo poter pensare che ad una pizza un bambino preferisca hamburger, patatine e in più un gioco omaggio, stupisce la reazione indignata alla campagna pubblicitaria arrivata non dai pizzaioli ma da una fetta della politica, addirittura del Parlamento.

Ricorda, giustamente, sulle colonne de La Stampa Alberto Mingardi, che:

l’Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un’ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l’Happy Meal è più buono della pizza. La libertà d’espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali. Questo c’insegna una polemica di questi giorni”.

Da Napoli, come spesso accade, è arrivata l’unica risposta seria: un contro spot diventato virale sulla rete dove il bambino, invece di chiedere l’Happy Meal, pretende una pizza grande, colante di pomodoro e zeppa di mozzarella in un napoletano fluente. Le riposte intelligenti, purtroppo, finiscono qui.

Prima e da fonti molto apparentemente più autorevoli sono infatti arrivate ben altre reazioni. Prese di posizione in nome di un supposto dovere di difesa dell’italianità che in verità somigliano molto più ad una fatwa che altro. Alfonso Pecoraro Scanio, ex, molto ex leader dei Verdi ed ex, molto ex ministro, ha lanciato una petizione per chiedere il ritiro della pubblicità. Il vicepresidente della Camera Di Maio, M5s, ha chiesto a McDonald’s di ritirare lo spot, mentre i suoi colleghi di partito hanno accusato il premier Matteo Renzi di “non difendere l’Italia e le sue tradizioni” e presentato un esposto all’Agcom per impedire che lo spot continui ad esser trasmesso.

Interessante sarebbe ora tentare di capire cosa passa per la testa di questi politici che pretendono una reazione alla pubblicità incriminata. Non si tratta infatti di gusti, a chi piace la pizza continuerà a mangiarla così come chi ama gli hamburger continuerà a frequentare i fast food. E non potrebbe poi trattarsi di una questione di gusti perché è difficile immaginare che i 5Stelle o altri vogliano imporci cosa mangiare. E ancora, nemmeno si può sostenere che sia una campagna in favore dei lavoratori italiani, basta pensare a quanti sono i McDonald’s in Italia e a quanti italiani vi lavorano.

Ma allora perché s’indignano? In difesa dell’italianità e delle nostre tradizioni, rispondono. Ma allora, visto che siamo un Paese di mare e zeppo di spiagge una cui fetta consistente di Pil è fatta dal turismo, dovremmo prendercela anche con la Grecia, la Spagna e chiunque altro pubblicizzi le proprie bellezze naturalistiche. O ancora, perché non prendercela con internet, Google e facebook che si appropriano della vita e del tempo libero degli italiani. E che dire poi dei jeans che hanno prepotentemente eliminato gli italici pantaloni di fustagno.

Anche chi non è un fan del capitalismo e non ripone un fiducia al limite del fideistico nei mercati sa che la pizza non sparirà per uno spot di una catena di fast food, per quanto sia la più grande e famosa del mondo. Le cose è allora meglio chiamarle con il loro nome, quella che chiedono i detrattori dello spot è censura. Non esiste infatti altro termine per indicare la volontà di cancellazione di una pubblicità che, oltre a non infrangere nessuna legge, non fa altro che promuovere un prodotto mettendolo in relazione con quello che, in definitiva, è un concorrente.