Ravenna, l’eredità era delle orfanelle e invece finì a…

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 8 Ottobre 2012 15:42 | Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2012 21:01
La vicenda dell’orfanotrofio Galletti Abbiosi sui giornali locali (clicca per ingrandire)

RAVENNA – C’era una volta, tanto tempo fa, un ricchissimo conte che, diventato vecchio e senza eredi, decise di lasciare la sua immensa fortuna a delle povere orfanelle. Le sue volontà erano chiare: i suoi beni dovevano essere usati solo e soltanto per il sostentamento di quelle ragazze. Però, come in ogni storia che si rispetti, anche in questa arrivò il cattivo di turno che alle orfanelle tacque del testamento e dei beni del conte si appropriò. Trasformando l’orfanotrofio prima in un albergo per pellegrini (con i fondi del Giubileo del 2000), e poi in un albergo di lusso. Ancora non avete intuito chi veste i panni del cattivo di questa vicenda? Ma è ovvio, la Chiesa, o meglio quelle autorità e istituti ecclesiastici a suo tempo incaricati di curarsi delle orfanelle e che, con passare del tempo, delle volontà del conte se ne è bellamente infischiata, così come dei diritti, almeno quelli ereditari, delle orfanelle.

Se avete qualche dubbio sul significato del detto “predicare bene ma razzolare male”, la storia raccontata da La Stampa può essere certo istruttiva. Una storia che comincia a metà ‘800 nel ravennate e su cui ancora va scritta la parola fine. Una storia dove la Chiesa, quella locale per carità, ha razzolato invece denari e terreni non suoi.

Correva l’anno 1867 quando il conte Carlo Galletti Abbiosi passò, come si dice, a miglior vita. Il nobile ravennate, non avendo eredi, decise di destinare il suo ingente patrimonio fatto di terre e possedimenti, alla costruzione di un orfanotrofio per bambine tra i 7 e i 12 anni. A gestirlo – racconta il quotidiano torinese – un comitato formato dall’arcivescovo di Ravenna, dal canonico più anziano della diocesi metropolitana, dal parroco di San Pietro Maggiore, dal sindaco, dal presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna e dal primo massaro della Casa Matha. Il testamento era chiaro: “Il complesso dei beni dovrà servire a garantire l’esistenza dell’orfanotrofio e non potrà essere ceduto. L’istituto non potrà essere fuso con altri enti e, nel caso dovesse chiudere o i termini del testamento dovessero essere violati, l’intero patrimonio andrà alle ultime orfanelle ospitate”.

Sarà forse perché più avvezzi al latino del diritto canonico ma ai religiosi quelle volontà non apparvero poi così chiare. Nel 1947 infatti i beni del conte vennero venduti ad un privato. Vendita già di per sé di dubbia legalità, ma, si scoprirà qualche anno dopo, anche sospetta perché nel 1953 Angelo Tassinari, acquirente dei beni in questione, rivenderà il tutto alla Cassa di Risparmio di Ravenna il cui presidente, come membro del comitato di gestione dell’ente, sei anni prima aveva autorizzato la vendita. Che c’entrano i preti vi chiederete, il gioco sporco l’ha fatto la Cassa di Risparmio.

Ma non è tutto. Tra poco chiari e abbastanza illeciti passaggi di proprietà fino al 1974 le orfanelle, ignare di quello che con i loro beni viene fatto, restano infatti comunque ospiti della struttura voluta dal conte. Quell’anno però l’orfanotrofio viene chiuso e le sue ospiti allontanate. Ma rimane in vita, anche se vuoto. Tanto è vero che nel 1982 viene modificato lo statuto e nel 1994 la Regione autorizza la fusione (il testamento la vietava esplicitamente) dell’Orfanotrofio femminile Galletti Abbiosi con l’Ospizio per l’infanzia Mons. Giulio Morelli.

Tre anni dopo confluisce anche la Fondazione Pallavicini Baronio e nasce così la fondazione “Istituzioni di Assistenza Riunite Galletti Abbiosi Monsignor Morelli Pallavicini Baronio”. Questa fondazione dal nome impronunciabile cede quindi l’ormai ex orfanotrofio all’Arcidiocesi di Ravenna (riecco la Chiesa) che, nel 2000, affida la struttura a un privato. Grazie a 5 miliardi di lire di fondi per il Giubileo, il privato in questione (parente di un consigliere comunale) ci costruisce un ostello per pellegrini che nel giro di poco diventa un albergo di lusso con tanto di autorizzazione del Comune di Ravenna.

Le orfanelle, come è facile immaginare, del testamento e delle volontà del conte non sanno nulla. E una volta allontanate, dell’orfanotrofio conservano solo i ricordi senza nemmeno sospettare che quella struttura dove sono cresciute sarebbe loro. I religiosi non  hanno loro detto nulla, così come tutti i soggetti che ne erano a conoscenza hanno taciuto. Nonostante questo muro di silenzio però due delle ospiti dell’epoca scoprono la verità. Le due, sanamente incazzate, informano le altre ragazze e denunciano l’ente religioso che le ha truffate. Il tribunale da loro ragione ma, c’è un ‘ma’. Le ragazze hanno sì ragione e i religiosi le hanno effettivamente private dell’eredità, ma i tempi per reclamarla l’eredità sono scaduti. Ergo i beni rimangono a chi li ha ingiustamente ottenuti e le orfanelle sono anche costrette a pagare le spese processuali: ben 60 mila euro. Quando si dice “cornute e mazziate”

Il giudice di Ravenna ha infatti sentenziato che un erede deve accettare la sua eredità entro dieci anni. Stabilito che le ospiti più piccole dell’orfanotrofio nel 1974 avevano 7 anni e dunque avrebbero raggiunto la maggiore età nel 1991 (all’epoca si diventava adulti a 21 anni), avrebbero dovuto rivendicare quanto spettava loro entro il 2001. Le orfanelle proporranno ora appello ma, a prescindere di come la storia finirà, il significato di predicar bene e razzolar male appare a questo punto chiarito.