Minuto di silenzio: abolirlo negli stadi! Trasloco in posti più civili

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 8 Ottobre 2013 15:08 | Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2013 15:16
I tifosi del Verona cantano durante il minuto di silenzio per i morti di Lampedusa

I tifosi del Verona cantano durante il minuto di silenzio per i morti di Lampedusa

ROMA – Centinaia di morti, un minuto di silenzio e ovunque o quasi fischi, cori ostili e nei migliori dei casi irrispettosa indifferenza. È questo il bilancio del momento di raccoglimento in ricordo delle vittime di Lampedusa negli stadi, anzi nelle curve italiane. Non è la prima volta, e non sarà purtroppo l’ultima. Ma ha senso, anche alla luce di quanto accaduto domenica scorsa, continuare a fare i minuti di silenzio prima delle partite di calcio nel nostro Paese?

Le curve italiane, perché sono queste le “fette” degli stadi che mal sopportano e malissimo hanno sopportato il ricordo dei naufraghi, sono per lo più popolate da gruppuscoli assimilabili a neo nazisti e neo fascisti. Non formano tutta la curva, non sono tutto il popolo della curva, ma nella curva da stadio quei gruppi stanno come il pesce nell’acqua. Ci sguazzano e comandano pure. Croci celtiche, svastiche, saluti romani… Non stupisce quindi, o almeno non dovrebbe farlo, che il silenzio in memoria di “immigrati negri” venga eluso, irriso o fischiato. La reazione, questo tipo di reazioni, sono esattamente quella che da una simile platea ci si può aspettare. Perché infatti chi vede gli immigrati come il male, chi nel colore della pelle scuro vede una caratteristica negativa, dovrebbe commuoversi al pensiero dei morti di Lampedusa? Non è politicamente scorretto riconoscere che questi soggetti che compongono la maggior parte delle tifoserie organizzate del nostro calcio, non tutte per carità, ma un’amplissima parte, di certo nulla avranno di cui commuoversi.

E non dovrebbe stupirsi poi chi il calcio segue, chi ha visto la recente squalifica dello stadio del Milan proprio per cori razzisti, razzisti sì, perché anche il “mamma che puzza: li napoletani…” è razzismo. Burocraticamente lo chiamiamo “discriminazione territoriale” ma sempre quella pianta è, anche se altro ramo. Non dovrebbe stupirsi chi ricorda la partita sempre del Milan dove un calciatore di colore, Kevin Prince Boateng, abbandonò il campo a causa degli insulti razzisti che arrivavano dagli spalti, anche per bocca di un politico locale della Lega. Non dovrebbe stupirsi chi ha visto le curve della Lazio e della Roma squalificate per lo stesso motivo: cori razzisti. Di esempio come questi ce ne sono a centinaia, da Nord a Sud. Questo è il tifo del nostro calcio. Soprattutto del nostro calcio, altrove razzismo c’è ma non c’è l’occupazione delle curve e la soggezione degli stadi ai razzisti. E altrove non viene contrabbandata la dizione ultras come parola magica che copre, confonde e assolve.

Ma allora perché continuare? Che senso ha continuare a proporre il minuto di silenzio in questo contesto? Nella speranza che prima o poi i padroni delle curve degli stadi dello stivale si educhino ad alcune minime regole del vivere civile? La speranza, per carità, è l’ultima a morire. Ma non avrebbe forse allora più senso trovare contesti differenti dove commemorare le vittime di tragedie come quella della settimana scorsa a Lampedusa?

Rischierebbe è vero di apparire come una resa. Ma il minuto di silenzio dovrebbe servire, oltre che a toccare le coscienze nazionali, anche ad onorare la memoria delle vittime. Memoria che non viene certo in questo modo onorata. Anzi. La speranza di un cambiamento e l’ostinazione nel proporre i minuti di silenzio rischiano, a queste condizioni, di trasformarsi in una manifestazione di pura ipocrisia. Arrendersi non è bello, ma saper comprendere quando si è sconfitti è una dote che pochi hanno.