Scippi legali: tariffe più 7,5%, inflazione zero. Chi stratassa? I Comuni!

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 9 Dicembre 2014 14:47 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2014 14:58
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA – Nel biennio 2013/14 le tariffe pubbliche sono aumentate del 7,5%. A fornire il dato è l’ultimo studio in materia prodotto da Unioncamere che evidenzia come, in un periodo di inflazione zero, anzi in un periodo in cui lo spettro della deflazione agita le notti degli economisti, i servizi pubblici sono in costante aumento e, in alcuni casi, registrano crescite a doppia cifre. E a leggere la cronaca di questi giorni viene il sospetto, tutt’altro che campato per aria, che la spiegazione degli aumenti vada cercata nel modo in cui la cosa pubblica viene in Italia gestita.

E non è quindi probabilmente un caso, come riporta Luigi Grassia su La Stampa, che “i rincari sono particolarmente forti a livello locale, dove l’aumento complessivo è del 9,5%, mentre lo scenario nazionale mostra un incremento del 5%, comunque un aumento stratosferico rispetto all’inflazione quasi a zero. Tra i vari aumenti dei servizi degli enti locali, spiccano la tariffa per i rifiuti solidi urbani, che subisce un incremento del 18,2%,e quella per l’acqua potabile (+12,7%): entrambe rincarano a due cifre”.

Dietro la voce “tariffe pubbliche” ci sono infatti tutti i servizi erogati ai cittadini da enti pubblici o para pubblici, dall’acqua ai rifiuti, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alle poste e via dicendo. L’associazione che riunisce le camere di commercio del nostro Paese ha rilevato che pressoché tutte le voci prese in esame hanno registrato aumenti e, in particolare modo, i prezzi sono lievitati là dove il pubblico è gestito non dallo Stato centrale ma dagli enti locali: comuni, una volta province e regioni.

Spiegare questi aumenti da un punto di vista di dinamiche meramente economiche è molto difficile se non impossibile. I consumi in Italia attraversano una fase di contrazione ormai da qualche anno e l’inflazione, come accennato e come ricordato più d’una volta dagli allarmi della Bce, tende allo zero e anzi esiste il rischio concreto della deflazione. Cioè di un calo dei prezzi che, potenzialmente, renderebbe ancora più prudenti i consumatori che, vedendo l’andamento di questi, rimanderebbero ancora gli acquisti sperando in costi più contenuti ed innescando una nuova spirale di contrazione dei consumi e quindi crisi.

A fronte di questo poi non si può certo parlare di un miglioramento generalizzato dei servizi offerti e pagati dagli italiani ogni anno un po’ di più. Se infatti, anche in un contesto di crisi economica, la sanità pubblica sveltisse le attese per le analisi, o se i treni dei pendolari fossero rinnovati, si potrebbe magari non condividere ma certo comprendere l’aumento delle tariffe. Ma non è purtroppo questo il caso dell’Italia.

Una possibile spiegazione allora la si può trovare sfogliando le pagine dei quotidiani degli ultimi giorni dove, solo ultima in ordine di tempo, trova ampio eco l’indagine che scoperchiato il sistema di malaffare che ha soffocato Roma, non una cittadina di provincia ma la Capitale d’Italia, negli ultimi anni. Un sistema che, guarda caso, produceva ricchezza, ovviamente illecita, “succhiando” soldi pubblici. A Roma Massimo Carminati e i “suoi” facevano affari con la gestione delle mense, del verde pubblico, dei rifiuti, degli appalti pubblici. Sorprendentemente, o forse no, proprio quei campi dove Unioncamere registra gli aumenti.

E se esiste qualcuno che “mangia” sui servizi pubblici, e lo fa evidentemente aumentando i prezzi che il Comune o altri soggetti devono pagare, è evidente che questi aumenti finiscano poi col gonfiare le su citate tariffe. Ecco una spiegazione che di economia classica sa poco, ma che appare piena di buon senso.

Roma poi altro non è che l’ultimo caso. Dalle mutande verdi di piemontese memoria sino alle gesta di Batman Fiorito e passando per la gestione della Regione Sicilia, forte di uno staff e di un parlamento in grado di far impallidire quelli a stelle e strisce sia per mole che per costi, è difficile trovare una zona della Penisola in grado di salvarsi.

Come sottolinea poi Grassia, questa sequela di aumenti non solo non ha effetti positivi sull’economia italiana, ma oltre a far sanamente innervosire chi è costretto a pagare, rischia di produrre anche danni ancor più profondi. “Gli aumenti accompagnano fisiologicamente la ripresa del ciclo economico se derivano da un aumento della domanda, ma aggiungono danno a danno quando sono dovuti a prezzi o tariffe che crescono a domanda invariata (come è il caso dei servizi pubblici indispensabili) e a redditi familiari pure invariati”.