Renzi, che fa dopo? Aspetta che Bersani o Monti governino…poco

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 28 Novembre 2012 14:31 | Ultimo aggiornamento: 28 Novembre 2012 14:31
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Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi votano alle primarie (foto Ansa)

ROMA – Matteo Renzi ha detto che, perdesse il ballottaggio, non “andrà in Africa”, cioè non sparirà. Ma ha anche detto che non vuole “premi di consolazione” tipo seggi in Parlamento, presidenze di gruppi parlamentari o ministeri. E che men che mai farà qualcosa fuori dal Pd. Quindi resterà a Firenze a fare il sindaco. Gli si può credere, non sulla sola parola ma perché non andare in Africa, non farsi consolare, non uscire dal Pd e restare sindaco gli conviene. E’ la posizione migliore per aspettare. Aspettare che Bersani o Monti governino…poco. Per poi poter e dover dire che il “suo” Pd è l’unico possibile.

Sono in questi giorni nel pieno della loro battaglia elettorale Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Ma la battaglia, tra pochi giorni, sarà finita. E se i pronostici saranno rispettati Bersani sarà il candidato premier del centrosinistra, ma quale sarà il futuro di Renzi? Resterà sindaco ha detto e farà. E lo farà forte di quel consenso che le primarie gli hanno certificato aspettando che Bersani, o al massimo Mario Monti, governino. Due ipotesi per palazzo Chigi che, per quanto distanti, porteranno entrambe acqua al mulino del rottamatore che, tra qualche anno, raccoglierà i frutti di queste primarie.

“Se perdo le primarie – dice Renzi– non ho niente da chiedere a Bersani. Io non dirò mai che vado in Africa, perché non me la sentirei di prendere in giro nessuno”. Poi, su un suo futuro fuori dalla vita pubblica, il sindaco di Firenze aggiunge: “A un certo punto finirò con la politica, ti metti sul mercato, cerchi tra aziende private, magari all’università”.

Ma quel “certo punto” è certamente ancora lontano. Molto più vicina la data del ballottaggio con Bersani. E poi, dopo il ballottaggio, il segretario Pd sarà con ogni probabilità il candidato premier e Matteo Renzi tornerà sindaco di Firenze. Ma sarà un sindaco diverso, forte di un consenso ampio all’interno di quello che probabilmente sarà il partito italiano più votato. Perché se è vero che Renzi perderà, perderà alla grande. Quanti saranno alla fine i voti che prenderà al ballottaggio in realtà poco conta, sarà comunque una sconfitta di lusso, una sconfitta capace di certificare la sua forza all’interno del partito.

Una forza che all’interno del Pd, non del governo, dovrà essere rappresentata. A conti fatti rappresenta infatti Renzi un 40% circa del bacino elettorale del Pd, decisamente più di quella che si sarebbe definita una corrente di minoranza. Ma rappresenta anche altro, come è stato scritto “il futuro è suo” perché in qualche modo l’anagrafe è dalla sua. “Sono tutti insieme all’ultimo giro di giostra” dice Renzi parlando degli attuali esponenti del centrosinistra. E lo stesso pensa del segretario del Pd: “Bersani – spiega – fa parte della stessa generazione di politici: non voglio sfasciare, ma fatemi dire fino all’ultimo giorno che c’è un’alternativa rappresentata da noi”. Parole che oggi vanno bene per la campagna elettorale, ma che ancor meglio calzano in una prospettiva di più lungo termine.

Se possiamo essere ragionevolmente certi che Bersani vincerà il duello e sarà il candidato premier, possiamo anche essere altrettanto certi che sarà poi anche la persona chiamata a formare il nuovo governo. Dalle urne delle politiche sembrano poter uscire due soli risultati: o una vittoria del Pd e del centrosinistra, con un conseguente governo Bersani / Vendola, o un Monti bis. Entrambi i risultati farebbero comodo a Renzi, o comunque porterebbero sempre più il Pd verso le sue posizioni.

I limiti di un possibile governo Bersani / Vendola sono abbastanza noti, soprattutto in termini di governabilità e quindi di durata. Molte delle posizioni dei vendoliani sono difficilmente conciliabili, per usare un eufemismo, con l’Europa e con la condizione economica italiana. Se un governo formato sull’asse Pd / Sel fosse chiamato a guidare il Paese, un governo quindi di sinistra “estrema”, e fallisse, portando ad una crisi dopo uno o due anni, questo costringerebbe la sinistra italiana, o almeno il Pd a ripensarsi e ad aprire a quella visione liberal-democratica che è propria di Renzi.

E non molto differente sarebbe il destino del Pd se a palazzo Chigi ci fosse, dal 2013, nuovamente Mario Monti. Anche in questo caso il Pd farebbe verosimilmente parte delle forze parlamentari a sostegno dell’esecutivo e anche questo porterebbe, naturalmente, il Pd doversi integralmente ripensare dopo aver fallito l’obiettivo dichiarato: il governo in prima persona da raggiungere con Bersani passando per Vendola.