Chi copia a scuola non paga pegno, Consiglio di Stato lo assolve per “ansia”

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 28 settembre 2012 14:28 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 14:28

ROMA – Alzi la mano chi può affermare che nella vita non hai mai copiato, non ha mai dato nemmeno una sbirciatina alle risposte del compagno di banco. Le mani alzate, probabilmente, saranno pochine. A tutti o quasi nella vita è infatti capitato di copiare un compito. Ma tutti, sia quelli che copiavano sistematicamente sia quelli a cui è capitato una volta o poco più, sapevano che stavano facendo una cosa che non andava fatta, che stavano infrangendo le regole. Questo, oltre a rendere “avventuroso” il copiare e dargli anche il sapore della sfida, era anch’esso un insegnamento. Insegnava ai ragazzi che, se scoperti, andavano incontro a pesanti sanzioni per aver infranto le regole. Ora una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che non è più così. Il copiare è stato derubricato dai “reati” scolastici. Niente più avventura, niente più punizione e niente più insegnamento.

Il 12 settembre scorso una sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar della Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva. Ma il punto non è questo, non è la vicenda della ragazza sorpresa a copiare e di come sia andata la sua maturità. Il punto è la sanzionabilità o meno di un comportamento che è senza dubbio scorretto. Perché, sganciando la sentenza del Consiglio di Stato dalla storia singola, la decisione dei giudici ha di fatto dichiarato “legale” copiare a scuola come, per estensione, nella vita.

L’esclusione della ragazza dagli esami sarà forse stata una sanzione eccessiva. Probabilmente la giovane in questione, sulla base del suo curriculum poteva esser perdonata. Gli insegnanti, conoscendola e comprendendo il suo stato d’ansia pre esame, avrebbero potuto chiudere un occhio. Tutto vero. Ma sono valutazioni che spettavano agli insegnanti che la studente conoscono. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce invece, di fatto, un principio. E in questo caso il principio è che copiare vale. Non è probabilmente elegante, ma comunque va bene.

A rischio di apparire bacchettoni è difficile non notare come questo principio applicato alla scuola, luogo in cui le generazioni future si forgiano ed educano, avrà ripercussioni sulla società del futuro. Se ci viene insegnato che a non rispettar le regole, in fondo, non si rischia nulla più che una lavata di capo, come ci porremo di fronte alle regole della società una volta adulti? Ovviamente male. La scuola non è solo il luogo dove si insegnano matematica e italiano, storia e geografia. Ma è anche il luogo dove dovrebbe essere impartito insegnamento di civica educazione, dove si impara a vivere insieme, dove si impara il rispetto reciproco e quello delle regole. Dove si impara a “vivere”. Se dalla scuola, dalla base, insegniamo che la “furbizia” va bene, non stupiamoci poi se chi ci amministra si compra il Suv con i soldi delle nostre tasse. In fondo anche lui avrà avuto il suo “stato d’ansia”.