Scuola, sciopero dovrebbero farlo studenti. Contro prof e famiglie incompetenti

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 5 Maggio 2015 13:57 | Ultimo aggiornamento: 5 Maggio 2015 13:57
Foto Ansa

Foto Ansa

ROMA – Dopo sette anni, oggi, i sindacati della scuola, le sigle più rappresentative di questi, scioperano e tornano a farlo insieme. In piazza, in sette (sarà un caso?) piazze italiane, personale Ata, studenti e genitori, pochi presidi e soprattutto tanti insegnanti sfilano per dire “no” al “La Buona Scuola”: la riforma targata Renzi-Giannini. Eppure, dicono in molti, e anche qualche genitore che un figlio a scuola ce l’ha, pensa e crede che a scendere in piazza, a protestare, a volere una scuola diversa, dovrebbero essere gli studenti e solo loro. Non con i prof e i loro sindacati, ma contro un sistema formativo (prof e genitori compresi) che sistematicamente non fornisce loro le “competenze per la vita”.

“In realtà avrebbe molto senso – spiega sul Corriere della Sera Roger Abravanel – che a protestare più che i lavoratori fossero gli utenti della scuola, vale a dire le famiglie e gli studenti italiani. In Italia i giovani sono tre volte più disoccupati degli anziani (molto peggio che in tutti i Paesi sviluppati, inclusa la Grecia) non tanto per colpa della crisi ma di una scuola che non si è adeguata ad un mondo del lavoro molto cambiato. Il suo impianto è rimasto quello della scuola di 80 anni fa che prevedeva che la classe dirigente studiasse al liceo e poi all’università mentre le masse dovevano imparare un mestiere. Andava bene per il mondo industriale, ma nella società post-industriale sono necessarie nuove competenze. Tutti devono agire come dei dirigenti, lavorare in autonomia (l’etica del lavoro di questo secolo), risolvere problemi, avere spirito critico, saper comunicare e lavorare in team. Purtroppo, secondo diversi sondaggi, la maggioranza dei datori di lavoro delle aziende si lamenta che i giovani neodiplomati e neolaureati queste ‘competenze della vita’ non le hanno”.

In sostanza, scrive ancora Abravanel, quello che servirebbe è sostanzialmente l’inserimento nel mondo della scuola italiana “un po’ di vera meritocrazia”. Meritocrazia nella scelta dei professori, che non sempre sono all’altezza del loro compito, magari non solo per colpa loro ma anche per come sono stati formati, e poi la possibilità che i presidi possano tenere gli insegnanti migliori e non, come accade oggi, essere costretti magari a dover lasciare andare un supplente bravissimo ma che non è di ruolo. Ma meritocrazia anche tra gli studenti stessi. Nella nostra scuola, dai primi anni e sino all’università, magari con forme e modi diversi ma comunque con una stessa identica sostanza, “gli alunni copiano, gli insegnanti suggeriscono le risposte ai test Invalsi e i genitori difendono i figli a tutti i costi”.

Concetto che altrove, sul Mattino, sposa anche Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice. “Mi auguro – argomenta la Mastrocola – che questa sia davvero l’ultima sanatoria e che si torni ad assumere giovani insegnanti preparati e qualificati. Affermando finalmente una parola finora sconosciuta: il merito”. “Il sindacato ha rovinato non solo la scuola, ma l’Italia”, “abbiamo insegnanti che cambiano continuamente scuole. Poi arriva un supplente bravo e un preside non può neanche trattenerlo!”. “La scuola sforna analfabeti, ragazzi che non sanno pensare, apprendere, studiare”. Il sindacato che oggi sciopera massiccio e compatto contro la scuola di Renzi chiude occhi, orecchie e naso di fronte a quello che considera un tabù indicibile. E cioè appunto l’incontrovertibile fatto che la scuola sforni “analfabeti che non sanno più pensare”.

Come scongiuro si ripete il mantra delle “eccellenze”, come giaculatoria si ripete che è questione di soldi pubblici. Certo, ma è anche questione di competenze per la vita (spirito critico, capacità di risolvere questioni complesse, di agire in team, di elaborare concetti…) di cui la scuola, e quindi i suoi prof, ormai in gran parte non dispongono e quindi non coltivano. E anche sui soldi: il novanta per cento abbondante della spesa per la scuola se ne va per le retribuzioni di chi nella scuola lavora, circa 900 mila docenti. Ora i sindacati reclamano non centomila assunzioni ma il doppio o il triplo, una scuola con un milione e duecentomila prof? Viene il fondato sospetto che per i prof, per i loro sindacati almeno, la scuola esista in primo luogo e soprattutto per…i prof.

Il sindacato, inutile nasconderlo, spesso pur partendo da posizioni assolutamente condivisibili ha finito col generare delle mostruosità. E ad esempio nella scuola, volendo difendere i diritti dei lavoratori-insegnanti, ha alla fine contribuito alla creazione di una scuola fatta molto più per chi ci lavora che non per chi ci studia. Per alcuni versi comprensibile dal punto di vista sindacale, ma ovviamente non aderente alle esigenze degli studenti, o comunque non in primis. Ed in fondo è quello che anche oggi sta accadendo. “Purtroppo quando manifestano – torna a dire Abravanel – si lamentano di vecchi stereotipi come l’assenza del ‘diritto allo studio’ invece di chiedere più ‘diritto al lavoro’ grazie a una scuola migliore”.

E’ per questo che lo sciopero, la protesta, a farla dovrebbero essere gli studenti, e farla contro gli insegnanti che non li preparano e contro i genitori sempre prontissimi a difendere i figli-studenti che difesi non andrebbero. E forse, anche contro il sindacato ai cui scioperi aderiscono, ma che per sua stessa natura fa degli interessi che non sono i loro.