Cinque punti per la riforma elettorale, quella che i partiti non faranno

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 22 Febbraio 2012 15:17 | Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio 2012 15:17

Lapresse

ROMA – Primo: ridurre il numero dei parlamentari. Secondo: rivedere le norme che regolano il voto degli italiani all’estero. Terzo: regole nuove per il finanziamento dei partiti. Quarto: diritto di voto per tutto, Senato compreso quindi, a 18 anni. Quinto: riscrivere le regole sulla presentazione delle candidature. Cinque punti su cui si dovrebbe lavorare per una riforma della legge elettorale. Cinque punti su cui i partiti difficilmente troveranno un accordo, cinque punti per una riforma elettorale fatta a regola, quella riforma elettorale che i partiti non faranno. Forse non la faranno per nulla la riforma elettorale, ma così come dovrebbero non c’e forse: così come dovrebbero non la faranno.

Il “porcellum” va cambiato. Su questo sono tutti d’accordo, a parole. Ma nei fatti una riforma delle legge elettorale non sembra essere dietro l’angolo. Terreno scivoloso su cui trovare un accordo è assai difficile. Troppi gli interessi e troppe le paure dei partiti che la dovrebbero avallare. E non è un caso che i maggiori partiti abbiano raggiunto un accordo su alcune riforme istituzionali sulla base della “bozza Violante” mentre la riforma elettorale è rimasta sullo sfondo. Senza però entrare nel merito di quale possa essere il nuovo sistema di voto, prima di tutto ci vorrebbero le cinque regole appunto.

A prescindere poi da quale legge elettorale dovesse essere partorita ci sono cinque punti, cinque riforme collegate, che insieme a questa andrebbero fatte.

In primis ridurre il numero dei parlamentari, misura più volte evocata ma mai realizzata. Roberto D’Alimonte, sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa, ha individuato anche il numero di parlamentari da “tenere”. Un numero congruo e il linea con la rappresentanza che Stati paragonabili all’Italia hanno, e un numero anche “semplice” da realizzare: 464 onorevoli e 232 senatori. Scrive D’Alimonte: “in questo modo non si dovrebbero ridisegnare i collegi. Si riutilizzerebbero i 232 collegi del Senato creati al tempo della vecchia legge Mattarella. Con questi numeri ci avviciniamo alle altre democrazie di simili dimensioni. Inoltre sono numeri compatibili con qualunque sistema elettorale si volesse adottare successivamente”. Onorevoli 464, senatori 232: fa 696 in tutto. Oggi sono 945, sarebbero 249 in meno, quasi il 30 per cento. Percentuale troppo alta perché l’attuale Parlamento la possa digerire, le ultime proposte si sono “spinte” fino ad una diminuzione del 15 per cento circa, la metà del dovuto. “Dovuto” non per pazza voglia di tagliarne il più possibile, dovuto per tecnica funzionalità e applicabilità.

Punto secondo: la riforma del sistema di voto per gli italiani all’estero. Fatto salvo il principio per cui gli italiani residenti fuori dai confini nazionali conservino il diritto di voto, ne andrebbero riviste le modalità che tante polemiche, e soprattutto dubbi di brogli, hanno generato. Non dovrebbero poi, gli italiani all’estero, scegliere tra candidati ad hoc, ma esprimere invece la loro preferenza tra i candidati che si presentano in Italia. Insomma gli italiani all’estero dovrebbero votare ma non per i “loro” parlamentari come fossero una sorta di “repubblica elettorale autonoma”.

Terza questione, ma non certo in ordine d’importanza, la riforma del sistema di finanziamento dei partiti. Come è oggi non funziona, ed è superfluo ricordare le vicende giudiziarie del tesoriere della Margherita Lusi e dell’ex braccio destro di Tremonti per dimostrarlo. Ai partiti devono arrivare meno soldi e, soprattutto, in modo e con regole differenti, magari ricalcando quello che avviene per le elezioni europee, dove l’accesso al finanziamento pubblico è riservato alle sole liste che hanno ottenuto almeno un seggio, considerando poi che esiste una soglia di sbarramento al 4%, un simile filtro avrebbe anche il doppio vantaggio di porre un freno alla frammentazione partitica. Oggi sotto l’ipocrita formula del “rimborso elettorale” non solo i partiti incassano molto più di quanto non documentino di aver speso, basta presentarsi alle elezioni e quanti e quali che siano i voti ottenuti qualcosa si incassa. Qui i partiti faranno muro, al sistema dei “rimborsi” e soprattutto alla loro entità, in media circa 150 milioni all’anno, non intendono rinunciare. Al massimo verranno rafforzati i controlli sulla gestione di bilancio. Insomma la riforma sarebbe: meno Lusi ma non meno soldi.

Superare poi, ed abolire, l’anacronistica differenza d’età richiesta per poter votare per la Camere ed il Senato: 18 anni per la prima, 25 per il secondo. Estendere il diritto di voto ai diciottenni anche per palazzo Madama aiuterebbe la governabilità, rendendo più omogenea la composizione delle due Camere con la conseguenza di avere maggioranze più stabili. Punto non indifferente soprattutto se si conservasse il bicameralismo perfetto di oggi.

Quinto ed ultimo punto, cambiare le regole sulla presentazione delle liste. Anche qui, i molti ricorsi alla magistratura e le varie inchieste su vere e presunte firme false raccolte in tutta Italia, non sono che il risultato di una regolamentazione vecchia più di 50 anni andata avanti grazie a deroghe varie. Altissimo il numero di firme richiesto oggi, a fronte di controlli e verifiche parziali e superficiali. Converrebbe abbassare il numero di firme richieste, rendendo però più stringenti le verifiche.