Rosy Bindi racconta la scissione anti Renzi: Pd ne faremo un altro, c’è bisogno

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 26 Novembre 2014 14:30 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2014 14:30
Pippo Civati durante il voto del Jobs Act alla Camera (Ansa)

Pippo Civati durante il voto del Jobs Act alla Camera (Ansa)

ROMA – “Se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova”. Il tempo dei richiami all’unità, delle velate minacce di scissione mai in realtà credibili è finito. E a certificarlo ci pensa, con un’intervista al Corriere della Sera, quella che del Pd era stata addirittura la presidente: Rosy Bindi.

“Se il Pd…”, in realtà quel “se”, quel condizionale alla voglia di “una nuova forza politica” è della robustezza della carta velina. Dice la Bindi e con lei analogo pensiero nutre tutta l’opposizione a Renzi: o ci riprendiamo il Pd o, se non ci riusciamo, ne faremo un altro di partito. Che, preannuncia sempre la Bindi, sarà “più bello e più forte che pria” rubando la citazione a Petrolini. Ecco le testuali parole della Bindi: “Se il Pd è quello di queto mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo…”. Appunto, un altro partito, “più bello e più forte e più sinistra che pria”.

Quindi lo rifaranno, per la terza volta lo rifaranno e stavolta non si tratterà solo di buttar giù un presidente del Consiglio, stavolta si destituisce e manda  casa anche un segretario di partito. Lo rifranno, qualcuno lo rifarà in nome dei sacri valori della sinistra, come fu fatto due volte con Romano Prodi capo del governo. Lo rifaranno a sinistra di provare a far cadere il governo Renzi che…”tanto di sinistra non è”. Lo rifaranno come e qunado potranno, stanno già cominciando a farlo.

Lo rifaranno, la rifaranno una scissione a sinistra come venti o trenta o quaranta volte a sinistra hanno già fatto. Già vedono, segnalano e pregustano Renzi in calo, già si sono annessi come potenziali aderenti al partito che verrà (o risorgerà) tutti o quasi gli astenuti nelle ultime elezioni regionali. Una volta era Marco Pannella che annetteva, arruolava al suo elettorato gli astenuti, ora lo fa la sinistra Pd. Il dubbio è, come si diceva una volta, sulla tattica, non sulla strategia. Meglio provare a riprenderselo da dentro il Pd scacciando l’usurpatore o meglio lavorare alla “nuova forza politica di cui c’è bisogno”?

 

A meno di 48 ore dalle regionali e nel giorno della nuova, ennesima rottura sul Jobs Act, è l’ex presidente dem a dare voce e corpo al sentimento che vive e cresce nei cuori della minoranza Pd da quando Matteo Renzi è diventato leader del partito e premier: la scissione.

Sino a ieri questa ipotesi era stata ventilata, avanzata, prospettata e analizzata. Ma sempre seccamente smentita dai diretti interessati, da Gianni Cuperlo a Pippo Civati, da Pierluigi Bersani sino a Stefano Fassina. Ma oggi qualcosa, nonostante gli ormai sempre più flebili appelli all’unità, è definitivamente cambiato, al punto che la Bindi mette nero su bianco che quel che le “interessa è che ci sia una forza politica che abbia il coraggio di ricostruire il tessuto democratico e affrontare una crisi economica sempre più grave”.

Ed è la stessa presidente della Commissione Parlamentare Antimafia a fornire gli elementi nuovi che hanno cambiato le carte in tavole e, tra questi, uno su tutti: il calo del consenso di Renzi.

“Tra Emilia e Calabria il Pd ha perso 750 mila voti – spiega la Bindi a Monica Guerzoni -. Se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi”.

Che il consenso intorno al premier sia in calo lo dicono, oltre che le ultime elezioni, anche i vari sondaggi chiamati a misurarlo. Per considerare però un ipotetico 30% del Pd a livello nazionale come una sconfitta per Renzi, che quando ‘prese’ il Pd lo trovò più vicino al 20% che al 30, serve una buona dose di spregiudicatezza politica.

Spregiudicatezza a parte però, come dimostrano i numeri di ieri sul Jobs Act dove 33 deputati Pd hanno voltato le spalle al premier e al partito che chiedeva di votare sì, scegliendo di votare no, astenendosi o lasciando l’Aula, potrebbe effettivamente forse essere questo l’unico momento politico per dar vita ad una partito a sinistra del Pd.

E a dar voce e corpo a questo pensiero ci pensa, ancora una volta, la Bindi. “Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd”.

Peccato che quel partito di Veltroni le elezioni le perse, nonostante il Pd mai più raggiunse, prima di Renzi, simili risultati in termini numerici e percentuali e peccato che, piaccia o meno, il Pd è oggi quello di Renzi, semplicemente perché così hanno voluto gli elettori.