Ruby processo zittito dal Parlamento. Ma al gemello i testimoni cantano

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 Ottobre 2011 14:45 | Ultimo aggiornamento: 3 Ottobre 2011 15:59

Ruby

MILANO – Una situazione paradossale quella che vive oggi Silvio Berlusconi. Per anni perseguitato dai processi dove ha sempre dato battaglia ai suoi accusatori grazie ad uno stuolo di agguerriti avvocati difensori e, talvolta, grazie anche a qualche “aiutino” fabbricato in Parlamento, si ritrova ora impotente. Di fronte ad un procedimento che, è vero, non lo vede accusato, ma dove sono accusati alcuni suoi amici e frequentatori per supposti reati commessi in favore del premier e a casa del premier. Non essendo accusato né parte lesa, il cavaliere e i suoi avvocati, sono per la prima volta impotenti, non possono far altro che stare a guardare quello che accadrà incrociando le dita, una sorta di contrappasso per l’uomo del fare. Che qualcosa ha fatto e fatto fare: il Parlamento ha di fatto “zittito” il primo processo Ruby, quello dove Berlusconi è chiamato direttamente in causa. Ma al processo gemello, quello a Fede, Mora e Minetti, i testimoni sono pronti a “cantare”.

Teatro di questo paradosso è il palazzo di giustizia di Milano dove oggi (3 ottobre) si svolgono in contemporanea due udienze di due diversi procedimenti. Al primo piano il processo Ruby, dove il Cavaliere è accusato di concussione e di aver pagato la giovane marocchina per prostituirsi con lui. Mentre al settimo piano il processo al trio Fede-Mora-Minetti. Il voto del Parlamento, a maggioranza berlusconiana, che ha sollevato il conflitto d’attribuzione, metterà la sordina al procedimento che vede Berlusconi nei panni dell’imputato ma, nell’altro processo, quello al trio, sfileranno invece tutti i testimoni che racconteranno le famose serate di Arcore. Un processo zittito e uno dove canteranno i testimoni, un bel grattacapo per il cavaliere.

Al primo piano, è stata respinta la richiesta della difesa di Silvio Berlusconi di sospendere il processo Ruby in attesa del giudizio della Consulta sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Accolta quindi l’opposizione di Ilda Boccassini, procuratore aggiunto di Milano per la quale non esistevano ragioni di opportunità per bloccare il processo in attesa della decisione della Corte Costituzionale. Alla ripresa del dibattimento che vede imputato il presidente del Consiglio, che non è presente in aula, l’avvocato Piero Longo, uno dei due difensori di Berlusconi, ha illustrato al tribunale la richiesta di sospendere il processo in quanto è pendente davanti alla Consulta il conflitto tra la Camera dei deputati, i pm e il gip di Milano in relazione “alla ministerialità del fatto oggetto del capo di imputazione”. Secondo la difesa ad indagare il presidente del Consiglio è competente il Tribunale dei ministri in quanto Berlusconi – sostiene la difesa – ha telefonato alla questura per far rilasciare la giovane Karima nelle funzioni di presidente del consiglio e non di “cliente” impaurito. Il 7 febbraio del 2012 la Suprema Corte si riunirà per decidere se impedire ai giudici di Milano di eventualmente assolvere o punire Berlusconi. O se il caso deve passare al Tribunale dei ministri.

Ma qualsiasi cosa accadrà al processo Ruby-Berlusconi, che gli avvocati tenteranno di ritardare in attesa della Corte, andrà nel frattempo avanti, sei piani più in alto, il processo Ruby-Fede (più Mora e Minetti). E siccome i testimoni sono in gran parte gli stessi, siccome il sostituto Antonio Sangermano dovrà affiancare Boccassini nel processo al premier e Pietro Forno nel processo agli altri tre, non può essere impedito quello che Berlusconi teme più di qualsiasi altra cosa: la sfilata delle ragazze davanti ai giornalisti di mezzo mondo, in un’aula dove anche i suoi sostenitori potranno ascoltare gli interrogatori e le ricostruzioni dei fatti. Dove le accuse di concussione e sesso con minori a pagamento possono trovare nuovi riscontri “in diretta”. Dove il nervosismo dei Mora, Fede e Minetti, senza leader accanto, può crescere e deflagrare.

Basta citare tre casi di testimoni per comprendere il senso della paura berlusconiana: Flavio Briatore, Imane Fadil, Ambra e Chiara.

Briatore era ed è un teste a difesa. Uno che, lo scorso autunno, davanti all’avvocato Ghedini, sosteneva quanto fossero “eleganti” le cene di Arcore. Peccato che, intercettato in primavera mentre parla con Daniela Santanché, racconta di un Lele Mora in imbarazzo perché deve continuare a portare donne nonostante l’inchiesta. Si lamenta, e aggiunge quanto avesse “ragione Veronica”. In più, spiega all’amica sottosegretario, come Emilio Fede abbia “strozzato” Mora, arraffando una ricca percentuale dei soldi ottenuti dal premier. E Mora, in carcere, ha confermato. Quello che Briatore potrebbe dire ora davanti ai giudici è, comprensibilmente, motivo di grande preoccupazione per Berlusconi. Ma non basta, per il premier c’è persino di peggio. E il peggio risponde, tra gli altri, al nome di Imane Fadil, modella marocchina di 26 anni, invitata più volte a casa del premier, che ha molti ricordi e voglia di condividerli. È lei che racconta della Minetti vestita da suora e di Katarina Knezevic, la giovane fidanzata montenegrina del premier, coetanea di Ruby Rubacuori, che ha una sorella maggiore, che tiene in scacco il premier. “Sono qui perché mi ritengo parte offesa e per guardare in faccia chi mi ha dato della bugiarda”, ha detto la modella arrivando in aula. E poi ci sono le due ex concorrenti a miss Italia, che speravano di diventare “meteorine”: Ambra Battilana e Chiara Danese, anche loro in aula. Avevano da poco diciott’anni quando si ritrovarono in una delle famose cene eleganti, tra ragazze semi svestite che cantano “meno male che Silvio c’è” e una porno-statua che passa a tavola.

La sfilata di questi testimoni, e le loro rivelazioni, oltre a mettere in difficoltà Berlusconi possono anche costringere altre testimoni a chiedersi se vale la pena di rischiare incriminazioni per “salvare” il premier, potrebbero ciò funzionare anche da traino per far “sbottonare” chi sino ad oggi ha preferito tacere.