Staino: “Così sono diventato cieco…ma Bobo ci vede”

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 12 Ottobre 2015 11:24 | Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre 2015 11:24
Sergio Staino (foto Ansa)

Sergio Staino (foto Ansa)

ROMA – Essere praticamente ciechi e disegnare. Una somma apparentemente impossibile ma che impossibile in realtà non è. E’ infatti la condizione, sconosciuta ai più, che vive Sergio Staino, storico ‘papà’ di Bobo. Una condizione che, inoltre, vanta anche nobili precedenti, come quello di Omero, l’autore di Iliade ed Odissea che, secondo la leggenda, era cieco. A svelare, su La Stampa, la cecità o quasi di Staino è Sara Ricotta Voza.

E’ a lei che il disegnatore racconta di come, da piccolo, i suoi genitori non si resero conto del suo problema. “Non si accorsero della mia situazione – dice Staino – nemmeno quando ho pestato ed ucciso un pulcino. Io piangevo: ‘Non l’ho visto, non l’ho visto’, ma nessuno ci credeva. Dicevano che avevo un occhio pigro, finché un maestro più attento ha capito che avevo bisogno di occhiali. Mi diedero lenti fortissime ma un oculista famoso di Firenze me le montò al contrario, e la mia vista è andata a ramengo”.

Da allora, da quando Staino era bambino, è ovviamente passato molto tempo, e quelli del maestro e dell’oculista non sono che i tempi ormai lontani dei primi capitoli della sventura capitata al papà di Bobo. “Nel ’77 – racconta ancora Staino – ho avuto la prima rottura della retina dell’occhio buono”, ed è facile immaginare come nei successivi quarant’anni siano seguite complicazioni e riprese, speranze e delusioni. Tutte però vissute con grande riservatezza dal disegnatore, tanto è vero che solo pochi sanno e sapevano di questa sua condizione. Al punto che è lo stesso Staino a ricordare: “All’inizio ho mentito, quando ho firmato il contratto con Oreste del Buono a Linus dicevo che ci vedevo bene”. Ma “la sfiga va combattuta, sempre!”.

Ed è questa la chiave, sottolineata da Staino nell’intervista, con cui e attraverso cui l’uomo che quasi non vede riesce a disegnare. La classica forza di volontà, ma anche qualcosa d’altro. “Dopo qualche settimana (dalla rottura della retina ndr) – spiega Staino – il cervello ha cominciato a riprogrammarsi. (…) Da una situazione di grande sicurezza nel disegno, a 37 anni ho dovuto reimparare”.

E a giudicare dai risultati Staino ha reimparato più che bene: “Avevo pensato di fare animali ma erano tutti occupati. Così ho avuto l’idea vincente, disegnare me stesso raccontando angosce e frustrazioni: politiche, sociali e familiari, che poi erano quelle di una generazione”. Certo, risolti i problemi col disegno rimangono i problemi più squisitamente medici e le difficoltà di un modo fatto non di cose viste ma intraviste.

“Quando mi chiedono un autografo io faccio sempre un Bobino, ne ho fatti milioni e so che alla fine il disegno esce e a me sembra di vederlo. Finché un giorno un ragazzo ha avuto il coraggio di dirmi: ‘Guardi che la penna non scrive’”. “E poi – confida in ultimo Staino – ho bisogno dell’aiuto dei ragazzi che, essendo di sinistra, pago il giusto, regolarmente e coi contributi, insomma non esco gratis da questa situazione”.