Primarie e coltelli perfino per l’Anci: la sinistra sempre in cocci

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 6 Ottobre 2011 14:39 | Ultimo aggiornamento: 6 Ottobre 2011 15:36

Graziano Delrio, neo presidente dell'Anci (Lapresse)

ROMA – Ieri (5 ottobre ndr) sono stati nominati il nuovo presidente dell’Anci, l’associazione che riunisce i sindaci italiani, e un membro della Corte Costituzionale. Due nomine che spettavano, per “diritto politico”, insomma per distribuzione equilibrata degli incarichi istituzionali all’opposizione, cioè più o meno alla sinistra. Pacifico, ovvio e senza scandalo. Ma di pacifico, ovvio e non politicamente choccante nella sinistra non c’è nulla:  due nomine e due volte sinistra spaccata. In cocci ogni volta che spira appena un alito di vento.

Angelino Alfano ha commentato: “Un partito che non è in grado di decidere in casa propria come fa a governare un Paese?”. In realtà non si tratta di un solo partito ma di almeno tre: Pd, Idv e Sel, e anche i metodi di scelta interna al Pdl hanno, per usare eufemismo delle pecche. La questione posta da Alfano esiste, e la sinistra se la deve porre e la deve risolvere quanto prima visto che le elezioni sono dietro l’angolo. Sempre che voglia governare, è chiaro.

Presidente dell’Anci è stato nominato il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio. Una nomina questa tutta interna al Pd che nell’assemblea ha la maggioranza e con questa l’onere, a questo punto è il caso di dire, di indicare il presidente. L’elezione, prevista per il primo pomeriggio, è arrivata però solo a tarda sera, dopo una lunghissima trattativa tra i delegati del Pd che hanno dovuto ricorrere a delle ‘primarie’ interne per sciogliere il nodo delle due candidature, quella di Delrio appoggiata soprattutto dai sindaci dell’associazione, e quella del primo cittadino di Bari Michele Emiliano, caldeggiata da Bersani e D’Alema. “Hanno fatto le primarie, non è una battuta, e lo sconfitto ha chiesto il riconteggio: neanche questa è una battuta”, scrive Massimo Gramellini su La Stampa. Dalle urne Delrio è uscito vincitore, nonostante le pressioni della segreteria democratica in favore dell’altro candidato, Michele Emiliano, sindaco di Bari, con ben quattro voti di margine.

Non certo quello che si può definire un bello spettacolo. Un po’ come se in un campo di calcio, in allenamento, i calciatori se le dessero di santa ragione tra compagni di squadra. A fine giornata i più delusi erano Bersani e Vendola, che avevano visto il loro candidato bocciato e, paradossalmente, il più contento per l’elezione di Delrio, oltre Delrio stesso, era Gianni Alemanno, del Pdl: “Sono molto contento che il candidato unico sia Delrio, è una candidatura che nasce dalla base contro ogni indicazione partitica e che ha la forza e la credibilità di lanciare l’unità dell’Anci oltre le difficili vicende di oggi”. E questo è il primo autogol che la sinistra si è regalata.

Un’altra elezione/prestazione dal sapore masochista la sinistra l’ha confezionate nella scelta del nuovo membro della Corte Costituzionale. Il Parlamento era chiamato a nominare un nuovo giudice per la Consulta, e anche questo incarico “spettava” alla sinistra. A ricevere l’incarico è stato Sergio Mattarella, eletto alla quarta votazione con 572 voti, ben 20 in meno di quanti ne aveva raccolti nel pomeriggio, quando il quorum era più alto, e a fronte di 571 richiesti come quorum che corrispondono ai tre quinti dei votanti. Luciano Violante, esponente dello stesso partito che proponeva Mattarella, ha ottenuto 69 preferenze.

Ed è un fatto che l’Italia dei Valori non ha mai votato Mattarella, con l’argomento che occorre opporsi alla lottizzazione degli incarichi istituzionali. Il che vuol dire solo una cosa: Di Pietro è già in campagna elettorale, per sé e per il suo partito. E il suo bersaglio preferito è proprio il suo alleato: il Pd, appunto. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Come si fa a non vedere che l’accusa di lottizzazione equivale quasi a un atto di guerra e promette burrasca sui futuri rapporti Pd-IdV? Lo strascico del caso Mattarella non sarà irrilevante, dentro e fuori il partito di Bersani, e anzi annuncia le tensioni che scandiranno il processo delle “primarie”. E con questo sono due autogol in una giornata. Quasi un record.

La giornata di ieri vissuta tra Montecitorio e l’assemblea dell’Anci dimostra quanto sia fragile ed esposto a ogni vento il «cartello» tra Bersani, Di Pietro e Vendola che ha preso forma nelle ultime settimane. In appena 24 ore, per la scelta di due candidati “interni”, il Pd ha litigato con se stesso e con Di Pietro ed ha scontentato Vendola. Una performance eccezionale e degna della migliore tradizione “masochista” della sinistra italiana che sembra dare il peggio di sé quanto tutto è a suo favore. Il governo Berlusconi è debole, non è affatto sicuro che giunga a fine mandato, anzi, e la sinistra, il Pd, per presentarsi agli elettori con un progetto credibile, deve necessariamente risolvere i suoi problemi interni. Altrimenti il rischio sarà quello di un remake degli ultimi governi di centrosinistra, eletti grazie alle disgrazie berlusconiane, e caduti per debolezze intestine.