Sacramenti ai divorziati risposati: quando parola di Francesco diventa fatto?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 20 settembre 2013 14:50 | Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2013 14:50
berlusconi comunione

Silvio Berlusconi, separato da Veronica Lario, riceve la comunione

ROMA – Perdono e misericordia; capacità di distinguere tra peccato, sempre da condannare, e peccatore che deve invece essere perdonato; riforma della Chiesa e del suo modo di porsi al mondo. Il pontificato, i primi mesi del pontificato di Papa Francesco sono costellati di iniziative, parole e gesti che sembrano volte a riportare la Chiesa di Roma in una dimensione più missionaria che istituzionale e che raccolgono l’approvazione di cattolici e di laici alla sola condizione che non siano conservatori. Ultime in ordine di tempo le parole per omosessuali, donne che hanno abortito e divorziati che si congiungono in seconde nozze.

“La Chiesa deve essere come un ospedale da campo, deve accogliere tutti” ha detto il Papa. Sì, ma quando? D’accordo il perdono, che, anche se sarebbe essenza e misura del Cristianesimo stesso, era finora negato in radice a queste “categorie”. D’accordo, è chiaro il “chi sono io per giudicarlo” pronunciato da Francesco riguardo all’omosessuale. Come è chiaro quel suo “il confessionale non è luogo di tortura” e quindi assoluzione e perdono sono anche per la donna che ha abortito e per coloro che hanno rotto matrimonio e ne hanno contratto un altro. D’accordo, le parole sono chiare, anzi chiarissime e nuovissime rispetto alla Chiesa degli ultimi decenni, quella di Wojtyla ad esempio mai avrebbe parlato questa lingua.

Ma quando allora davvero i sacramenti ai divorziati? Quando dalla “teoria” della fede si passerà alla pratica della comunione?

Il tema dei sacramenti ai divorziati che si risposano è un tema molto sentito nella nostra società. A fronte di un generale calo dei fedeli e ad un ancor maggiore calo delle vocazioni sono ancora moltissime le persone che si sentono cristiane. Come sono moltissime le persone che pur sentendosi tali, vuoi perché la vita media si è molto allungata, vuoi perché la società moderna le rende meno stabili o per qualsiasi altro motivo, hanno visto fallire il proprio matrimonio, hanno divorziato e hanno poi trovato un nuovo compagno di vita con cui si sono sposati. Questi uomini e queste donne sono oggi esclusi dai sacramenti e, dopo le parole di Francesco, con nuova e rinnovata speranza chiedono di essere accolti, anzi ri-accolti, dalla Chiesa che li ha esclusi.

Come sottolinea la storica Lucetta Scaraffia, editorialista dell’Osservatore Romano, in un’intervista su La Stampa,

“Francesco distingue il peccato dal peccatore. Il Pontefice chiarisce che i gay non sono inferiori né diversi dagli altri: la scelta di come vivere la propria omosessualità fa parte del mistero di ogni persona. E’ lo stesso approccio di misericordia che Bergoglio ha verso le donne che interrompono volontariamente la gravidanza e verso le nuove unioni. Distingue fra condanna del peccato e misericordia verso il peccatore: il suo cristianesimo non è un rigido puritanesimo senza cuore. Cancella un moralismo rigido e insensibile”.

Ma se il Pontefice distingue tra peccato e peccatore, e di conseguenza e coerentemente con la dottrina cattolica riafferma l’indissolubilità del matrimonio in quanto unione sancita davanti a Dio, dovrebbe altresì perdonare ed offrire una seconda possibilità a chi il proprio matrimonio ha visto naufragare. E’ questa la logica conseguenza delle parole di Francesco, come è la speranza di chi si trova oggi nella condizione di vedersi negati i sacramenti, così come sarebbe lo spirito del Cristianesimo antico che, proprio grazie alla capacità di perdonare tutti, grazie alla capacità di offrire a chiunque si pentisse una nuova occasione, riuscì a fare proseliti in tutto il mondo antico.

Al contrario, l’irrigidimento della Chiesa a cui negli ultimi decenni e forse più si è assistito, ha ottenuto l’effetto diametralmente opposto. Ha fatto cioè allontanare da questa sempre più fedeli. Un’inversione di rotta, un ritorno alle origini avrebbe il benefico effetto di portare la Chiesa di Roma più vicina al mondo reale, quello fatto di persone e non di precetti, e contemporaneamente consentirebbe a tutti quelli che pur controvoglia oggi sono di fatto esclusi, di riavvicinarsi.

Scrive su Repubblica Hans Kung, scrittore e teologo svizzero:

 

“Nella sua opera riformatrice il papa dovrà affrontare una prova decisiva. Il papa di tutta la Chiesa cattolica non può trascurare il fatto che anche altrove vi sono gruppi umani afflitti da altre forme di “povertà”, che anelano a un miglioramento della loro condizione. Si tratta soprattutto di persone che il papa avrebbe la facoltà di aiutare in maniera anche più diretta degli abitanti delle favelas, di cui sono innanzitutto responsabili gli organi dello Stato e la società nel suo complesso. L’ampliamento del concetto di povertà si ravvisa già nei Vangeli sinottici. Il Vangelo di Matteo chiama beati i “poveri in spirito”, mendicanti davanti a Dio nella consapevolezza della loro povertà spirituale. (…) In primo luogo, i divorziati, che in molti Paesi sono milioni; e quando, come spesso accade, hanno contratto un secondo matrimonio, sono esclusi dai sacramenti della Chiesa per il resto della loro vita.

Data la maggiore mobilità, flessibilità e liberalità della società di oggi, ma anche in conseguenza della crescente longevità, è assai meno facile che un rapporto di coppia duri per l’intera esistenza. Anche a fronte di queste più difficili circostanze, il papa continuerà certamente a insistere sull’indissolubilità del matrimonio; ma questo precetto non dovrebbe più essere inteso come condanna apodittica di tutti coloro che avendo fallito non possono sperare in una remissione. Ed è proprio in nome della compassione postulata da papa Francesco che si dovrebbero ammettere ai sacramenti i divorziati risposati, purché lo desiderino veramente”.

“Se i matrimoni religiosi diminuiscono tanto, e quelli che vengono fatti spesso sono senza valore, è perché troppe volte la Chiesa usa parole sbagliate, vecchie, rigide e sterili per spiegare l’istituzione da cui nasce la vita – spiega la Scaraffia -. Francesco spalanca le porte della Chiesa a tutti, a cominciare da quelle nuove famiglie che ormai costituiscono una parte notevole della società. Francesco ha già indicato un modello di comportamento possibile che non contraddica l’indissolubilità del matrimonio e cioè l’accompagnamento della Chiesa ortodossa alle seconde nozze. Sono tutti problemi e situazioni che padre Bergoglio, prete e vescovo, incontrava nel suo cammino per le vie di Buenos Aires, nei suoi incontri con donne e uomini normali, che gli aprivano il cuore con speranza e sincerità”.