Sulcis storia: da 150 anni pozzo che ingoia miliardi buttati, mai ai minatori

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 settembre 2012 15:58 | Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2012 15:58
Protesta del Sulcis, presidio degli operai dell'Alcoa contro la chiusura della fabbrica

LaPresse

ROMA – Le miniere di carbone del Sulcis, un nome che nell’immaginario collettivo evoca scene da cartoline in bianco e nero con uomini dal viso coperto di nero ma che, nella realtà, è cosa molto diversa e per nulla poetica. Valerio Mastrandrea ha espresso solidarietà ai minatori di quelle miniere dal red carpet del festival di Venezia. E i lavoratori sardi hanno incassato solidarietà ben più importanti, come quella del Capo dello Stato. D’accordo la solidarietà a quelle persone che rischiano di rimanere senza uno stipendio e senza sapere come portare a casa il pane ma perché le miniere di carbone del Sulcis rischiano di chiudere? Qual è la loro storia?

A raccontarla ci ha pensato Alessandro Penati, su Repubblica. Una storia poco conosciuta, nonostante assolutamente di pubblico dominio, ma una storia molto italiana, fatta di centinaia di miliardi di lire prima e di molti euro poi spesi per tenere in vita quelle miniere. Soldi che potevano essere spesi meglio, certo, anche e soprattutto a favore di quei lavoratori che rischiano il posto ma anche di quella terra, la Sardegna, che le miniere non hanno certo contribuito a rendere più pulita. Miliardi pagati da chi? Ma ovviamente dai consumatori che, da decenni, hanno tenuto in vita le miniere con le loro bollette.

“L’inizio dell’attività estrattiva nel Sulcis risale a metà Ottocento. Il carbone che si ottiene, però, ha un alto contenuto di zolfo, per cui le miniere entrano in declino già all’inizio del secolo. Tornano in auge nel 1935, con l’autarchia. La fine della guerra getta l’industria mineraria locale in una grave crisi. Le miniere finiscono all’Enel, che con il carbone vuole produrre energia. Ma nel 1971 anche l’Ente elettrico abbandona l’estrazione perché non economica. Passano all’Egam, e poi, nel 1978, all’Eni. Nel 1985 lo Stato decide di dare 512 miliardi di lire all’Eni per riattivare il bacino carbonifero; l’Eni a sua volta investe 200 miliardi nelle miniere. Si arriva però al luglio 1993 e non un solo chilo di carbone è stato estratto.

In vista della privatizzazione, l’Eni abbandona definitivamente le miniere del Sulcis, e mette i minatori in cassa integrazione. Esplode la protesta. Il 28 gennaio 1994 un Decreto riapre le miniere, per garantire il posto di lavoro ai minatori. Il carbone del Sulcis, sfortunatamente, continua a rimanere pieno di zolfo; si decide quindi di costruire un impianto di gassificazione. Che fare del gas? Si decide che si costruisce una centrale elettrica. Che fare dell’elettricità? Lo Stato non può più costruire cattedrali nel deserto: ci vogliono i privati. Il Decreto stanzia quindi 420 miliardi a fondo perduto. Ma non bastano per garantire la redditività degli investimenti ai privati. Il Decreto, pertanto, obbliga l’Enel a comprare per otto anni l’elettricità del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dell’Ente è di 72 lire. Saranno i consumatori a pagare per le miniere, sotto forma di sovrapprezzo in bolletta. Il Decreto stabilisce infatti che il carbone del Sulcis dovrà essere utilizzato per fornire almeno il 51% del fabbisogno termico richiesto nella produzione di elettricità, perché possa essere venduta a 160 lire. ‘L’energia prodotta, naturalmente, non serve alla Sardegna, perché sarebbe largamente esuberante rispetto ai suoi fabbisogni […]. Entriamo in Europa, dunque, ma con uno Stato disposto a pagare 2 miliardi di lire per ogni minatore del Sulcis, in una regione dove il 25% delle famiglie denuncia irregolarità nell’erogazione dell’acqua.

Evidentemente non si può fare a meno di queste politiche se anche i migliori tecnici che il Paese ha portato al governo non sono riusciti ad opporsi a tanto spreco: il Decreto del 1994, infatti, porta la firma di Ciampi, Barucci, Savona e Spaventa. (…) In questi anni, si è dovuto anche escogitare come usare l’energia prodotta in quell’angolo della Sardegna. La produzione di alluminio era ideale, affamata com’è di energia. Ma l’energia sarda costava troppo e, per convincere la canadese Alcoa, lo Stato italiano gliela ha fornita per 15 anni a prezzo sussidiato, sempre pagata dai cittadini in bolletta: un onere di alcuni miliardi (ma adesso sono euro). Finiti i sussidi, produrre è irrazionale, e l’Alcoa se ne va: legittimo; non c’entra che sono canadesi. D’altronde, da quelle parti si è sussidiata, sempre a spese degli utenti, anche l’energia in eccesso prodotta dalla Saras dei Moratti. E poi c’è il costo sociale dell’inquinamento di una delle più belle coste italiane. Se tutti i soldi spesi in sussidi in questi anni fossero stati messi in mano ai singoli minatori e lavoratori di Sulcis e zone limitrofe, sarebbero stati abbastanza per finanziare una casa, una seria formazione e una nuova attività economica a ciascuno di loro. E ne sarebbero avanzati per bonificare l’intera area”. 

Questo pezzo, almeno la prima parte, come racconta Penati stesso, è un pezzo “d’annata”. Scritto cioè ben 16 anni fa quando ci fu la precedente “crisi del Sulcis”, quando cioè si decise per legge di tenere aperte le miniere e di vendere l’energia all’Alcoa. I problemi di quelle miniere erano noti all’epoca come lo sono da circa 100 anni. Estrarre carbone dal Sulcis non conviene economicamente: scarsa qualità e costi troppo alti. D’accordo quindi la solidarietà ai lavoratori delle miniere, ma più che della solidarietà ci sarebbe voluta, già molto tempo fa, una politica diversa. Una politica che non versasse soldi a pioggia, prendendoli dai cittadini, per tenere in piedi un carrozzone caro ed inutile. Soldi che hanno anche fatto la fortuna di qualcuno, forse, ma che per i minatori, come le cronache testimoniano, altro non hanno fatto se non rimandare il problema. Una storia vecchia, molto italiana, fatta di soldi sperperati, molta solidarietà e pochissima lungimiranza. Aspettiamo Penati tra altri 16 anni.