Miliardi nascosti in Svizzera: prenderne 10 ora o 10 ogni anno dal 2017?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 13 Dicembre 2011 15:18 | Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre 2011 15:18
banche svizzere

Foto LaPresse

LUGANO – Duemiladiciassette fuga dalla Svizzera. Il titolo è ricalcato su quello del celebre film “1999 fuga da New York”, ma la sostanza potrebbe essere ben altra cosa dalla fantasia hollywodiana. Tra sei anni infatti, nel 2017, potrebbe dissolversi quel mondo di neutralità e riservatezza che la Confederazione Elvetica si è costruita in oltre cinque secoli: la scadenza coinciderà infatti con l’entrata in vigore della direttiva europea in base alla quale Bruxelles pretenderà un prelievo del 35% su tutti i capitali svizzeri depositati da cittadini comunitari e lo scambio automatico dei dati fiscali. Sarebbe la fine del segreto bancario e delle attività off shore, almeno per come si intendono oggi.

E l’arrivo della temuta direttiva europea ha spinto la Svizzera a cercare una qualche via d’uscita, materializzatasi sotto forma di accordi bilaterali con i singoli paesi Ue. Accordi che, da una parte, concedono a Berna condizioni più favorevoli rispetto a quelle previste dalla normativa europea e che, dall’altra, garantiscono alla controparte europea un gettito inferiore rispetto a quello che arriverebbe con le regole di Bruxelles, ma da subito. È andata così con Regno Unito e Germania, che già dal 2012 incasseranno circa 2 miliardi l’anno, rinunciando però a chiedere nomi e cognomi dei loro contribuenti con il conto in Svizzera. Berna paga, in altre parole, ma salva il segreto bancario.

La direttiva europea che diverrà operativa tra sei anni prevede invece la tassazione al 35% di ogni rendita da investimento, l’estensione della base imponibile anche alle società e soprattutto lo scambio automatico dei dati. Significa in pratica che se il signor Rossi parte da Milano con la valigetta di contanti, e li deposita in una banca a Lugano, quest’ultima è obbligata ad avvertire immediatamente le autorità italiane. In altre parole, la fine della Svizzera come paradiso fiscale.

Oggi la pressione fiscale sui soldi fuggiti all’estero è risibile. Le convenzioni in vigore prevedono solo la cosiddetta «euroritenuta» pari al 35% degli interessi sui conti correnti; il prelievo, si badi bene, riguarda le persone fisiche e non le società, sicché chiunque può aprirne una a Lugano o a Zurigo e farvi confluire lì i capitali. Con questo sistema, nel 2010, l’Italia ha incassato appena 100 milioni in euroritenute a fronte di un gettito potenziale, se dovesse scattare la trappola del 2017, di qualche miliardo l’anno. «Il meccanismo attuale – spiega Giancarlo Cervino, direttore del Centro di studi fiscali di Lugano – rende ancora conveniente l’export di capitali in Svizzera. Il bollettino di Bankitalia segnala che nell’ultimo anno in Italia sono stati prelevati da conti correnti 340 miliardi che sono spariti dalla circolazione. Ora, poiché i consumi sono stagnanti è facile prevedere che parte di quel denaro abbia preso la strada di approdi sicuri, come la Svizzera».

Puntando al bersaglio grosso, l’Europa non ha gradito le defezioni di Germania e Gran Bretagna, i due principali paesi che hanno chiuso accordi separati con il governo elvetico. Accordi su cui è piovuta la «scomunica» del commissario europeo alle politiche fiscali Algirdas Semetas che, ritenendole in contrasto con l’ormai nota scadenza del 2017, minaccia procedure d’infrazione contro Angela Merkel e David Cameron.

E l’Italia? Da noi più d’una voce si è levata chiedendo che il governo chiudesse un accordo simile a quello dei tedeschi o degli inglesi, anche perché, non va dimenticato, l’Italia è il Paese che più paga dazio alle attrattive fiscali svizzere. Ma Tremonti prima, e Monti ancor di più, hanno deciso di sposare la linea europea. Ultima conferma le parole del ministro Giarda a Montecitorio che ha chiarito che Roma si adegua in pieno alla linea di Bruxelles. Niente affatto una sorpresa, visto che Mario Monti, europeista doc, collaborò alla stesura del single market act che disegna l’armonizzazione fiscale tra tutti gli Stati Ue. Eppure il possibile “condono” per gli evasori che hanno portato i soldi in Svizzera fa gola e di questi tempi serve come il pane. La questione è se sia pane o “piatto di lenticchie” mangiando il quale si perde, come da parabola biblica, la “primogenitura”. Fuor di metafora: chiudere oggi un accordo con la Svizzera che porta una tantum una decina di miliardi freschi nelle esangue casse dello Stato italiano e raffreddare così l’ira dei contribuenti e dei sindacati, oppure incassare dal 2017 dieci, quindici miliardi ma ogni anno che dio manda in terra?

Se non bastasse l’ostilità europea, la Svizzera vede il suo status di paradiso fiscale sotto attacco anche dall’altra sponda dell’Atlantico. Gli Usa il 31 agosto scorso, per mano del viceministro alla giustizia di Obama James Cole, hanno infatti scritto a Berna: le autorità americane vogliono conoscere i nomi di tutti i loro cittadini che hanno conti in Svizzera superiori ai 50 mila dollari. Washington già nel recente passato non era andata per il sottile: nel 2010 aveva fatto la voce grossa con l’Ubs, ottenendo la lista dei clienti a stelle e strisce della banca elvetica. Stavolta viene addirittura minacciata la chiusura delle filiali rossocrociate sul territorio americano.

In attesa del 2017, anno della “fuga”, almeno al di qua dell’Atlantico, la domanda è una: meglio aspettare 6 anni e puntare al massimo risultato possibile, o meglio seguire Londra e Berlino sulla linea di “pochi, maledetti e subito”?