Papà, dai un pezzo di posto fisso ai figli. Bacio Perugina o doppio danno ?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 24 luglio 2012 15:01 | Ultimo aggiornamento: 24 luglio 2012 15:01
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Lo stabilimento Perugina

ROMA – Figli in fabbrica al posto dei padri. Riduzione dell’orario di lavoro per i genitori e, al loro posto, spazio ai giovani in cerca di lavoro. L’idea è della Nestlé: un’occasione per i giovani secondo la multinazionale svizzera ma un modo per creare due precari, “due poveri” secondo Michele Greco, coordinatore Rsu a San Sisto, la fabbrica in cui vengono confezionati i famosi Baci Perugina e oggetto della proposta. La verità, come al solito, è a metà strada tra le due opposte opinioni.

La proposta che fanno gli svizzeri è molto semplice: in virtù della riforma pensionistica voluta dal ministro Elsa Fornero – scrive il Corriere della Sera, a cui evidentemente l’idea non dispiace – c’è il rischio di avere nei prossimi anni una forza lavoro un po’ invecchiata, visto che almeno un quarto dei mille dipendenti di Ponte San Sisto vedrà allontanarsi il giorno del ritiro di 7 o anche 8 anni. Perché non chieder loro di ridursi l’orario da 4o a 30 ore settimanali e di consentire così l’ingresso in fabbrica di un giovane, magari il proprio figlio? (…) La proposta di aprire ai figli dei dipendenti fa un po’ storcere il naso ai sindacalisti perché ricorda vecchie pratiche consociative che erano state messe al bando, di fronte però alla possibilità di creare nuovi posti di lavoro è difficile che alla fine non si raggiunga un’intesa. Perché tutto si gioca sull’adesione volontaria e gli svizzeri non hanno nessuna voglia di operare forzature. Spiega Gianluigi Toia, direttore delle relazioni industriali di Nestlé Italia: ‘Innanzitutto va tenuto presente che operiamo in un microcosmo, per cui già ci sono rapporti di parentela stretta tra molti dei nostri dipendenti. Non sarebbe una novità. E comunque nella proposta che abbiamo messo a punto diamo agli operai un’opportunità, non un diritto”.

Ma i sindacati, in particolare la Flai-Cgil Umbria, e la Camera del lavoro di Perugia – riporta Repubblica – considerano (la proposta) un modo per ‘barattare i diritti dei lavoratori, acquisiti negli anni, con una prospettiva di lavoro comunque flessibile per i figli’. E questo ‘è assolutamente inaccettabile oltre che impraticabile’. L’azienda non ha ancora chiarito, racconta Michele Greco, coordinatore Rsu a San Sisto, ‘se si tratta di contratti a tempo indeterminato o determinato’. E in ogni caso, ‘si teme un part-time a 800 euro mensili’ per i giovani assunti che alla fine ‘flessibilizza tutti’. Figli pagati poco, padri ‘con stipendi tagliati del 25-30%’ e ‘conseguenti riduzioni su scatti, tfr, pensioni future’. In pratica, si creano ‘due poveri’. (…) ‘Non siamo di fronte alla prassi classica delle grandi aziende: lavoratori vicini alla pensione che lasciano, incentivati, per far posto ai figli. Qui si scarica la crisi sugli organici e basta”.

Eppure, gli stessi sindacati, in altri tempi e in altri luoghi hanno avallato politiche simili. Anzi in passato era una prassi non solo tollerata, ma sancita da accordi in molte aziende, pubbliche comprese. Nel tempo l’utilizzo di questa politica è diventato sempre più politicamente scorretto, contrario al merito e ‘corporativo’ e, da quasi abitudine e divenuta eccezione. Eccezione sì, ma tollerata tanto che, anche in tempi recenti, è stato adottata alle Poste, con il beneplacito dei sindacati, e anche in banca si continua a fare.

Ma cosa succede quindi a San Sisto, azienda santa che corre in aiuto dei lavoratori e sindacati impazziti? Oppure azienda subdola che facendo leva sull’“amore di mamma” vuole fregare i dipendenti e sindacati strenui difensori dei diritti in pericolo? Né l’uno né l’altro. L’azienda, la Nestlé, comprensibilmente, guarda in primis ai suoi interessi. “Oltre a combattere il rischio di un eccessivo invecchiamento la proposta Nestlé ha un altro obiettivo – scrive il Corriere della Sera – serve a garantire all’impianto perugino di aumentare la produttività. Stiamo parlando della fabbrica più importante che la multinazionale ha in Italia, sforna infatti 30 milioni di tonnellate di cioccolato l’anno e ne esporta il40%o. Per restare su di giri deve però competere dentro lo stesso sistema Nestlé con gli altri impianti tedeschi, francesi e inglesi. Da qui l’idea del management di cambiare i turni di lavoro e passare alle 6 ore per 6 giorni su tre turni. In questo modo verrebbe riassorbita la quota coperta oggi con gli straordinari, si potenzierebbe l’occupazione, si potrebbe crescere in produttività e raccordare meglio le produzioni con la stagionalità dei consumi di cioccolato”.

Ecco quindi facilmente spiegato l’arcano: alla Nestlé conviene. Ma che una grande multinazionale agisca secondo il proprio interesse non può essere davvero considerato un arcano, più misteriosa è la reazione dei sindacati. Perché se è vero che agli svizzeri il “patto generazionale” conviene, è altrettanto vero che per i giovani accedere al mondo del lavoro è una vera impresa, e questo costituisce un problema non solo per i ragazzi, ma anche per le loro famiglie. Meglio sarebbe quindi, forse, trattare con la Nestlé, per la serie “a voi conviene, ma noi in cambio vogliamo contratti a tempo indeterminato”. E’ un’idea.