Rumeni in Italia, sono un milione. Nel 1990 erano 40mila

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 15 settembre 2014 15:12 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 23:07
Rumeni in Italia, sono un milione. Nel 1990 erano 40mila

Rumeni in Italia, sono un milione. Nel 1990 erano 40mila

ROMA – Quarantamila appena nel 1990, sopra quota un milione oggi. Sono gli immigrati romeni, nati nel paese che fu di Ceausescu, e ora residenti in Italia.

La notizia non farà piacere a Salvini&co. e nemmeno a tutti quelli che, a prescindere dai gusti e dai colori politici, vedono nel diverso e quindi anche nell’immigrato un problema o comunque una fonte di paura. Ma comunque la si voglia rigirare, il dato numerico raccontato da Danilo Taino sul Corriere della Sera, è uno di quelli che va tenuto in considerazione.

Oltre al valore simbolico, la comunità rumena è la prima nella storia del nostro Paese ad aver raggiunto e superato quota 1 milione di persone, il dato riportato da Taino è infatti importante da molti punti di vista.

Da quello sociale ad esempio, perché romeni e romene sono una presenza con la quale gli italiani entrano in relazione sempre più spesso. Da quello economico, perché gran parte di loro è inserita nel mondo del lavoro. Da quello commerciale, in quanto una comunità di un milione di persone inizia a essere seriamente interessante per chi vuole offrirle servizi, ad esempio viaggi e istruzione, o prodotti, con pubblicità annessa. Ed anche dal punto di vista politico, la spinta al rafforzamento di un rapporto tra Roma e Bucarest è quasi obbligata.

Ma veniamo ai numeri. Per la prima volta nella storia l’Italia ha una comunità nazionale di immigrati ufficiali che supera il milione di unità: sono i romeni, un milione e diecimila nel 2013. Una comunità che, numeri alla mano, è stata protagonista di una crescita straordinaria: nel 2010 erano 850 mila, nel 2000 120 mila e nel 1990 appena 40 mila. In 25 anni scarsi quindi la comunità rumena, considerando solo quelli nati nel paese dell’est Europa e non i loro figli nati già in Italia, e quindi considerando solo quella che viene definita la “prima generazione”, è aumentata di oltre 20 volte.

Una crescita cui hanno contribuito diversi e significativi fattori. In primis la caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente caduta di quella cortina di ferro che teneva i confini tra Europa occidentale ed orientale pressoché sigillati. In secondi, l’adesione della Romania alla comunità europea, cosa che ha reso ancora più semplice e denso il flusso di persone tra Roma e Bucarest.

La comunità rumena non è però, nonostante sia la più numerosa, l’unica presente nel nostro Paese. I dati, compresi quelli che riguardano i rumeno, sono relativi al 2013 e raccontano che in Italia gli albanesi sono diventati 450 mila, i marocchini 430 mila, gli ucraini 210 mila, i cinesi 180 mila, i moldavi 150 mila, i filippini 130 mila (ci sono anche 230 mila tedeschi, 210 mila svizzeri, 150 mila francesi, ma si tratta di immigrazione diversa).

Una popolazione che cresce ad un ritmo non indifferente: nel 1990 gli immigrati in genere erano un milione e 430 mila, nel 2000 erano due milioni e 120 mila, nel 2010 erano saliti a quattro milioni e 800 mila e l’anno scorso sono arrivati a cinque milioni e 720 mila.

Cifre dietro cui si nasconde una piccola grande rivoluzione culturale per l’Italia e gli italiani. Noi non siamo infatti storicamente abituati come altri paesi europei e non a convivere con l’immigrazione e la nostra società non è una società multiculturale. Senza arrivare agli Stati Uniti basta guardare oltralpe o al di là della Manica, dove la storia coloniale di Francia e Gran Bretagna ha contribuito alla nascita di una società multiculturale con un secolo buono di anticipo rispetto a noi. Oggi, complice la globalizzazione, l’Europa unita e Schengen, la fine dell’Unione Sovietica e altro, anche noi ci stiamo avviando, con tutte le difficoltà ed i rigurgiti del caso, verso una società molto più multietnica, multiculturale e multirazziale. Ed il milione di rumeni ne è la prova.