Paga: più 20 euro. Tasse: meno a chi assume. Ma Regioni non ci mettono una lira

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 7 ottobre 2013 12:48 | Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2013 13:21

soldi2ROMA – Una ventina di euro in più in busta paga e un sensibile incentivo alle aziende che assumono. In questo dovrebbero trasformarsi gli incontri e le misure per ridurre il cuneo fiscale, obiettivo dichiarato del premier Letta. Il condizionale è però più che d’obbligo perché non solo la discussione sulla riduzione del cuneo fiscale è tutt’altro che conclusa, ma anche perché i precedenti non lasciano ben sperare.

Le Regioni italiane hanno infatti a disposizione un miliardo e trecento milioni di euro da utilizzare per sgravi fiscali da applicare ai nuovi contratti a tempo indeterminato, ma non ne hanno speso uno. Soldi, una montagna di euro arrivata da Roma e dall’Europa, che a Bruxelles rischia di tornare se non verrà utilizzata.

Da più parti, dal mondo dell’imprenditoria come da quello sindacale, si chiede all’esecutivo di alleggerire il cuneo fiscale. Obiettivo condiviso anche da Enrico Letta che è al lavoro per studiare come farlo. Le soluzione che appaiono oggi più probabili sono quelle che porteranno 250/300 euro l’anno in più nelle tasche dei lavoratori e che incentiveranno i datori di lavoro ad assumere, con contratti a tempo indeterminato, i giovani.

Ma almeno la seconda parte di questo “piano” ha già avuto una sua prima edizione col decreto del Fare varato proprio dall’esecutivo Letta. Una prima edizione andata o che rischia di andar però male. E non perché non ci siano giovani in cerca di lavoro, e nemmeno perché non ci sia lavoro, sono anzi migliaia le aziende che hanno chiesto di poter assumere accedendo agli incentivi. Ma perché le Regioni non ci mettono i soldi. E non di tasca loro. I fondi in questo caso sono stati stanziati da Roma e dall’Europa, le Regioni li hanno in cassa ma non li stanziano.

Un atteggiamento apparentemente inspiegabile, frutto forse solo della inconcepibile macchina burocratica italiana che avrà creato l’ennesimo intoppo. Magari. Intoppi non ce ne sono, i soldi non sono stati stanziati scientemente ma senza spiegazioni. E allora “se a pensar male spesso ci si azzecca”, come scrive anche Federico Fubini su Repubblica, viene il sospetto che questi soldi non vengano erogati perché gli incentivi sono molto anonimi e poco alimentano quindi le clientele, quel sottobosco della politica che genera, anzi compra, il consenso e quindi i voti.

“Mercoledì scorso – scrivi Fubini – è arrivato il click day per il lavoro giovanile, le richieste di bonus su internet, e l’esito ha ispirato riflessioni più sobrie. Generosi nei giri di frase, i governatori del centro-nord si sono dimostrati succinti nelle risorse: del miliardo di euro che possono impiegare per favorire nuove assunzioni, non hanno messo a disposizione un solo euro. Non un centesimo. Zero assoluto. In gioco ci sono le decontribuzioni fino a diecimila euro, grazie a fondi europei e nazionali, per i contratti ai giovani fino a 29 anni. Il provvedimento, filiazione del decreto del Fare di giugno, era stato approvato dal governo in luglio su iniziativa dei ministri Enrico Giovannini (Lavoro) e Carlo Trigilia (Coesione).

Si prevede la riprogrammazione di fondi europei, e dei corrispettivi apporti nazionali, per ridurre i contributi per chi assume persone fra i 18 e i 29 anni. Con un tasso di disoccupazione giovanile al 40% e numeri ancora peggiori di inattivi – quelli che non cercano neanche più – uno sgravio sui contributi può dare nuove motivazioni. Il click day lo ha dimostrato: in poche ore sono arrivate dalle imprese settemila richieste di bonus per contratti a tempo indeterminato, di cui 1295 solo dalla Lombardia. Dunque gli imprenditori sono pronti a dare lavoro, quando l’incentivo esiste. Peccato però che per ora non si possa andare oltre, perché le risorse sono già (quasi) finite con il primo click day. Il governo aveva dirottato su questo progetto 500 milioni di euro dal bilancio dello Stato, destinati ad accompagnare i fondi europei per le Regioni del Sud: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. In più, ha messo a disposizione altri 300 milioni per il centro-nord. Ma le prime domande di bonus fanno prevedere che il tetto sarà presto raggiunto. Possibile? Sì, se le 15 Regioni del centro-nord continuano a tenere fermo il miliardo di euro circa del Fondo sociale europeo (più il cofinanziamento italiano) che non hanno ancora impegnato per altri progetti. Il premier Enrico Letta e il ministro Trigilia avevano dato alle Regioni un messaggio preciso: devolvere quei fondi al bonus assunzioni è un modo rapido ed efficace di utilizzarli, a maggior ragione ora che in certi casi si affaccia il rischio di perdere le risorse non ancora spese. Il Veneto ha circa 150 milioni non impegnati, il Piemonte anche, il Lazio 200, la Lombardia circa 100 e la Toscana una settantina”.

Di tempo per stanziare quei fondi ancora ce n’è, e certamente i governatori tutti, da Roberto Maroni a Nicola Zingaretti sino a Nichi Vendola, metteranno mano al portafogli quanto prima per ovviare alla “distrazione” di ieri. Certo, quando si è trattato di lamentarsi e bussare per protestare contro i tagli alla spesa hanno dimostrato, gli stessi governatori, una vivacità ed una prontezza ben diverse.

Regioni quindi quanto meno pigre. Si vedrà se lo saranno meno o altrettanto le forze sociali, insomma i datori di lavoro e i sindacati. Tagliare il cuneo fiscale…quella cosa che fa in modo che al lavoratore arrivi il 53% del costo del suo lavoro. Semplificando molto, anzi troppo, si scrive e i legge che il 47% del salario se ne va in tasse. Non è così, quel 47% è fatto di tasse e contributi che per una buona metà pagano i datori di lavoro e per l’altra i lavoratori, altrimenti l’aliquota massima dell’Irpef non sarebbe del 42% ma appunto del 47%, anzi quella del 47% (che ovviamente non esiste) sarebbe l’aliquota unica.

Per tagliare il cuneo fiscale occorre che sussidi impropri e/0 inutili e /o perfino dannosi non vengano più erogati. Ad esempio i finanziamenti a pioggia alle imprese senza distinguere quelle in grado di produrre profitto e occupazione e quelle non in grado. E anche forme generalizzate ed esasperate di Cassa Integrazione in deroga ottengono solo il risultato di tenere legati lavoro ad aziende e posti di lavoro che non ci sono ne non ci saranno più. Via questi sussidi e via le tasse, la quota di tasse, che li finanziavano. Così si taglia il cuneo fiscale. Ci staranno le parti sociali? O faranno orecchie da mercante come le Regioni?